Suini biologici premiati dai mercati stranieri

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Austria e Germania premiano gli animali allevati in biologico. Il caso di un’azienda mantovana

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Allevare suini in regime biologico si può. E’ il caso dell’azienda agricola di Gianfranco Rossi di Asola nell’Alto Mantovano, 32 ha a seminativo, 4.500 maiali allevati all’anno. «La nostra famiglia – spiega Rossi, titolare dell’azienda, laurea in medicina veterinaria appesa al muro dell’ufficio e un trascorso da libero professionista – ha sempre allevato animali, prima vitelloni da carne, poi, dal 1993, suini. Ma è stata la crisi del comparto suinicolo di questi ultimi anni a suggerire un cambiamento: nel 2012 siamo passati all’allevamento biologico. Dapprima in conversione poi in regime biologico a pieno titolo». Due linee produttive – Scelta vincente, visto che in questi tre anni l’allevamento si è strutturato in due linee produttive, la prima per lo svezzamento, con una capacità di 700 suinetti per cinque cicli all’anno, la seconda per l’ingrasso, con una potenzialità di 900 suini per due cicli l’anno. Un allevamento, quello di Rossi, che si integra perfettamente nella filiera bio al 100% del Salumificio Pedrazzoli di San Giovanni del Dosso, realtà storica nel campo dei salumi in provincia di Mantova, di cui Rossi è soccidario. «Abbiamo rivisto tutti gli standard di allevamento passando dal convenzionale al biologico. Innanzitutto aumentando i parametri legati al benessere degli animali. Un suino da ingrasso ha, infatti, a disposizione 1,5 metri quadrati all’interno del capannone e altrettanti all’esterno nel paddock. Quindi il triplo di spazio rispetto al convenzionale. Poi la stabulazione avviene solo su lettiera costituita da paglia o materiale similare, con una dieta che si basa su mangimi rigorosamente della filiera biologica, integrati da fieno di erba medica di nostra produzione o acquistati da altre aziende certificate bio». Controllo malattie – Ma il metodo dell’allevamento biologico impone anche strategie diverse nel controllo delle malattie. «È permesso solo un trattamento curativo durante il ciclo vitale del suino – afferma l’allevatore – dobbiamo forzatamente puntare sulla profilassi. Quindi tutto vuoto – tutto pieno di 15 giorni, fra un ciclo e l’altro, e utilizzo di prodotti disinfettanti permessi dal metodo biologico sono le chiavi per mantenere un livello di infezione basso. E poi continua pulizia degli ambienti e ricambio frequente della lettiera» Anche la genetica degli animali gioca un ruolo fondamentale. «I nostri suini possiedono a livello genetico un forte componente derivante dalla razza Duroc, che contribuisce a fornire agli animali rusticità e resistenza alle malattie, anche se ciò determina – conclude Rossi – accrescimenti e indici di conversione inferiori a quelli che si registrano normalmente negli allevamenti convenzionali dotati di profili genetici più spinti». Burocrazia, quanti controlli – Certo, tanto lavoro in allevamento (con un dipendente a tempo pieno), ma anche a livello di carte e burocrazia. «I controlli dell’ente certificatore sono frequenti e minuziosi – spiega Rossi – Questo comporta un carico amministrativo notevole che a volte richiede tempo e attenzione per non incorrere in errori, che poi si pagherebbero molto cari con il ritiro della qualifica di allevamento biologico. Ma la mia preparazione veterinaria – sottolinea l’allevatore con una punto d’orgoglio – mi aiuta in questo difficile lavoro». Costi più elevati – Quindi spazi maggiori per gli animali e maggiori costi delle strutture, più manodopera e maggiore burocrazia. Sul fronte economico ne vale veramente la pena? «Serve un alto livello di controllo manageriale e i costi sono sicuramente più elevati rispetto all’allevamento convenzionale. Ma un fattore gioca a nostro favore ovvero il fatto che in Italia e in Europa di allevamenti di suini bio ce ne sono veramente pochi. E’ forte la richiesta di maiali certificati sia nel nostro Paese che all’estero. Non solo per produrre i salumi presso il Salumificio Pedrazzoli. Austria e Germania – Spesso e volentieri i suinetti appena svezzati nel nostro allevamento prendono la strada dell’Austria e della Germania dove il mercato premia gli animali italiani. Insomma – conclude Rossi – se non fossimo passati al biologico probabilmente avremmo già chiuso l’allevamento; invece oggi siamo qui a pianificare nuovi cicli produttivi per i prossimi mesi».