Aziende chiuse, la metà è agricola

Secondo il rapporto Unioncamere le difficoltà si fanno avvertire maggiormente nel settore primario
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Sono ormai mesi che il ritornello rimbalza da una organizzazione agricola all’altra. Ed è sempre lo stesso: la crisi sta falcidiando il sistema delle imprese agricole. Ora è arrivata la certificazione dell’Unioncamere. E il verdetto è allarmante, con un saldo negativo di 13.335 aziende che hanno chiuso i battenti. La metà delle imprese cancellate in Italia dunque ha il marchio agricolo. Però ancora una volta a crollare sono le ditte individuali che hanno lasciato sul campo (alla rilevazione del terzo trimestre 2012) 13.599 unità. Ed è il dato che trascina in terreno negativo la platea delle aziende agricole. Le società di capitali continuano a crescere (+190 unità) così come quelle di persone (+67). Un quadro omogeneo in quasi tutte le regioni. Gli aumenti più significativi si registrano infatti in Emilia Romagna, Lazio, Puglia, Sicilia, Lombardia e Toscana. Unici segni meno in Abruzzo e Molise.
La situazione di difficoltà ora poi, con la stangata Imu e con il costante aumento del gasolio, rischia di appensantirsi ulteriormente. Un dato che si affianca anche al calo di lavoratori. Insomma la crisi sta favorendo il processo di svuotamento delle campagne.
«Il dato Unioncamere sul settore primario – spiega il presidente della Confagricoltura, Mario Guidi – è in linea con una tendenza alla razionalizzazione che si registra da diversi anni, ma è anche il segno di una sofferenza in cui si trovano a operare tante imprese agricole che non trovano margini di redditività».
Guidi ricorda anche che sulla base delle analisi qualitative emerge che solo il 2% delle aziende è «in grado di generare massa critica. Si tratta di circa 30-32mila imprese da cui deriva gran parte del fatturato, del valore aggiunto e dell’occupazione del sistema agricolo nazionale».
Ma il presidente di Confagricoltura non ci sta a tracciare l’immagine di un settore «che si arrende». Perché «Ci sono imprese agricole strutturate, moderne e competitive che hanno messo in atto, già da tempo, precise strategie per fronteggiare le criticità. Come è emerso nell’indagine che abbiamo svolto recentemente con il Censis, le imprese più evolute hanno adeguato gli impianti e le strutture produttive (il 75% delle aziende più evolute), ridefinito le politiche di vendita (59%), riorganizzato le procedure di lavoro (57,3%), individuato nuove produzioni e colture (51,7%), ridefinito le funzioni di vertice (30,3%). Solo il 3,7% del campione intervistato non ha apportato alcun cambiamento».
Per la Coldiretti a pesare sul dato negativo evidenziato da Unioncamere c’è accanto all’aumento dei costi la stretta creditizia «A marzo i prezzi pagati agli agricoltori – sottolinea la Coldiretti – sono scesi del 2,3% rispetto allo scorso anno mentre si è verificato un aumento dei costi a partire dal gasolio, rincarato del 44 per cento. Il credit crunch ha colpito anche i campi dove sei imprese agricole su dieci hanno difficoltà ad accedere al credito, con il costo del denaro in agricoltura che ha raggiunto il 6% e risulta superiore del 30% a quello medio del settore industriale. Una situazione di difficoltà che si aggiunge agli effetti dei danni da maltempo e anche le preoccupazioni per l’applicazione della nuova Imu».
La Cia analizzando i dati rileva una condizione di particolare sofferenza nel Mezzogiorno, mentre dalle previsioni contenute nel rapporto Unioncamere 2012 non si evince alcun segnale di inversione di tendenza. L’organizzazione esprime preoccupazione per la tenuta delle aziende agricole sul territorio, in particolare quelle piccole e medie. «A mettere sotto pressione gli agricoltori – sostiene la Cia – ci sono in primis i costi di produzione alle stelle, trascinati dal caro-gasolio (+130% in due anni), seguiti dalla stretta creditizia con il parallelo aumento delle situazioni debitorie (oggi due aziende agricole su tre sono gravate da debiti e tre su dieci non riescono più a fronteggiarli, con il rischio di finire nella rete dell’usura e della criminalità organizzata). A questo si aggiunge la macchina farraginosa della burocrazia, che costa al settore più di quattro miliardi di euro l’anno».
«Dati impietosi e che raffigurano quello che gli operatori sostengono da anni» è il commento del presidente di Confeuro, Rocco Tiso che sollecita il Governo a tener conto dei «picchi di difficoltà che si stanno riscontrando in alcune aree e agire con prontezza per evitare una loro espansione».


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