Asparagi, la crisi taglia i consumi

Dopo un buon inizio, è arrivata una brusca frenata per consumi e prezzi
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La superficie coltivata ad asparago in Italia si mantiene sostanzialmente costante attorno ai 6.300 ha, per l’80% coltivati in pieno campo e per il restante 20% sotto serra, con una produzione annuale stabile sulle 44.000 t, di cui 9.000 di asparagi bianchi.

Le principali regioni produttrici sono il Veneto (dove si coltiva soprattutto asparago bianco) e la Campania (con una produzione particolarmente abbondante sotto serra) seguite da Puglia, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte e Toscana.

Da segnalare che fino a qualche tempo fa, in alcune zone come l’alto Lazio e la bassa Maremma per l’asparago verde e il comprensorio di Padova per quello bianco, era diffusa l’abitudine di anticipare l’inizio della raccolta sfruttando le acque calde termali per riscaldare i terreni. Oggi però, a causa dell’elevato costo del gasolio necessario per estrarre l’acqua dal sottosuolo, si sta abbandonando questa pratica. E questo anche perché il mercato non sempre riesce a remunerare adeguatamente la primizia anche per effetto della presenza sui banchi di vendita di importanti quantità di prodotto di importazione proveniente dal sud America, in particolare Perù e Messico, caratterizzato da un buon livello qualitativo ed esitato a prezzi molto competitivi.

«Quest’anno – sottolinea Daniele Fantini dell’ufficio commerciale di Naturitalia, società aderente al Gruppo ortofrutticolo Apo Conerpo – la raccolta è iniziata in marzo con trend regolare per quanto riguarda il prodotto del Sud, mentre al Nord a causa dell’andamento stagionale piuttosto fresco la raccolta è cominciata in ritardo e in un primo momento la produzione è risultata scarsa. Generalmente, le quantità perse nella prima parte della campagna difficilmente vengono recuperate e pertanto si può ipotizzare che la produzione risulterà leggermente inferiore al previsto».

«L’andamento commerciale – prosegue Fantini – è risultato soddisfacente fino a Pasqua, ma subito dopo ha fatto registrare un brusco rallentamento dei consumi e una rapida diminuzione dei prezzi. Tutto ciò nonostante il clima, caratterizzato da temperature non certo elevate, abbia diluito la maturazione degli asparagi evitando che si creassero concentrazioni di prodotto sul mercato nello stesso momento».

In buona parte la ragione della contrazione dei consumi è da ricercare nella pesante crisi economica. L’auspicio è che questa difficile congiuntura non penalizzi ulteriormente un ortaggio che generalmente è proposto in vendita con un prezzo abbastanza elevato e che quindi più difficilmente può trovare spazio nel carrello della spesa in questo periodo di recessione.

La produzione italiana di asparagi viene destinata prevalentemente al mercato interno e la quota esportata si mantiene sempre piuttosto marginale senza grandi oscillazioni. Anche le importazioni dall’estero risultano sostanzialmente stazionarie, attestandosi sulle 4.000 t e spostandosi sempre più sul prodotto in controstagione.

Per quanto concerne i diversi canali commerciali, attualmente in Italia la distribuzione moderna detiene una quota di mercato dell’asparago superiore al 60%. Più del 70% del prodotto viene consumato al Nord e nel periodo primaverile (da aprile a giugno) a dimostrazione della forte stagionalità di questo ortaggio.

«Per ciò che riguarda Naturitalia – conclude Fantini – ogni anno commercializza mediamente una produzione di 8.000 q di asparagi provenienti da Puglia, alto Viterbese ed Emilia-Romagna, zone particolarmente vocate. Grazie alla forte specializzazione delle aziende associate, che vantano tecnologie di confezionamento avanzate, Naturitalia può indirizzare la quasi totalità della produzione alla gdo, diversificando le confezioni, sviluppando le private label e qualificando l’offerta con il prodotto Igp di Altedo».


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