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SPECIALE SANA 2010. I dati SINAB sull'agricoltura biologica
Meno aziende e più superficie, ma è solo un effetto “virtuale”
Da anni il Sinab (Sistema d'Informazione Nazionale sull'Agricoltura Biologica) presentava in occasione di Sana i dati sull’agricoltura biologica forniti al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali dagli organismi di controllo autorizzati. Quest’anno ne ha anticipato la diffusione ai primi di luglio, rendendo possibili analisi più tempestive.
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La sintesi: gli operatori biologici al 31 dicembre 2009 erano 48.509 (contro i 49.654 del 2008), 40.462 dei quali produttori agricoli puri, a cui si aggiungono 2.564 aziende che effettuano anche qualche attività di trasformazione. 5.223 sono le imprese non agricole coinvolte in condizionamento, trasformazione e distribuzione; 56 gli importatori esclusivi, 204 quelli per i quali l’importazione è parallela ad attività di produzione, trasformazione e distribuzione.
È diminuito di 1.575 unità il numero delle aziende agricole, ma è aumentato di 240 quello delle imprese agricole con attività di trasformazione, con un saldo negativo ridotto a 1.335 unità. Continua l’aumento delle imprese di trasformazione e distribuzione (240 new entry, +10,3% per un totale di 5.223), come pure quello delle imprese importatrici (14 unità in più, tra quelle che svolgono esclusivamente l’importazione e quelle per cui rappresenta solo una delle attività aziendali).
Complessivamente la riduzione del numero di operatori è del 2,31%, con il picco inferiore del -3,75% delle aziende di produzione primaria e quello superiore del +10,33% di trasformatori e distributori (Tab. 1).
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Il centro sud si conferma l’area col maggior numero di agricoltori biologici, con Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Lazio in testa alla classifica. Se si passa alle imprese di trasformazione e distribuzione, l’accento diventa più settentrionale, con in testa Emilia Romagna e Lombardia, seguite da Sicilia, Veneto e Puglia (Tab. 2).
Per quanto riguarda le superfici, i dati Sinab evidenziano un aumento superiore al 10%, per un totale di 1.106.684 ettari.
Ma, avverte FederBio, si tratta di una crescita virtuale, dovuta all’aggiustamento di alcune incongruenze nelle rilevazioni del passato, ora riallineate (Tab. 3). 
Il principale orientamento si conferma l’aggregato foraggi, prati e pascoli, seguito dalla cerealicoltura e da olivicoltura e viticoltura, la cui consistenza è la maggiore al mondo; aumentano di circa 4.400 ettari la superficie orticola, di oltre 9mila quella a frutta secca, di oltre 7.500 quella di agrumi e di oltre 3mila quella a vite.
L’aumento delle superfici destinate a coltivazioni che comportano maggiori investimenti è poco in linea con la pur modesta contrazione del numero di aziende.
Ed è anche poco compatibile con l’andamento del mercato che, in tempi di generale stagnazione della domanda interna, sulla base delle rilevazioni del panel AcNielsen-Ismea nel canale della grande distribuzione è nettamente positivo e lo è ancor di più in quello specializzato, dove i dati delle imprese di distribuzione evidenziano un incremento in valore superiore al 15% (Tab. 4).
I COMMENTI
In realtà, la consistenza del comparto è fortemente influenzata dalle misure di sostegno dei Piani di sviluppo rurale. O meglio, dalla loro inadeguatezza, di cui si è mostrato del tutto consapevole il ministro Giancarlo Galan che, nel commentare i dati, ha richiamato anche le Regioni alla necessità di Piani di sviluppo rurale che favoriscano la conversione di nuove aziende verso il biologico e individuino strumenti per potenziare la strutturazione delle filiere: «L’obiettivo che ci poniamo – ha affermato il Ministro – è quello di favorire quanto più possibile l’accesso delle nostre imprese agricole a questo mercato in forte espansione e rispondere quindi alle richieste dei consumatori».
«Abbiamo particolarmente apprezzato l’analisi di Galan – commenta Paolo Carnemolla, presidente di FederBio – e il suo richiamo al sistema regionale che si deve impegnare a sostenere le imprese sul mercato. Non si può proprio affermare, infatti, che negli ultimi anni si sia remato in questa direzione: al contrario si sono introdotti nuovi ostacoli e vincoli, da ultima l’imposizione di piani di rotazione che penalizzano le nostre aziende. È invece fondamentale impegnarsi per consentire alle imprese di agganciarsi al continuo sviluppo del mercato interno e internazionale. Per questo abbiamo chiesto a Galan di incontrare il Comitato consultivo per l’agricoltura biologica per un franco confronto sulle prospettive del settore e sulla progettualità ministeriale, che in questa fase di contrazione di spesa deve concentrare le risorse su punti qualificanti e cruciali».
