IN STALLA – contro le mosche con la lotta biologica

La convivenza uomo – mosche è indubbiamente difficile e mal tollerata. In effetti le mosche, rappresentate in primis da Musca domestica, sono uno degli organismi più diffusi nel nostro pianeta e rappresentano un classico esempio di “animale sinatropo”, per il fatto che si avvantaggiano degli spazi di vita e di lavoro dell’uomo con cui vengono a stretto contatto. La loro presenza induce sicuramente un senso di fastidio ma la loro capacità di essere vettori di diversi agenti patogeni le rende pericolose anche dal punto di vista sanitario, sia per l’uomo, sia per gli animali.

Le specie di mosche presenti negli allevamenti sono diverse:

1 – Musca domestica, o mosca domestica, che rappresenta circa il 60% delle presenze;

2 – Stomoxis calcitrans, o mosca cavallina, che rappresenta circa il 30% delle presenze;

3 – Musca autumnalis, o Face-fly, che rappresenta circa il 10% delle presenze.

La mosca domestica pur essendo la più presente in realtà è la meno fastidiosa, di gran lunga superata dalla mosca cavallina che è in grado di pungere gli animali e l’uomo per nutrirsi di sangue. La face-fly è così chiamata dagli anglosassoni perché si localizza a livello della congiuntiva, fungendo da vettore di microrganismi responsabili di pericolosi fenomeni di congiuntivite.

Poco benessere e poca igiene

Negli allevamenti zootecnici le infestazioni muscidiche causano stress agli animali con danni diretti sulla produzione, costituiscono elemento di disturbo per gli operatori, favoriscono l’insorgere di diverse patologie e contribuiscono spesso ad instaurare un clima di “caccia all’untore” nei confronti degli allevatori. Infatti, le attività produttive zootecniche sono normalmente indicate come principale causa del “problema mosche” per gli insediamenti abitativi vicini o per altre attività commerciali (vedi ristoranti, bar, attrazioni turistiche varie, ecc..), con successive proteste, denunce e immancabile grande risonanza sulla stampa locale.

Purtroppo la presenza degli animali, le deiezioni, il latte, i mangimi, sono tutte fonti di attrazione per questo insetto, che trova quindi negli allevamenti la situazione ideale per riprodursi causando spesso infestazioni allarmanti. Le mosche, oltre ad essere oggettivamente fastidiose, comportano delle implicazioni igienico-sanitarie ed hanno la capacità di condizionare il risultato economico dell’allevamento stesso.

Ne consegue che gli allevatori devono necessariamente mettere in pratica delle soluzioni di contenimento e la difesa chimica, basata sull’esecuzione sistematica di trattamenti contro larve e adulti, ha rappresentato la soluzione più ovvia ed apparentemente facile.

Tuttavia, trattamenti ripetuti, oltre a non portare alla soluzione del problema, possono comportare rischi per la salute degli operatori, per la sanità degli animali o anche dei prodotti alimentari derivati.

Gli animali stressati dalla presenza delle mosche si agitano, s’innervosiscono spendendo energie, assumono meno alimento con negative ripercussioni sulle produzioni. Se a queste considerazioni aggiungiamo la possibilità che vengano trasmesse malattie, ecco che il bilancio dell’azienda inizia a risentirne pesantemente.

Pupe di mosca parassitizzate

Appare chiaro che per il buon funzionamento dell’allevamento occorre cercare di limitare la presenza delle mosche.

Allo stato attuale oltre al tradizionale mezzo chimico è possibile applicare tecniche di controllo biologico delle mosche grazie all’introduzione di parassitoidi provenienti da allevamenti massali. In specifico si possono effettuare introduzioni di pupe di mosca parassitizzate da due imenotteri indigeni: Nasonia vitripennis e Spalangia cameroni.

La fattibilità dell’intervento biologico si articola su un’attenta valutazione preliminare della situazione aziendale: strutture, gestione delle lettiere, osservazione di tutti i possibili punti critici (cuccette, vitellaie, concimaie, recinti con paglia, ecc.). Una buona organizzazione dell’allevamento che preveda ordine, pulizia e la rimozione di tutti quegli elementi che possono in qualche modo complicare la gestione del problema è la necessaria premessa perché un razionale piano di disinfestazione possa produrre i risultati che ci si aspetta; solo dopo uno studio della realtà specifica è possibile redigere un programma di lancio per l’azienda interessata.

