Tanti errori in tanti anni, il settore deve ripartire.

  La rilevante quantità di uva da tavola prodotta in Italia, insieme con la sua ottima qualità, ha consentito negli…

3 - Colapietra - per Apertura Vigneto ad uva da tavola

 

La rilevante quantità di uva da tavola prodotta in Italia, insieme con la sua ottima qualità, ha consentito negli ultimi 6 decenni di soddisfare abbondantemente il fabbisogno interno e di sostenere una crescita rilevante dell’esportazione, in grado di portare il nostro Paese alla posizione di leader per l’export del settore.  Negli anni novanta le quantità esportate sono state comprese fra le 450.000 e le 650.000 t di uva, per giungere a quasi 700.000 t nel 2000 e 2001. Tale successo, è stato conseguito nel tempo grazie a varietà come Regina, Victoria, Red Globe, Michele Palieri, ed in particolare Italia che, per le loro apprezzate caratteristiche morfologiche ed organolettiche, hanno conquistato il gusto dei consumatori.

Poi, si è assistito ad un indebolimento del sistema produttivo e commerciale, anche in conseguenza dei mutamenti di gusto del consumatore europeo, principale fruitore dell’offerta italiana, che cominciava a mostrare sempre più la richiesta di nuovi requisiti qualitativi come l’assenza di semi (apirenia). Dal 2002 in poi le difficoltà del settore hanno visto la diminuzione delle quantità esportate, scese mediamente a circa 500.000 t, poco più di un terzo della produzione totale nazionale.

Tutto questo ha portato, in una situazione mondiale che vedeva la crescita dei consumi, al ristagno o addirittura alla perdita di posizioni dell’esportazione italiana. Si afferma sempre più un cambiamento di gusto del consumatore europeo: aumenta la richiesta di uve apirene. Di fronte a tale novità la filiera italiana dell’uva da tavola risulta incapace prima di prevedere e poi di cogliere con la necessaria rapidità il cambiamento, con conseguenti perdite di quote di mercato e cali produttivi.

Nel 2012 il raccolto di uve da tavola in Italia è stato pari a 10,8 milioni di q, in diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente e del 25% rispetto al 2006.  A livello territoriale, la produzione maggiore continua a registrarsi nel Mezzogiorno, dove nel 2012 sono stati raccolti 10,6 milioni di q (il 98% circa della produzione italiana). La Puglia conferma il primato nazionale con 6,5 Ml q (oltre il 60% del totale) con decrementi della produzione rispetto al 2011 del 21,7% e rispetto al 2006 del 38,8%. La Puglia e la Sicilia rappresentano congiuntamente il 93,8% della produzione nazionale.

Da segnalare che la contrazione produttiva italiana è avvenuta mentre a livello mondiale il comparto dell’uva da tavola è stato interessato da una crescita produttiva, passando da 120 Ml di q del 1987, ai 145 Ml del 2007 (trend +17%), con l’inversione registratasi tra Europa ed Asia in termini di area leader. Negli anni ’90 il continente europeo forniva il 40% della produzione mondiale e l’Asia il 35; oggi, invece, l’Asia fornisce il 46% e l’Europa il 25.  C’è stato anche un ampliamento dei Paesi produttori ed esportatori (Cile, Egitto, Messico, Turchia, Cina, ecc.). Tuttavia, anche i Paesi consumatori sono aumentati con un maggiore dinamismo del commercio internazionale.

In questo scenario l’Italia ha mostrato purtroppo segnali di crisi, tanto che nel 2002 ha perso la leadership mondiale come principale Paese esportatore a discapito del Cile ed è stata avvicinata da USA e Turchia. Tale situazione risente della presenza sui mercati internazionali di uva proveniente da nuovi Paesi produttori quali Egitto, Marocco, Tunisia e Turchia che, oltre ad essere avvantaggiati da maggiore precocità di produzione, stanno realizzando nuovi impianti tenendo conto delle attuali esigenze dei mercati internazionali, che chiedono sempre più uve apirene. Infatti, la richiesta di uva senza semi da parte del mercato inglese e nordeuropeo (principali importatori) è in chiara crescita e continua la domanda di questo prodotto da parte dei mercati continentali come Germania, Austria e Svizzera.