Il rilievo dell’inadeguatezza e dei ritardi nell’avvio delle misure appare infatti del tutto evidente dal dettaglio degli andamenti nelle diverse aree regionali.
Il crollo in Basilicata (-19,3%, da 4.155 aziende a 3.352) si rivela legato all’esaurimento del vecchio bando e al rinvio del successivo, bloccato da un ricorso al Tar.
«Nella realtà - sottolinea però Giuseppe Mele, responsabile agricoltura biologica e aree protette dell’ Alsia – coesistono la riduzione del numero di aziende e l’aumento costante del numero di quelle licenziatarie che valorizzano il prodotto con il marchio biologico. Il settore si presenta strutturato in due comparti: quello delle imprese che orientano le scelte sostanzialmente sulla base degli incentivi e quello delle imprese orientate al mercato, che è in fase di sviluppo nonostante la non facile contingenza economica».
Del tutto analogo il caso della Sardegna, che nel 2009 ha visto dimezzarsi il numero di aziende biologiche (da 2.620 a 1.351).
Presentando nel giugno scorso il programma triennale di rilancio del settore (770mila euro e diverse azioni di intervento), l’assessore regionale Andrea Prato ha constatato l’assenza per lungo periodo di investimenti pubblici a sostegno del settore.
Tra le iniziative attivate dalla Regione anche un protocollo d’intesa siglato tra Regione, Laore (l’agenzia per l’attuazione dei programmi regionali in campo agricolo e per lo sviluppo rurale) e Anci che prevede premialità nei bandi per l’uso di prodotti biologici nei servizi di ristorazione scolastica.
«Denunciavamo da tempo che nelle casse dell’agenzia giacevano fin da marzo 2009 le risorse relative alla programmazione 2005, che altre Regioni hanno già investito e rendicontato – dice Chiara Medda, presidente di Asab Sardegna –. Il crollo del numero di aziende registrato nel 2009 non è legato a contingenze, ma è figlio dell’assenza di politiche che si trascina da anni. Abbiamo però dei segnali estremamente positivi. Su circa 1.700 domande in graduatoria relativamente alla misura 112 del Psr per il primo insediamento, 900 sottoscrivono l’impegno all’adozione delle tecniche biologiche. Si tratta di un dato di assoluto rilievo, non solo per la sua entità assoluta, che da sola fa aumentare l’entità del settore biologico sardo di oltre il 60%, ma per il suo peso relativo: più di metà dei giovani che intendono avviare un’azienda agricola hanno scelto di farlo con metodi biologici, un elemento che deve far riflettere sia la Regione che l’intero sistema agricolo sardo».
MERCATO IN SALUTE
Il settore biologico, insomma, si trova un mercato intero e internazionale in estrema salute (con l’avvio di relazioni commerciali anche in mercati inattesi: le iniziative realizzate da FederBio insieme con BuonItalia e Ice hanno accompagnato le imprese ad avviare promettenti esportazioni in sud America, una missione realizzata con l’Ice a Il Cairo ha fruttato la presenza a Sana dei buyer delle principali catene distributive egiziane).
L’andamento altalenante delle sue statistiche non dipende da fluttuazioni degli andamenti commerciali e da conseguenti oscillazioni nel numero di aziende orientate al mercato, quanto, piuttosto, di quelle che trovano motivazioni nei premi previsti dalle misure agro-ambientali e sul mercato sono assai meno concentrate.
Se all’amministrazione pubblica interessa rafforzare la competitività di un settore economico sostenibile, giovane, dinamico e pronto a cogliere le opportunità, non ha che da accompagnarne lo sviluppo con strumenti adeguati e coerenti di promozione, di sostegno alle filiere, all’interprofessione, all’assistenza tecnica e commerciale.
Se è più interessata agli aspetti agro-ambientali, non ha che da mettere in funzione gli strumenti della Pac in grado di indirizzare le imprese a un approccio più ecologicamente sostenibile (da cui, magari, si potranno sviluppare anche opportunità multifunzionali o di mercato).
Quello che non può fare è continuare a non decidere (né per una tipologia, né per l’altra, né per ambedue), sprecando e facendo sprecare opportunità a un comparto che, come ricorda il reg. Ce 834/2007, esplica “una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale”.
AZ BIO Edagricole
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