Confagri: niente biogas senza stalle

L’allarme dell’organizzazione agricola: bisogna evitare una Ā«corsa ai terreniĀ» come nel fotovoltaico
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Nel settore delle energie rinnovabili l’Italia è partita in ritardo. Ma ha poi recuperato terreno mediante uno sviluppo tumultuoso che però non ha mancato di generare squilibri; è avvenuto prima nel settore del fotovoltaico e ora nel biogas. Squilibri che ora vanno governati. È questa la richiesta che è venuta da Confagricoltura che nei giorni scorsi a Roma ha tenuto un incontro dal titolo «Rinnovabili, un’opportunità che non toglie energia al cibo». Al centro dell’incontro sono stati gli squilibri che si sono verificati, in particolare in alcune aree del paese particolarmente vocate alla zootecnia (come la provincia di Cremona e quella di Reggio Emilia), per effetto dello sviluppo vorticoso delle agroenergie. In particolare nel settore del biogas, va ricordato che gli impianti attivi in Italia sono passati dai 50 del 2000 ai 391 previsti per la fine del 2011. Ma soprattutto sono raddoppiati negli ultimi due anni (erano infatti 205 gli impianti attivi nel 2009).
«Questo vero e proprio boom – ha spiegato il vicepresidente di Confagricoltura, Ezio Veggia – ha fatto emergere alcuni fenomeni e generato anche alcune anomalie e generato allarmismi che in realtà riteniamo ingiustificati».
Secondo il vicepresidente di Confagricoltura, negli ultimi anni di grande sviluppo alcune province del paese sono state concesse autorizzazioni alla costruzione di nuovi impianti anche a investitori esterni al settore agricolo la cui attività energetica non aveva un legame stretto con un’attività agricola. Aspetto questo che ha portato tali aziende a generare una domanda aggiuntiva di terreni, in affitto o da acquistare, per produrre le materie prime da utilizzare nello stesso impianto a biogas. E da qui gli squilibri sul mercato dei terreni che ha allarmato più di un produttore ».
«Per questo – ha aggiunto Veggia – occorre in futuro subordinare l’autorizzazione alla realizzazione di un impianto a biogas alla dimostrazione da parte della stessa azienda di avere una disponibilità di almeno il 70% delle materie prime necessarie all’impianto. Insomma occorrono strumenti per rafforzare il legame e l’integrazione fra l’attività energetica e quella agricola ».
«Bisogna intervenire rapidamente – ha spiegato il responsabile ambiente di Confagricoltura, Donato Rotundo – per evitare una riedizione della corsa ai terreni che si è già verificata tempo fa nel segmento del fotovoltaico. Bisogna intervenire per fissare dei paletti che possano gestire la “fase 2” dello sviluppo del biogas, ma anche superare alcune incertezze normative come quelle che riguardano gli effluenti e il digestato che in alcuni casi sono considerati un sottoprodotto e in altri un rifiuto, oppure garantire un maggiore coordinamento fra le norme del decreto legislativo 28 che punta allo sviluppo dei sottoprodotti e le normative ambientali che invece vanno nella direzione opposta».
Al di là della necessità di fissare dei paletti per gestire la seconda fase dello sviluppo del biogas a Confagricoltura sono convinti però che gli allarmismi che si sono generali sul territorio per la corsa ai terreni siano in buona parte ingiustificati. «Secondo quanto previsto dal Pan – ha aggiunto Veggia – nel 2020 in Italia dovremmo arrivare ad avere una potenza installata da biogas di 1.200 megawatt. Secondo i calcoli per realizzare questa potenza occorre una superficie di 200mila ettari. Se calcoliamo che ci sono un milione di ettari a set aside, ai quali vanno aggiunti i terreni lasciati incolti dopo le recenti riforme Ocm del tabacco (60mila ettari) e dello zucchero (240mila), possiamo concludere che c’è una disponibilità di 1,3 milioni di ettari. E che quindi non ci sia alcun rischio di una corsa ad accaparrarsi terreni con conseguente tensione sui prezzi».


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