Asparago verde fresco, per l’Italia si apre l’opzione dell’export

La crescita dei consumi fra i giovani europei potrà favorire il prodotto nazionale
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In Europa il progressivo aumento dei consumi di asparago verde, rispetto a quello più tradizionale bianco, potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Italia che è al primo posto per la sua produzione.

Attualmente la concorrenza della Spagna e di alcuni Paesi neocomunitari verso l’asparago verde prodotto in Italia è forte, ma vincibile (mentre la Grecia produce ed esporta essenzialmente asparagi bianchi e la Francia produce, consuma ed esporta asparagi bianchi). Sono queste le ragioni che possono aprire all’asparago verde italiano prospettive di successo sui mercati europei.

È quanto afferma con piena convinzione Agostino Falavigna, direttore del Cra-Unità di ricerca per l’orticoltura di Montanaso Lombardo (Lo) ed esperto di fama internazionale della coltura dell’asparago.

«Le nuove generazioni europee preferiscono l’asparago verde. Perciò sta maturando la propensione a investire sul verde anche nei Paesi dove si produce l’asparago bianco. Come è noto, il bianco si può produrre, sotto copertura, nei Paesi a clima temperato o anche freddo, come in Germania e Polonia. Il verde invece è più adatto ai Paesi con clima mediterraneo. È in tale dinamica dei consumi che occorre inquadrare lo sviluppo dell’asparagicoltura nei diversi Paesi produttori europei».

La Grecia, ricorda Falavigna, ha ricevuto negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso un forte impulso, da parte di importatori tedeschi, a produrre asparago bianco da inviare in Germania. «I produttori greci sono arrivati a investire fino a 9.000 ha, di cui il 95% ad asparago bianco. Ma presto sono piombati in una profondissima crisi anche per l’errata scelta varietale: infatti coltivavano ibridi bianchi tedeschi, suggeriti dagli importatori e adatti al clima temperato-freddo della Germania, ma del tutto inadatti al clima caldo-arido della Macedonia greca. Dopo iniziali buoni risultati le rese sono calate, fino a 30 t/ha, e anche la qualità è peggiorata. Ancora oggi il comparto asparagicolo greco stenta a risollevarsi dalla situazione di crisi in cui è caduto».

 

I COMPETITOR

Anche la Spagna ha commesso errori simili alla Grecia, coltivando gli scorsi decenni ibridi di asparago bianco costituiti in Francia, ma non adatti al clima caldo arido dell’Andalusia. «Ma la Spagna, a differenza della Grecia, ha in buona parte rimediato a tali errori riconvertendo l’asparagicoltura verso ibridi più adatti agli ambienti pedoclimatici iberici: verdi per l’Andalusia e l’Estremadura, bianchi per la Navarra. I risultati stanno dimostrando che sia per l’asparago verde sia per il bianco, e nelle diverse zone climatiche, la scelta varietale è stata azzeccata. Nonostante questi miglioramenti la Spagna vive un calo consistente della superficie coltivata ad asparagi e vanta una resa per ettaro piuttosto bassa, 4-4,5 t/ha, cosicché ogni anno la produzione è in costante flessione: dalle 54.600 t del 2004 alle 47.400 mila t del 2009. Di conseguenza la Spagna di anno in anno perde capacità competitiva sui mercati europei. Sul fronte poi dell’asparago conservato, la Spagna ha chiuso quasi tutte le industrie, in particolare nella Navarra dove si lavorava asparago bianco inscatolato, e ora lo importa, verde e bianco, dal Perù».

Anche la Francia non sembra un concorrente proprio temibile, aggiunge Falavigna. «Produce asparago bianco, ma alcuni anni fa un’alluvione ha distrutto circa 4.000 ha in Camargue. La produzione francese di asparago è andata in crisi e non si è più ripresa, infatti nell’arco di dieci anni è crollata da 17.000 ha a 10.000 ha, poi si è stabilizzata e ora è sotto gli 8.000 ha. Le rese non sono ottimali, circa 5 t/ha, e la qualità non è proprio eccellente».

Concorrenti di livello alto iniziano a essere alcuni Paesi dell’Europa orientale. «L’Ungheria, in primo luogo, e poi la Bulgaria aumentano anno dopo anno la superficie coltivata ad asparago, soprattutto verde e, grazie ai costi contenuti e alla buona qualità, cominciano a esportare in Europa occidentale, in particolare in Germania. Non ci sarebbe da meravigliarsi se le loro produzioni arrivassero a breve anche in Italia».

