Sostenibilità a suon di sanzioni

AGROFARMACI
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Finita la carota degli incentivi, le nuove misure agro-ambientali si impongono con il bastone delle penalizzazioni. Lo ribadisce il decreto 150 sull’utilizzo sostenibile degli agrofarmaci, le cui disposizioni (come si legge nell’art. 2) andranno armonizzate con le politiche di sviluppo rurale e con l’ecocondizionalità della nuova Pac. In vista quindi decurtazioni degli aiuti per gli inadempienti, e non è l’unica pillola amara del nuovo provvedimento legislativo, caratterizzato da multe salate, vincoli stringenti, ritardi intollerabili, tanta burocrazia, poca trasparenza sugli strumenti per raggiungere l’obiettivo – condivisibile – dell’utilizzo sostenibile degli agrofarmaci. Il decreto legislativo, pubblicato a fine agosto e operativo da metà settembre (le multe per le irrorazioni aeree non autorizzate e per la mancata tenuta del registro dei trattamenti sono già applicabili), recepisce in maniera discutibile l’omonima Dir. 2009/128.

L’EREDITÀ DI UN’ALTRA DIMENSIONE TEMPORALE

Un percorso normativo che parte da lontano. La direttiva punta infatti ad attuare i contenuti del Sesto programma quadro Ue in maniera d’ambiente (definiti ormai 10 anni fa con la Dec. 1600/2002), in particolare riguardo alla sicurezza dei consumatori e degli operatori e alla tutela dell’ambiente e della biodiversità degli ecosistemi. Gli obiettivi previsti dal nuovo decreto ricalcano quelli della direttiva:

– formazione (con rilascio di certificato di abilitazione) di utilizzatori, rivenditori, consulenti (art. 7, 8, 9,10);

– informazione e sensibilizzazione della popolazione (art. 11);

– ispezione periodica delle macchine irroratrici e divieto d’irrorazione aerea (art. 12, 13);

– tutela dell’ambiente acquatico e delle zone vulnerabili (art. 14, 15);

– prevenzione degli inquinamenti puntiformi durante le fasi di manipolazione e stoccaggio (art. 17);

– obbligo di comunicazione dei dati di produzione, vendita e utilizzazione (art. 16);

– applicazione obbligatoria della difesa integrata (art. 19);

– definizione di indicatori di riduzione del rischio (art. 22).

Un “programma” di lavoro in cui il nostro Paese pareva avvantaggiato, vista la diffusa applicazione della difesa integrata e biologica, i dati positivi relativi all’assenza di residui nelle produzioni nazionali, la presenza di un sistema di formazione (per il rilascio del cosiddetto “patentino”) e i numerosi esempi virtuosi – e volontari – di sostenibilità. Vantaggi che rischiano di essere annullati dai ritardi normativi. Gli strumenti per raggiungere gli obiettivi del decreto devono infatti essere fissati in larga parte da un “Piano d’azione nazionale”, elaborato su proposta del “Consiglio tecnico scientifico sull’uso sostenibile” da adottare e spedire a Bruxelles entro il prossimo 26 novembre, dopo un periodo di consultazione con i “portatori d’interesse”, peccato che il Piano sia ancora del tutto sconosciuto. Una prima bozza era stata avviata a consultazione tre anni orsono (si veda primo piano a Tv. 45/2009). Da allora sono stati attivati quattro gruppi di lavoro (con competenze su Informazione formazione; Buone pratiche d’uso; Protezione delle risorse idriche e delle aree sensibili; Difesa integrata e metodi a basso impatto). Un comitato di saggi sta ora sintetizzando le conclusioni, un processo di lavoro che pecca di tempestività e trasparenza. Non è così nel resto d’Europa. In Gran Bretagna i contenuti del piano sono noti da luglio, gli stakeholder hanno tempo fino al 22 ottobre per esprimere osservazioni. Simili i tempi in Spagna, Germania, Francia, nel nostro Paese – una situazione paradossale, visti i tre anni di gestazione normativa – potrebbe invece mancare il tempo per il confronto con i soggetti coinvolti, agricoltori in primis. Un mancato coinvolgimento che trasformerebbe la misura in una sorta di pianificazione tecnocratica calata dall’alto.

CORSI SU CORSI

«L’obiettivo della normativa è condivisibile – commenta Donato Rotundo di Confagricoltura –, ma ci sono punti critici che sollevano perplessità». Il primo è quello che riguarda il sistema di formazione. La responsabilità dell’attuazione è attribuita alle Regioni, nel rispetto del vincolo di non aumentare gli oneri a carico della finanza pubblica. «Oneri che rischiano quindi di essere tutti a carico degli imprenditori agricoli, nel solco di quanto sta già succedendo per la normativa sulla sicurezza del lavoro». Corsi che si aggiungono a corsi, spesso su materie simili, una duplicazione poco razionale, legata ad uno scarso coordinamento istituzionale, che aumenta la burocrazia e i costi a carico delle aziende.

Altri costi derivano dall’obbligo dell’adeguamento delle macchine. «Costi oggi difficili da quantificare, visto che non si conoscono ancora in dettaglio gli adeguamenti che dovranno essere apportati alle irroratrici già in uso presso le aziende agricole e le carenze organizzative di molte regioni nella predisposizione dei centri di taratura». Poi ci sono i costi indiretti, le limitazioni arbitrarie dei mezzi tecnici. L’agrofarmacopea europea è oggetto di un processo di snellimento forzato, in consueguenza ai provvedimenti di riclassificazione e revisione delle registrazioni.

COMPETITIVITÀ, INTERESSA?

Ulteriori penalizzanti restrizioni potrebbero essere contenute nel piano d’azione. Un campanello d’allarme suona già nell’art. 14 del decreto: accordare la preferenza all’uso dei prodotti fitosanitari non classificati pericolosi per l’ambiente acquatico (una frase di rischio sempre più diffusa sulle etichette) e alle tecniche di applicazione più efficienti (ma una classificazione delle attrezzature in questo senso non è ancora stata fatta). «Un’interpretazione troppo stringente della misura di tutela dell’ambiente acquatico e delle zone vulnerabili rischierebbe di mettere in crisi importanti aree produttive da reddito, basti pensare che nella Rete Natura 2000 sono inclusi importanti distretti come quello della risicoltura piemontese o l’orticoltura di Pachino (Sr)». Infine, come ultimo ostacolo, c’è il vincolo dell’attuazione della produzione integrata obbligatoria. Il nostro è il Paese che vanta la maggiore applicazione di questo metodo di produzione, ma la situazione è diversificata tra le colture. I disciplinari regionali sono, ad esempio, oggi applicati sul 90% del pomodoro pugliese, ma solo sul 15% dei seminativi del Centro Italia. Dal primo gennaio 2014 dovrà valere il 100% ovunque. L’all. III del decreto impone almeno l’adozione di strumenti di monitoraggio e la preferenza da accordare a mezzi di difesa “alternativi”. La previsione di due livelli applicativi (obbligatorio e volontario) metterà le aziende al sicuro, nel caso di controlli ispettivi?

«Si tratta di un numero elevato di vincoli per le imprese e il tempo accordato per la fase di consultazione troppo limitato. Manca il giusto equilibrio: l’impressione è che all’obiettivo di sostenibilità ambientale non sia stata contrapposta un’adeguata valutazione dell’impatto socio-economico delle misure».

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