A chi dare gli aiuti Pac?

Nel 2010 l’Italia dovrà decidere se escludere gli agricoltori non professionali
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Può un ettaro adibito a campo da golf, o un esclusivo circolo di equitazione, beneficiare di un aiuto comunitario al pari di un’azienda agricola? O ancora, saranno giustificabili in futuro differenziali di premio basati su produzioni e rese del triennio 2000-2002 o anche lo stesso importo erogato tanto a chi vive di sola agricoltura quanto a chi dai campi ricava solo un reddito secondario, o addirittura irrilevante? Dare i premi della Politica agricola comunitaria solo alle vere imprese è l’obiettivo (non nuovo) che si prefigge un articolo dell’ultima riforma Pac, lasciando però la scelta (come capita sempre più spesso) agli Stati membri. E l’Italia, a sentire le ultime dichiarazioni del ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, intende raccogliere questa sfida.

«Una delle battaglie che prima o poi riusciremo a vincere in Europa – ha detto nei giorni scorsi Zaia – è quella di fare arrivare il denaro agli agricoltori visto che oggi il 70% delle risorse europee va a chi non vive veramente di agricoltura. I soldi devono andare ai contadini veri». Ancora più esplicito era stato il sottosegretario alle Politiche agricole, Antonio Buonfiglio, affermando, in occasione della conferenza economica della Cia a Lecce, che «occorre che le politiche di sostegno imparino a distinguere tra chi è imprenditore agricolo e chi percepisce un contributo agricolo». Ricordando proprio la possibilità concessa agli Stati membri dall’ultima riforma Pac di decidere, a partire dal prossimo anno, che i contributi comunitari siano riservati ai soli imprenditori agricoli a titolo principale. Una scelta che secondo Buonfiglio garantirebbe all’Italia un miliardo di euro in più per politiche nazionali di settore. Lo strumento per mettere in pratica le indicazioni manifestate dal ministro Zaia e dal sottosegretario Buonfiglio è l’articolo 28 del regolamento 73/2009 dell’ultima riforma comunitaria sui «requisiti minimi per il percepimento degli aiuti diretti ». Si tratta dell’articolo che contiene, al primo paragrafo, l’indicazione della soglia dei 100 euro annui elevabile a discrezione degli Stati membri. Il secondo paragrafo della norma in questione prevede che, a partire dal 2010, gli Stati membri possono stabilire «adeguati criteri oggettivi e non discriminatori per garantire che non siano concessi pagamenti diretti a una persona fisica o giuridica: le cui attività agricole costituiscano solo una parte irrilevante delle sue attività economiche globali; o la cui attività principale o il cui obiettivo sociale non sia l’esercizio di un’attività agricola». Secondo lo stesso regolamento comunitario poi, i diritti all’aiuto che non danno luogo a pagamenti per due anni consecutivi in seguito all’applicazione della soglia minima o dei «criteri oggettivi» citati sopra per l’esclusione di alcune aziende dal sistema dei pagamenti, sono riversati nella riserva nazionale.

Così gli Stati membri della Ue, in applicazione dell’articolo, possono decidere di stabilire dal prossimo anno attraverso criteri oggettivi quali siano le «vere » imprese agricole da continuare a premiare con gli incentivi comunitari e quali invece escludere dal sistema dei pagamenti diretti. Altro che disaccoppiamento o erosione degli aiuti da modulazione o articolo 68. Una rivoluzione potenziale ancora più ampia di quelle introdotte a suon di riforme da Agenda 2000 fino all’Health check, passando per la riforma Fischler e il disaccoppiamento. Un principio, quello di riservare gli aiuti Pac solo alle vere imprese, sul quale in teoria sono tutti d’accordo ma che nella pratica resta molto difficile da declinare. Parte dei 54 miliardi di euro annui del bilancio agricolo comunitario, dei quali circa sei riservati all’agricoltura italiana, finiscono spesso dispersi in aiuti e misure con obiettivi non agricoli. Una parte di questo problema riguarda anche la nuova politica di sviluppo rurale. Ma il cuore restano le inefficienze del sistema dei pagamenti diretti.

Un problema, quello della dispersione dei finanziamenti verso rivoli non agricoli, che la Commissione europea, nel tempo, ha provato ad affrontare in molti modi. Il più evidente è quello dell’introduzione di una soglia minima, economica o dimensionale, per poter accedere ai premi Pac. Resa finalmente obbligatoria con l’ultima riforma della Pac, la cosiddetta «verifica dello stato di salute» varata alla fine dello scorso anno e appena entrata in vigore. Dopo un lungo dibattito che ha visto anche l’intervento degli europarlamentari italiani per evitare una soglia minima obbligatoria per tutti di 250 euro (come proposto inizialmente da Bruxelles), il requisito minimo per poter beneficiare degli aiuti Pac è stato fissato a 100 euro. Una soglia già introdotta in Italia dall’ex ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro (oggi alla guida della commissione Agricoltura del Parlamento europeo), gradualmente, in due anni, e scattata definitivamente nel 2008. Escludendo così definitivamente dal sistema dei pagamenti diretti oltre 140mila aziende agricole italiane.

Ma oltre al requisito minimo obbligatorio dei 100 euro annui, a discrezione degli Stati membri si potranno introdurre soglie più elevate, parametrate sulle diverse realtà dei 27 partner.
Per l’Italia, la soglia economica è fissata a 400 euro annui, mentre quella dimensionale è compresa tra 0,5 e 1 ettaro di superficie aziendale. Scaduto lo scorso 31 luglio il primo termine utile per decidere di elevare la soglia minima per accedere ai premi Pac, l’Italia può ancora decidere di attuare questa opzione. Si tratta di strumenti per alleggerire la burocrazia agricola e correggere storture e inefficienze del nuovo sistema dei pagamenti diretti. Tra le quali vale la pena ricordare quelle rilevate dalla Corte dei conti Ue all’indomani dell’entrata in vigore del disaccoppiamento e – per i Paesi che hanno scelto questa opzione – della regionalizzazione, con aiuti agricoli comunitari finiti a circoli di equitazione, campi da golf e scarpate ferroviarie.


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