Agroenergie: Il biogas dà una mano al biometano

In tre anni impianti cresciuti dell’80%
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Il biogas guadagna terreno. Gli impianti che utilizzano materie prime agricole presenti in Italia sono quasi raddoppiati in tre anni, passando dai 154 siti del 2007 ai 276 dello scorso anno (+80%). Uno sviluppo rilevante che, oltre ad accrescere il potenziale legato alla generazione di energia elettrica-termica, rende ipotizzabile l’avvio di una filiera del biometano per l’autotrazione. È questo uno degli spunti emersi nel corso del convegno organizzato, nei giorni scorsi a Roma, da Piattaforma Biofuels Italia ed Enea sul recepimento della direttiva Ue sulle rinnovabili. Un’occasione durante la quale si è parlato anche della situazione di stallo in cui si trova il biodiesel, con una rilevante capacità installata, ma poche certezze su cui fare affidamento.
Le note positive, come detto, vengono dal biogas. Secondo le ultime rilevazioni (effettuate dal Crpa di Reggio Emilia) le 276 centrali che utilizzano materiali di origine agricola in Italia sono distribuite in gran parte nelle regioni del Centro- Nord: in testa la Lombardia con 102, seguita da Emilia Romagna (36), Piemonte (35), Veneto e Trentino (entrambi 33). La potenza installata relativa agli impianti a biogas nel 2010 ha toccato quota 462 MW (240 nel 2007), di questa circa il 42% deriva dall’impiego di effluenti zootecnici, scarti organici e colture dedicate (circa 55 ettari), il resto da reflui agroindustriali, Forsu e fanghi di depurazione.
Visto il potenziale e la disponibilità di substrati agricoli utilizzabili si arriva a ipotizzare lo sviluppo di una filiera del biometano, gas naturale (derivante dal biogas) che può essere utilizzato come combustibile per autotrazione. A sostenere questa strada, tra l’altro, è Marco Caliceti, responsabile per le bioenergie di Confagricoltura: «Puntare anche sul biometano – ha detto nel corso del convegno della Piattaforma Biofuels – è un soluzione per accrescere l’interesse dell’agricoltura per i biocarburanti. E sarebbe una scelta funzionale per il raggiungimento degli obiettivi comunitari per le rinnovabili anche nel campo dei trasporti oltre che in quello dell’energia elettrica. Per farlo però andrebbe studiata una modalità di incentivazione ad hoc e la creazione di una rete infrastrutturale adeguata ».
Il biometano, ha poi sottolineato lo stesso Caliceti, ha una capacità produttiva di energia primaria particolarmente elevata per ettaro di superficie dedicata. È uno scenario ben diverso quello che riguarda il biodiesel, il combustibile realizzato dai semi oleosi (come colza, soia e girasole), con una capacità produttiva di oltre 2,3 milioni di tonnellate per circa 14 impianti (più 2 da realizzare) distribuiti sul territorio nazionale. La produzione nel 2009, tuttavia, si è fermata a 795mila tonnellate, con l’immissione in consumo di meno di 1,2 milioni di tonnellate di biofuel (in parte di importazione). Per il biodiesel, va detto, è stato cancellato nel 2010 (dalla Finanziaria dello scorso anno) il plafond defiscalizzato. «La capacità produttiva – spiega Maria Rosaria Di Somma, direttore generale di Unione produttori biocarburanti – consentirebbe di centrare gli obiettivi, ma nella realtà diversi impianti sono fermi per la mancanza di certezze. I biocarburanti sono senza incentivi in questo momento: l’unica spinta viene dall’obbligo di miscelazione, quest’anno al 4%, e dalle relative sanzioni per gli inadempienti».
Sono solo due, invece, le aziende produttrici di bioetanolo in Italia (Caviro e Ima Bertolino), mentre resta in campo il progetto di Mossi& Ghisolfi sulla seconda generazione.
Per il biofuel, infine, c’è da affrontare la sfida sostenibilità. Si tratta di rispettare i paletti comunitari che permetteranno dal 2012 solo l’impiego di biocarburanti che, considerando tutto il processo produttivo, consentano di risparmiare almeno il 35% delle emissioni di gas serra (rispetto ai combustibili fossili). Una quota che salirà al 50% dal 2017, ma che già al suo primo step rischia di tagliare fuori, ad esempio, il biodiesel da soia (riduzione standard del 31%) e da colza (38%). «Sul fronte della sostenibilità – ha osservato Vito Pignatelli di Enea – la soluzione è rappresentata dai biofuel di nuova generazione, che utilizzano colture più vantaggiose dal punto di vista degli input energetici utilizzati, come la canna comune o il panico».


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