Negli ultimi anni comincia finalmente ad evolvere il panorama varietale dell’uva da tavola italiana; nei nuovi impianti viene dato maggiore spazio alle nuove varietà di uve senza semi, orientando progressivamente la produzione verso la tipologia di prodotto richiesto dal mercato.

E veniamo all’ultima annata. Il 2014 è stato un anno particolarmente critico per l’uva da tavola, essendosi manifestati effetti negativi derivanti da cause sia congiunturali che strutturali. Le prime fanno riferimento alle situazioni eccezionalmente negative, sia per gli aspetti climatici e sia per situazioni legate ad eventi geopolitici, come la crisi Russia – Ucraina e le decisioni collegate, che hanno comportato la chiusura della possibilità di esportazione verso mercati in crescita, e negli ultimi anni sempre più importanti per il settore. Peraltro questo mercato stava assorbendo bene l’eccesso di uve con seme.

Il viraggio produttivo verso le uve apirene richiede alcuni anni, a causa del tempo che intercorre fra l’avvio dell’impianto ed il raggiungimento dell’età adulta del vigneto; la difficoltà è stata accentuata dalla mancanza a livello nazionale di chiare scelte su quali varietà apirene impiantare. La ricerca di settore non è stata sostenuta da adeguati finanziamenti e quindi non ha avuto la possibilità di realizzare per tempo nuovi incroci di uva da tavola apirena adatti al territorio, in grado di far produrre uva di qualità ed in maniera sostenibile, a basso contenuto di residui di agro-farmaci e con alto contenuto di sostanze a valenza salutistica, caratteristiche di grande interesse per i consumatori. I produttori si sono quindi dovuti affidare a quello che la vivaistica internazionale metteva a disposizione e, con l’aiuto di ricercatori e tecnici, trovare le migliori soluzioni di tecnica colturale per ciascuna novità vegetale introdotta. Questo ha consentito al nostro Paese di cominciare ad avere una produzione significativa di uve apirene.

Sul piano della proposizione di nuovi incroci ottenuti localmente il CRA, con la sua sede di Turi (Ba) è riuscito ad avviare un importante programma di miglioramento genetico che ha già portato all’ottenimento di diverse migliaia di semenzali di uva da tavola, di cui molti apireni, attualmente in fase di valutazione, alcuni dei quali stanno mostrando già importanti segnali di interesse. Da segnalare che molte imprese locali hanno mostrato attenzione verso questa attività e manifestato l’interesse a contribuire allo sviluppo della ricerca, intervenendo con co-finanziamenti e poi nella gestione dei nuovi ottenimenti vegetali.

Non possiamo non citare anche gli effetti negativi che la crisi economica vigente pone sul consumo di tutta la frutta e quindi anche sull’uva da tavola, contraendone i consumi e quindi le possibilità di assorbimento da parte del mercato. Ancora, il persistere di barriere fitosanitarie che impediscono/rallentano la possibilità di raggiungere nuovi mercati. Ma questa situazione è aggravata dalla difficoltà del nostro sistema politico, statale e regionale, nel sostenere l’apertura e lo sviluppo di nuovi mercati, cosa che stanno riuscendo a fare Paesi come Perù e Cile. E ancora, non possiamo dimenticare le conseguenze negative derivanti dalle difficoltà del nostro sistema esportativo di aggregarsi e fare massa critica, di utilizzare risorse pubbliche per fare promozione del prodotto, di programmare l’offerta sui mercati in funzione delle possibilità di assorbimento. A discapito, gli operatori citano una eccessiva complessità dei controlli, che non solo impegnano le imprese per tempi significativi (che hanno un costo), ma fanno sentire aleatoria la possibilità di ricevere il sostegno.

Per avere una visione più completa della situazione attuale del settore uva da tavola accompagnano questa nota due contributi di qualificati esponenti della produzione e della commercializzazione.


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