Bioenergie con il fiato sospeso

Mancano ancora all’appello le norme che disegneranno il sistema incentivante dal 2013
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Un settore con il fiato sospeso quello delle rinnovabili, ancora in attesa dei provvedimenti normativi che detteranno il nuovo sistema incentivante a partire dal 2013 che avrebbero dovuto già essere emanati da oltre sei mesi. Biomasse, biogas, biometano, termica sono solo alcune delle problematiche ancora sul tappeto.

«Il ritardo nell’emanazione dei decreti, dovuto in parte anche alla paura di aggredire troppo la bolletta elettrica, frena gli investimenti e rischia di gettare nell’immobilismo uno dei pochi settori che è stato in grado di reagire alla crisi – sottolinea Sofia Mannelli, consigliere del ministro Mario Catania –. L’Italia è il secondo paese nell’Unione europea ad investire nelle energie rinnovabili con 5,5 miliardi di euro nel 2011, un valore che rappresenta il 59% in più rispetto al 2010. E l’input che viene dall’Unione europea è indubbiamente quello di promuovere la “bioeconomia” che oggi vanta un fatturato di ben 2mila miliardi di euro e impiega 22 milioni di persone».

Il risultato immediato di questa incertezza normativa è stato «il blocco di moltissime iniziative cantierabili, con evidenti danni economici e di credibilità rispetto agli investitori sia nazionali che internazionali» sottolinea Aper, l’Associazione produttori energia da fonti rinnovabili, che chiede più tempo e, appunto, uno slittamento della «nuova disciplina incentivante almeno al 1° gennaio 2014».

 

BIOGAS, DUE NODI

«I processi autorizzativi per impianti a biogas che si concluderanno entro aprile consentendo l’allacciamento alla rete entro fine anno, andranno certo in porto; tanti saranno invece i progetti destinati ad essere ritirati» afferma Guglielmo Garagnani, presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna. «Un danno per tutte quelle aziende agricole che avevano creduto nell’avventura del biogas per rilanciare soprattutto l’attività zootecnica in difficoltà» e che oggi si scontrano anche con un’opinione pubblica, spesso male informata, e contraria alle centrali e così «la politica, per venire incontro alla cittadinanza che protesta, tende a non dare le autorizzazioni ad impianti che sono tuttavia in regola con le prescrizioni richieste». Senza dimenticare che «alla mancanza di norme certe a livello nazionale si aggiunge spesso una ridda di prescrizioni a livello regionale e locale che scoraggiano ancora di più gli investitori. Gli enti locali, province o comuni, dovrebbero attenersi al quadro regolamentare tracciato dalla regione senza definire disposizioni diverse che portano al blocco dei progetti. Una delle risposte migliori ai “comitati del no” – conclude Garagnani – è il biometano, dal momento, che l’immissione diretta in rete, ha un impatto ambientale molto diverso rispetto a quello della trasformazione in energia elettrica».

Oltre al sistema incentivante, l’altro grande capitolo aperto per il mondo del biogas, è la revisione del cosiddetto “decreto effluenti” (Dm. 7/4/2006) che è in attesa della firma da oltre un anno, ma che risolverebbe definitivamente il problema dei digestati inserendoli nell’uso agronomico e di conseguenza escludendoli dalla normativa sui rifiuti, come dice da tempo Paolo Ammassari del Mipaaf.

Secondo Luca D’Apote, Fattorie del Sole – Coldiretti «i decreti di prossima emanazione dovrebbero essere differenziati per settore e con regolamentazioni più specifiche che creino uniformità a livello nazionale. Per quanto riguarda il biogas la tariffa omnicomprensiva non ha aiutato nessuno; l’incentivo avrebbe dovuto essere differenziato fin dall’inizio come avviene in Germania, soprattutto perché avrebbe portato ad una diversificazione delle taglie di potenza e ogni azienda avrebbe costruito un impianto dimensionato sulle proprie disponibilità di approvvigionamento di materia prima e avrebbe consentito anche alle aziende italiane che costruiscono gli impianti di restare sul mercato».

 

FOTOVOLTAICO NAVIGA A VISTA

Quello che è certo è che il modello delle grandi centrali fatte da grandi investitori, sia nel biogas che nel fotovoltaico, «non può più funzionare – sottolinea Vittorio Cogliati Dezza presidente di Legambiente –. Le rinnovabili hanno una loro territorialità e quindi è necessario promuovere un mix di fonti diverse, tarato sul territorio. Il limite imposto al fotovoltaico a terra in area agricola è nato dalla volontà di bloccare le speculazioni, ma se ci fosse stato un vero piano organico per il settore su tutto il Paese queste non si sarebbero verificate comunque. E oggi le proteste a cui assistiamo contro il fotovoltaico a terra non hanno ragion d’essere perché questo copre meno di 11mila ettari in Italia».

E anche per il fotovoltaico, che proprio in questi giorni sta per tagliare, con grande anticipo, il traguardo dei 7 miliardi di incentivi, tetto massimo previsto all’anno, si ripresenta ancora una volta lo spauracchio dell’incertezza normativa con il cambio delle tariffe in corso e un nuovo conto energia, il quinto.


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