Agricoltura, alzati e cammina!

trattori_rottamazione.jpg

Facciamo finta che…Quante volte da bambini abbiamo fatto questo gioco, oggi rivalutato dagli psicologi, che lo contrappongono alla passività indotta dai videogame, tanto realistici da superare perfino la fantasia?
Bene, per una volta ancora, da adulti, facciamo finta di tornare indietro nel tempo, dimenticare vent’anni di premi Pac e relativa burocrazia e tornare ai cari, buoni, vecchi montanti compensativi. Li ricordate?
In realtà, nessuno li vedeva direttamente, ma, come i supereroi dei videogiochi, intervenivano direttamente nella formazione dei prezzi agricoli che, nel sicuro e impenetrabile recinto comunitario, venivano davvero gestiti e non – come ora – semplicemente subiti. 
In un’Europa faticosamente risorta dalle rovine della guerra, nella quale non sarebbe stato facile distinguere i vincitori dai vinti, visto che tutti quanti avevano subito lutti e distruzioni, i Paesi membri avevano usato questo sistema – un mercato chiuso, assistito alzando artificialmente i prezzi – per difendersi dagli attacchi esterni.
La finalità della politica di sostegno era allora molto diversa da quella di oggi: doveva garantire all’agricoltura una redditività soddisfacente, proporzionata a quella degli altri comparti produttivi, nell’ottica di uno sviluppo economico e sociale equilibrato, dove ogni impresa e ogni cittadino avessero la stessa consapevolezza di lavorare per il progresso comune.
La cosa singolare è che quando la gente si ricordava bene la fame – perché l’aveva patita davvero – si preoccupava dei grandi ideali, mentre oggi che abbiamo praticamente tutto si guarda solo al portafogli e si rischia anzi di farsi prendere in giro, come sognatori, quando ci si azzarda a sollevare lo sguardo al di sopra dei fatti contingenti.


In balia dei prezzi dei prodotti agricoli

Ma il gioco è finito, i montanti compensativi sono stati superati dalla Storia, abbiamo avuto la Pac e non l’abbiamo capita.
Tutto sembra gravitare attorno al prezzo dei prodotti agricoli o, per meglio dire, degli unici prodotti agricoli con cui il nostro Paese riesce effettivamente a raggiungere la massa critica per entrare nelle statistiche: che, guarda caso, sono i più poveri, i più sensibili agli effetti della globalizzazione, cioè i cereali.
Quindi, ora che i listini sono tornati a salire, l’annata si chiude con grandi speranze che, appena qualche mese fa, nessuno avrebbe mai osato prefigurare.
Allora, come la stabilità del passato era garantita dal sostegno ai prezzi, così basta che questi tornino in superficie per indurre un facile ottimismo e fare dimenticare le debolezze del nostro sistema agricolo. Un sistema che, proprio sulle commodities, non ha saputo lavorare nel modo migliore: fra i tanti errori che sono stati commessi, uno riguarda l’incapacità di saper costruire una filiera sui nostri prodotti più tipici, come la pasta.
Ma potremmoanche citare il caso della nostra industria molitoria, che ha ormai aperto un canale preferenziale di fornitura dall’estero, perché per seisette mesi, in Italia, nessuno vuol vendere.
Dare la colpa solo agli ammassi appare, però, riduttivo: è vero che se la permanenza nei sili si riduce a pochi mesi, i costi di gestione finiscono ugualmente per ritornare sul sistema, tuttavia bisogna ridare fiato alla programmazione e all’imprenditorialità.
Tenere il prodotto fino alla fine, nella speranza di rincari che statisticamente coprono solo i costi di deposito, non solo è inutile, ma anche dannoso: posto che la nostra produzione di cereali vernini copra sì e no la metà del fabbisogno, non è possibile che l’80% (e quindi il 40% della domanda) venga messo in vendita a due mesi dal nuovo raccolto, in quanto determina un ingolfamento del mercato che deprime i prezzi.
Insomma: non tutti possono fare il grande affare.
Per uno che ci guadagna, ce ne saranno altri che ci rimettono, benché il mercato dei cereali sia tipicamente una “terra di conquista” per speculatori di ogni genere: solo la piazza di Chicago (il famoso Board of Trade) tratta in un anno un quantitativo superiore (di diverse volte) all’intera produzione mondiale di cereali.
In altre parole, godiamoci il momento favorevole, senza illuderci troppo sul futuro.
L’esame degli andamenti dei prezzi delle commodities, al di là delle impennate e dei successivi rimbalzi verso il basso, mostra nell’ultimo decennio una tendenza al recupero: è lenta, è frantumata in mille oscillazioni, ma c’è, a riprova delle preoccupazioni degli economisti più accorti sulla prossima emergenza alimentare.


