Con i Psr un fascio di eco-incentivi

Nate nel 1992 le misure agroambientali assorbiranno il 42% dei fondi della nuova programmazione
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Le misure agroambientali, nate nel 1992 con il famoso regolamento 2078, ritrovano nuova linfa e ulteriori risorse (più di 3,7 miliardi di euro) anche all’interno dei Piani di sviluppo rurale (Psr) del periodo 2007-’13. Oggi sono inserite all’interno dell’Asse 2 dei Psr, quello dedicato al miglioramento dell’ambiente e dello spazio naturale, catalogate con il numero 214 e con l’obiettivo generale di promuovere l’utilizzo sostenibile dei terreni agricoli attraverso azioni che impegnano l’agricoltore a un comportamento produttivo virtuoso in tal senso per un periodo compreso tra i cinque e i sette anni.

A fronte degli impegni assunti gli imprenditori agricoli ricevono un premio a ettaro annuale differenziato in base al tipo di coltura interessata.

Premio che rappresenta un vero e proprio «pagamento agroambientale» a richiamare l’idea fondante delle stesse misure agroambientali: remunerare la multifunzionalità dell’agricoltore per i beni e servizi ambientali che offre alla società.

Le azioni agroambientali previste dalla misura 214 dei Psr vanno dal sostegno all’agricoltura integrata e biologica all’estensivizzazione animale, alla conversione dei seminativi in pascoli e prati, alla gestione del suolo anche in termini di conservazione della sostanza organica, alla tutela della biodiversità animale e vegetale, al set-aside a fini ricreativi e di tutela della fauna fino a interventi per il miglioramento del paesaggio.
Condizione essenziale per la concessione del sostegno è che gli impegni assunti dagli agricoltori vadano oltre le norme e i criteri di gestione obbligatori previsti dalla «ecocondizionalità» della Pac e al di là dei requisiti minimi relativi all’uso dei fertilizzanti e dei prodotti fitosanitari. A tale condizione si aggiunge quella fondamentale per cui tutti gli impegni siano verificabili e controllabili sotto il profilo degli effetti ambientali che intendono produrre.

Sono proprio queste due condizioni e in particolare la definizione puntuale delle cosiddette «baseline», vale a dire di quel «limite soglia» che ogni imprenditore agricolo si impegna a superare per ottenere il pagamento agroambientale, che determinano il livello del pagamento diretto a compensare le perdite di reddito e i maggiori costi derivanti dall’assunzione ed esecuzione dell’impegno. L’applicazione fin qui conosciuta delle misure agroambientali ci racconta tuttavia una storia diversa: assenza di analisi ex ante, definizione superficiale dei limiti soglia, trasformazione, data soprattutto dal grande successo dell’agricoltura integrata, delle misure agroambientali in semplici aiuti a ettaro non supportati da adeguati controlli e verifica degli effetti ambientali prodotti. A ciò si aggiunge che il successo presso gli imprenditori agricoli di alcune azioni, prima fra tutte quella per la riduzione degli input chimici e la durata quinquennale degli impegni, ha condotto a un «trascinamento» dai vecchi ai nuovi Psr che pesa sulla spesa dell’intero asse 2.

Infatti, la natura contrattuale delle misure agroambientali impegna l’amministrazione erogante per più annualità. La facilità di istruttoria ed erogazione dei premi, identica a quella prevista dalla Pac, ha portato molte Regioni a forti impegni sul piano finanziario che oggi si riversano sui bilanci dei nuovi Psr. In media, a livello nazionale, al secondo asse è destinato il 42% delle risorse totali. Di queste, oltre la metà sarà utilizzata per i pagamenti agroambientali.

Si tratta, dunque, di dare una sterzata all’applicazione dei «pagamenti agroambientali» attribuendo loro ruolo, funzione e obiettivi per i quali nascono e sopravvivono nel tempo.


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