Biogas boom, impianti raddoppiati

Crescita ancora maggiore della potenza installata che da 140 Mw è schizzata a quota 350 Mw
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Agroenergie a tutto biogas. La produzione di elettricità e calore nelle centrali alimentate da effluenti zootecnici, colture energetiche e scarti agroindustriali è in continua crescita. In poco più di un anno si è infatti assistito al raddoppio degli impianti presenti sul territorio nazionale, con un aumento ancora più accentuato della potenza installata. È quanto emerge dall’ultimo monitoraggio del Centro ricerche produzioni animali (Crpa) di Reggio Emilia, che fotografa il boom per la cogenerazione nel settore agro-zootecnico, favorito anche dagli incentivi, particolarmente premianti per le centrali più piccole (con la tariffa onnicomprensiva) e diffuse in ambito agricolo.
Nel dettaglio, secondo i dati (in pubblicazione) del Crpa, gli impianti a biogas sono passati dai 273 del marzo 2010 ai 521 dello scorso maggio, con un aumento del 91% nei quattordici mesi considerati. Si tratta, in particolare, di centrali già operative (391) o in costruzione (130), ma con gli iter autorizzativi già conclusi, che utilizzano biomasse di origine agro-zootecnica. Sono esclusi, quindi, i siti che impiegano nei digestori la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (Forsu) o i fanghi di depurazione, che portano a circa 650 il totale delle strutture a biogas presenti in Italia.
All’impennata nel numero di centrali corrisponde una crescita ancora maggiore della potenza installata, che ha raggiunto quota 350 MW, rispetto ai 140 MW riscontrati nel marzo 2010 (+150%). Un valore, dunque, più che raddoppiato e legato a sua volta alla crescita della potenza media dei singoli impianti: quelli sotto il megawatt, trainati dalla tariffa incentivante di 28 centesimi per ogni kWh prodotto, sono passati ad esempio da una media di 450 kW elettrici per unità agli attuali 750. È di circa 1.700 kW, invece, la taglia media delle strutture più grandi (oltre il megawatt), che accedono al sistema dei certificati verdi (maggiorati con il coefficiente 1,8 per le biomasse agricole di filiera corta, entro i 70 km, o derivanti da accordi di filiera). In generale, circa l’85% delle centrali ha comunque una potenza inferiore al megawatt: il 55% è compreso tra 500 e 1.000 kW, il 20% tra 100 e 500 kW, mentre tocca il 10% la microgenerazione sotto i 100 kW.
A dare il contributo più rilevante allo sviluppo del settore in Italia è sempre il Centro- Nord, in particolare nell’area della Pianura padana, caratterizzata dalla forte presenza di aziende zootecniche. In testa per numero di impianti si conferma la Lombardia (210 unità), seguita da Veneto (78), Piemonte (72) ed Emilia Romagna (63).
Per quanto riguarda le materie prime immesse per la produzione di energia elettrica e termica, a prevalere è l’utilizzo di una miscela tra i diversi substrati agro-zootecnici: il 58% delle centrali a biogas (calcolo fatto da Crpa sul 64% del campione) mette insieme nei digestori effluenti zootecnici, colture energetiche dedicate (come insilati di mais) e sottoprodotti agroalimentari. Nel 29% dei casi vengono invece utilizzati solo reflui di allevamento, mentre è il 13% delle imprese a impiegare solo colture e scarti dell’agroindustria.
«La grande maggioranza degli impianti a biogas usa substrati di provenienza aziendale o comunque locale, con un forte impatto sul territorio », afferma Sergio Piccinini del Crpa, che rimarca: «Il settore è in continua crescita e può dare un apporto rilevante al raggiungimento degli obiettivi Ue al 2020 fissati per l’Italia. Il piano nazionale per le rinnovabili varato dal Governo, il cosiddetto Pan, sottovaluta però il contributo del biogas, stimando una potenza installata di 1.200 Mw entro il prossimo decennio: una soglia che, se continua il trend attuale, si potrà raggiungere in due-tre anni». Lo sviluppo del settore, va detto, resta tuttavia legato a doppio filo alla revisione degli incentivi, che dovrà essere definita nei prossimi mesi.


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