Sempre più verso impieghi non alimentari
Dobbiamo considerare che il cambio di destinazione di una parte delle superfici agricole verso impieghi non alimentari è ormai un fenomeno fisiologico, che ha assunto un andamento progressivo non solo nei Paesi che aderiscono al Protocollo di Kyoto, ma anche in altre aree, dove la produzione di biocarburanti viene vista come un grosso affare anche in assenza di incentivi statali.
Chi ha investito qualche milione in impianti di gassificazione di biomasse da colture dedicate ha un tempo minimo di rientro delle somme investite di 68 anni, sempre ammesso che il kWh continui a essere pagato 28 centesimi: se non è lui a preoccuparsene, saranno le banche che lo hanno finanziato, ma di certo per tutto il periodo di ammortamento dei mutui le superfici destinate a colture energetiche non potranno essere coltivate per altri scopi.
Dato che non si tratta di un fenomeno marginale, è lecito attendersi che l’offerta, sui mercati agricoli, tenderà sempre più spesso a essere superata dalla domanda; e tutto questo senza considerare le possibili conseguenze dei cambiamenti climatici, sui quali non vi sono certezze, né in un senso né nell’altro.
Del resto abbiamo motivo di credere che le superfici destinate a produzioni non alimentari siano suscettibili di una ulteriore espansione, giustificata dall’opportunità di sviluppare nuove filiere che consentano di sperimentare soluzioni alternative non solo in campo energetico, ma anche biotecnologico.


Filiere agroindustriali da riattivare

L’apertura verso produzioni non tradizionali può rappresentare un’interessante opportunità, non solo per le aziende agricole, ma soprattutto per le imprese di meccanizzazione agricola.
Prendiamo per esempio le colture da destinare a scopi energetici,comele essenze forestali a ciclo breve, oggi perfettamente meccanizzabili con cantieri di lavoro che, anche nelle forme più semplici, appaiono difficilmente proponibili su scala aziendale.
In altre filiere, come quelle fondate sulla gassificazione di prodotti agricoli, ove le attrezzature sono simili a quelle già in uso per altre colture, le capacità organizzative del contoterzista possono fare la differenza, a condizione che siano sostenute da una precisa informazione sulle tecnologie adottate.
L’energia da fonti rinnovabili non raggiungerà, verosimilmente, le dimensioni di un fenomeno di massa, ma non bisogna dimenticare che di solito i profitti migliori non si realizzano nei momenti di stabilità economica, in quanto la pressione della concorrenza tende a ridurre le differenze, livellando eventuali posizioni di favore.
I più favorevoli risultati economici si realizzano, invece, nei momenti di forte cambiamento, soprattutto per chi parte per tempo, giacché l’innovazione consente di avere l’esclusiva, almeno nelle fasi iniziali. Successivamente, i pionieri possono contare sulla maggiore esperienza acquisita e godere di un ulteriore periodo di vantaggio rispetto alla concorrenza.
D’altro canto, indietro non si torna: dopo che diverse colture hanno subito un drastico ridimensionamento – come il tabacco e la barbabietola – bisogna trovare alternative valide per garantire una continuità di reddito anche alle commodities, progressivamente ridotta dalla mancanza di valide colture da rotazione.
Questo modello colturale, fino a qualche anno fa limitato solo ai cereali vernini, è ora venuto alla ribalta anche per altri cereali – come mais e riso – nei quali la monosuccessione comincia a determinare effetti preoccupanti sul piano sanitario, aggravando ulteriormente il problema. Le alternative ci sarebbero, a condizione di riattivare alcune filiere agroindustriali, come quelle delle piante a doppia vocazione (per esempio, fibra e olio) in grado di aprire un nuovo fronte, oltre a quelli alimentare, zootecnico ed energetico, al fine di lasciare agli agricoltori qualche opportunità aggiuntiva, rispetto all’impoverimento determinato da scelte esclusivamente economiche.
Grazie a una maggiore diversificazione colturale le imprese di meccanizzazione possono trovare un’efficace arma di difesa contro i rischi climatici, sempre più invasivi e pericolosi, oltre a diluire le lavorazioni agromeccaniche durante tutto l’arco dell’anno, con positivi riflessi sulle possibilità di ammortamento delle macchine agricole e su una migliore organizzazione del lavoro.


Pubblica un commento