Nasonia vitripennis è un imenottero parassitoide gregario, attivo su diverse specie di mosche, che esplica la propria azione sulle pupe dell’insetto dannoso. Da queste pupe parassitizzate emergono in media 8-10 adulti del parassitoide che poi parassitizzano a loro volta; in questo modo la popolazione di nasonia presente nell’allevamento aumenta rapidamente con rapide ripercussioni sulla popolazione di mosche presenti.

Spalangia cameroni è invece un imenottero parassitoide solitario. Questo significa che da una pupa di mosca parassitizzata fuoriesce un solo adulto dell’insetto utile.

La diversa azione di nasonia e spalangia

L’azione dei due parassitoidi risulta complementare perché diverso è il comportamento e la modalità di ricerca delle pupe di mosca. Se nasonia esplora di preferenza i primi due centimetri di substrato (deiezioni, lettiera), spalangia è in grado di portare la sua ricerca più in profondità fino a 4-5 cm, con la possibilità di raggiungere pupe su cui la prima specie non riesce ad incidere.

Diverse sono poi le esigenze ambientali, ovvero le temperature di lavoro. Nasonia lavora a temperature più basse inferiori anche a 15°C, mantenendosi attiva per un periodo più lungo durante la stagione, mentre spalangia sviluppa un’azione superiore con le alte temperature estive per poi fermarsi con le riduzioni di temperatura tanto che a 14°C non è quasi più attiva.

Spalangia, inoltre, è un insetto che si insedia più lentamente, ma una volta insediatosi risulta più stabile tanto che lo si ritrova anche molti mesi dopo l’ultima introduzione.

Queste diverse caratteristiche fanno sì che le due specie svolgano un lavoro complementare e garantiscano insieme una plasticità allo schema di intervento, che la specie singola non è in grado di fornire.

Quindi, durante l’arco della stagione, considerato anche che la stalla è un sistema aperto che risente in maniera significativa delle temperature esterne, è possibile modulare i lanci preferendo per le diverse fasi e per le diverse caratteristiche ambientali ora una specie ora l’altra.  Per le prime introduzioni di marzo va meglio la nasonia già attiva alle temperature primaverili e in grado di avere un impatto importante, grazie alla sua gregarietà, sulla popolazione di mosche, mentre successivamente la spalangia gioca un ruolo importante con le temperature estive e per raggiungere l’obiettivo a maggiore profondità.

Va poi sempre considerato che i due parassitoidi sono indigeni, ovvero presenti naturalmente nei nostri ambienti, per cui il lavoro svolto non fa altro che implementare un meccanismo già presente in natura nei nostri ecosistemi e perfettamente in linea con tutte le problematiche di rispetto dell’ambiente e di basso impatto delineate dai crismi dell’agricoltura sostenibile.

L’esecuzione dei lanci dei due parassitoidi

I lanci quindicinali hanno inizio già dalla fine di marzo, prima che l’infestazione delle mosche rappresenti un problema tangibile, con lo scopo di insediare precocemente una popolazione importante dell’insetto utile capace di limitare l’incremento della popolazione di mosche nel corso della stagione.

In base alle diverse aree dell’allevamento, la distribuzione interessa soprattutto il perimetro delle lettiere concentrando maggiori quantità di pupe parassitizzate nei punti individuati come focolai, quali sono in particolare le vitellaie.

In definitiva, i punti di lancio devono essere organizzati in base alle diverse situazioni che si creano nei settori dell’allevamento: diventa strategico un accurato rilievo dello stato di fatto.

Infatti, durante tutto il periodo di lancio, tecnici esperti devono effettuare sopralluoghi periodici per  verificare e modificare, se necessario, il programma di controllo, in modo da farlo corrispondere sempre alle esigenze dell’allevamento.

 

SPALANGIA CAMERONI

Spalangia cameroni è un imenottero parassitoide solitario e da ogni pupa di mosca nasce un solo adulto di spalangia che emerge praticando un foro nella pupa della mosca colpita.

Il ciclo biologico in condizioni normali si completa in poco meno di 4 settimane. S. cameroni è una specie cosmopolita diffusa nei nostri ambienti ed anche se il suo ciclo è più lento è opportuna la sua introduzione negli allevamenti bovini nei programmi di controllo biologico basati su nasonia per coniugare alle qualità di quest’ultima specie le sue diverse peculiarità di ricerca e habitat.

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