Altolà degli agricoltori su Parmalat

Per il progetto spunta anche l’ipotesi Ferrero: siamo interessati se maturano le condizioni
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Al termine di un lungo percorso di risanamento, dopo il crack del 2003, Parmalat si conferma un’azienda appetibile. Un «brand» storico dell’agroalimentare made in Italy, leader nazionale con una quota del mercato lattiero di circa il 30%, e con 69 stabilimenti produttivi sparsi in 16 paesi, 14mila dipendenti e un fatturato 2010 di circa 4,3 miliardi di euro, con un utile netto di 128,3 milioni.
Il tentativo di scalata all’azienda di Collecchio (Parma) da parte del colosso francese Lactalis, presente in 140 paesi, con 38mila dipendenti e un giro d’affari di 10 miliardi, in Italia da 14 anni con Italatte (suoi i marchi Galbani, Invernizzi, Locatelli, Cademartori) ha riacceso con prepotenza i riflettori su quella che non è solo un’operazione economico-finanziaria, ma anche una vicenda che ha richiamato l’attenzione di organizzazioni agricole, governo e mondo imprenditoriale.
Dopo che Lactalis nei giorni scorsi ha rastrellato in Borsa il 29% delle azioni Parmalat, il sistema pubblico e privato nazionale ha fatto quadrato. Auspicando che il gruppo emiliano possa comunque continuare a fare leva sull’italianità dei suoi prodotti.
Certo, che sia la stessa Lactalis a cercare allevatori e latte italiani lo dimostra l’accordo firmato a febbraio in Lombardia con Coldiretti e Cia, in base al quale la controllata Italatte pagherà 39 centesimi il litro fino a giugno e 40,2 centesimi nei tre mesi successivi.
Ma il mondo agricolo ha voluto in ogni caso mettere le mani avanti. «La priorità – ha avvertito il presidente della Coldiretti, Sergio Marini – va data a un progetto industriale che valorizzi veramente il latte e la zootecnia italiana, quindi un made in Italy che oltre al marchio contenga materie prime italiane ».
«Noi non tifiamo per nessuna cordata – ha sottolineato il presidente della Confagricoltura, Federico Vecchioni – tifiamo per l’italianità degli approvvigionamenti di latte». «Il vero problema – aggiunge Vecchioni – è che Lactalis, che ha già nel carnet altri brand italiani conosciuti e apprezzati, acquisendo anche Parmalat si troverebbe in una posizione di mercato dominante, con una capacità di acquisizione del 35-40% del latte italiano ».
Per il presidente della Cia, Giuseppe Politi, con la partecipazione di una multinazionale straniera in Parmalat, «l’industria italiana dovrebbe prendere atto che i formaggi stanno attraversando una fase di mercato positiva, ma questo finora non ha avuto ricadute positive sul prezzo del latte alla stalla».
Intanto, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato che il governo sta lavorando a un provvedimento «antiscalata», simile alla legge che il governo francese adottò nel 2005 per contrastare la scalata di Danone da parte della Pepsi.
Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dal canto suo ha avvertito che «se vogliamo un sistema paese che ha capacità di investimenti, non dobbiamo stupirci se poi arrivano i capitali stranieri. Il problema è non essere solo preda». Un monito subito recepito da un altro colosso alimentare italiano – il gruppo Ferrero – che analogamente alle manifestazioni d’interesse espresse a più riprese nel corso degli anni da Granarolo, si è detto «interessato al progetto Parmalat se maturano le condizioni ». L’azienda «è sicuramente un’impresa di rilevanza strategica per l’economia italiana e Ferrero guarda con interesse a possibili soluzioni a rilevanza industriale di lungo periodo e di matrice italiana».
Anche il ministro delle Politiche agricole, Giancarlo Galan, ha sottolineato che «il tessuto agricolo italiano ha bisogno di un sistema industriale che sappia valorizzare il carattere del settore agroalimentare, ricco di qualità, rappresentativo del made in Italy». Galan ha quindi auspicato che vengano evitati «i rischi di eccessive delocalizzazioni ».


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