 

BOOM TEDESCO

Ma il Paese europeo dove l’asparagicoltura mostra maggiore slancio è la Germania, «la cui superficie coltivata ad asparago è notevolmente cresciuta negli ultimi 20 anni, quasi triplicata, raggiungendo ben 19.000 ha e 98.000 t, destinati per il 95% ad asparago bianco e solo per il 5% a quello verde, con rese di 5,5-6 t/ha. A questa forte crescita ha contribuito molto l’unificazione fra Germania Ovest e Germania Est, perché quest’ultima, oltre a possedere aree vocate e importanti per la produzione dell’asparago, ha fornito manodopera per la raccolta nella parte occidentale del Paese. La Germania consuma moltissimo asparago e, oltre a produrne tanto, ne importa comunque molto dalla Spagna e dalla Grecia e, per il momento, poco dall’Italia, soprattutto verde. Tuttavia la Germania rappresenta un mercato alla portata dell’asparago italiano di qualità».

E l’Italia come si presenta davanti a un mercato europeo che sembra sorriderle? Essendo il Paese maggior produttore in Europa di asparago verde, potrebbe aumentarne l’offerta per esportarlo, suggerisce Falavigna, poiché Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda e altri Paesi del Centro-Nord Europa tendono ora ad aumentare i consumi di asparago verde a scapito di quello bianco.

«L’Italia ha il vantaggio, con quasi 7 t/ha, della maggiore resa che permette di distribuire i costi fissi, come l’ammortamento dell’impianto e delle macchine, su una maggiore quantità di prodotto, quindi con una minore incidenza unitaria: così, in pratica, il prodotto italiano diventa più competitivo. Bisogna infine ricordare che con l’asparago, al contrario di quanto accade per altre colture, esiste una relazione diretta fra resa e qualità: chi fa più prodotto ottiene anche migliore qualità in termini di calibro, colore, forma e gusto».

L’Italia, informa Falavigna, coltiva ad asparago circa 6.000 ha (80-85% a verde e 15-20% a bianco), con una produzione di circa 40.000 t.

«La coltivazione è sviluppata soprattutto nel Nord-Est, con 1.500 ha (1.400 nel Veneto), di cui l’80% a bianco e il 20% a verde, ma con tendenza all’incremento del verde. Il Piemonte, a Santena (To) e nel Cuneese, coltiva 200-300 ha ad asparago verde e su una ristretta superficie il Violetto d’Albenga. La Lombardia ha una produzione quasi insignificante, 50 ha, di turioni di colore rosa-verde, raccolti quando spuntato solo per 4-5 cm, mentre la parte sottostante è bianca. Sotto il Po si coltiva quasi solo asparago verde.

L’Emilia-Romagna produce molto asparago, anche se negli ultimi 20 anni la superficie investita è calata da 1.000 a 600-700 ha. E la produzione da Altedo (Bo) si è spostata verso i terreni sabbiosi o torbosi di Ferrara. Grosseto conta 200 ha ad asparago verde. Nel Lazio, in provincia di Viterbo, fra Montalto di Castro, Canino e Tarquinia, 100 ha di asparago verde vengono forzati con acque termali. La Campania, soprattutto il napoletano, è la più grossa area italiana di produzione di turioni verdi precoci sotto tunnel, che arrivano sul mercato già intorno al 10 febbraio: circa 1.000 ha, ai quali se ne aggiungono altri 200 in pieno campo. La Puglia comprende quasi 900 ha di asparago verde in pieno campo, concentrati soprattutto in provincia di Foggia e in minima parte in quelle di Taranto e Bari. La Sardegna vanta 30-40 ha in pieno campo di turioni verdi e qualche tentativo di fare coltura protetta».

 

SICILIA SOTTO TUNNEL

La Sicilia comprende attualmente non più di 50-60 ha coltivati ad asparago, con una resa media di 10 t/ha e una produzione totale di circa 500 t. Ma è la regione, sostiene Falavigna, che vanta le maggiori potenzialità in Europa per la produzione di asparago precoce e di alta qualità: «Le prove effettuate per diversi anni nella zona di Mazara del Vallo (Tp) e nel Messinese dimostrano che là si può produrre asparago di qualità in coltura protetta, prima che nel napoletano, cioè dalla fine di gennaio a tutto marzo, quando in Europa manca offerta di asparago. Perciò la Sicilia, con la coltura sotto tunnel, potrebbe alimentare una forte corrente esportatrice, anche da altre aree vocate, come il Ragusano. Gli agricoltori, però, che volessero tentare in quell’epoca il mercato europeo, che sicuramente non li deluderebbe, dovrebbero possedere una forte propensione all’aggregazione, concentrare l’offerta, e garantire un’offerta continua e in quantità sufficiente alle richieste di prodotto sempre di qualità.

Oggi tutto questo in Sicilia non accade, per varie ragioni, soprattutto organizzative. Alcuni anni fa si costituì l’Associazione produttori di asparagi di Sicilia, ma poi ciascuno andò per proprio conto. La Sicilia è davvero una grande incognita con enormi potenzialità non sfruttate. Eppure esistono tutte le condizioni oggettive per produrre ottimo asparago precoce per i mercati di Copenhagen, Francoforte o Stoccolma!».


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