Silomais – I punti critici nella sua produzione

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I fattori che agiscono sulla qualità dell’insilato di mais. Come l’allevatore può operare per preservarla

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In ogni area a spiccata vocazione zootecnica, ad eccezione di comprensori in cui le produzioni agricole sono condizionate dal rispetto di particolari disciplinari di produzione, l’insilamento rappresenta una pratica estremamente diffusa e non riguarda solo gli areali a spiccata vocazione cerealicola ma anche quelli indirizzati alla produzione foraggera sia di pianura che di collina.

Tra i vari prodotti conservabili mediante insilamento, l’insilato di mais è comunque e senza dubbi quello più importate e diffuso grazie alle sue peculiari ed eccellenti caratteristiche nutrizionali, le quali vengono ulteriormente esaltate se il processo di fermentazione e la successiva conservazione ed utilizzazione avvengono in maniera appropriata. Sono infatti numerosissimi i fattori in grado di influenzare le caratteristiche chimiche, fisiche, la sanità e la stabilità del silomais e tutti questi fattori devono essere attentamente conosciuti, valutati e, per quelle che sono le possibilità, controllati.

L’importanza di produrre un eccellente silomais scaturisce intuitivamente dalla semplice considerazione che tale alimento spesso raggiunge quantità nella dieta dei ruminanti che possono arrivare fino al 40-50% della sostanza secca della razione ma ancor più se si considera il capitale investito, totalmente anticipato, che viene posto in trincea e il considerevole vantaggio economico che, senza dubbi e conti alla mano, l’utilizzo di tale alimento comporta se le sue caratteristiche chimiche ed igienico sanitarie sono ideali.

Pianta, ambiente e momento per la raccolta

Oltre alle modalità produttive, l’ambiente e l’andamento climatico rivestono un ruolo determinante nell’influenzare le caratteristiche dell’insilato e in relazione ad esse deve basarsi non solo la scelta dell’ibrido e dell’epoca di semina ma in particolare il momento ideale per la raccolta.

Gli indicatori del valore nutrizionale dell’insilato sono la presenza di granella e la quantità e qualità della fibra, espressa come fibra neutro detersa (NDF). Tali parametri sono fortemente legati alla corretta crescita della pianta e al momento della raccolta. Semine tardive inevitabilmente elevano i rischi di condizioni climatiche sfavorevoli nei momenti salienti dello sviluppo vegetativo della cultura con un inevitabile riduzione di degradabilità e digeribilità della componente fibrosa (Figura 1).

L’avanzare dello stadio vegetativo migliora comunque il rapporto granella/parte vegetativa del silomais con riduzione dell’NDF ma tale effetto positivo viene tuttavia bilanciato dalla progressiva lignificazione della pianta, dall’aumento quindi delle componenti meno degradabili della fibra (cellulosa e soprattutto lignina a discapito delle emicellulose) che tendono a ridurre la digeribilità totale dell’insilato.

Non deve comunque essere dimenticato che anche la degradabilità e digeribilità dell’amido vengono ridotte se il momento della raccolta è troppo ritardato come conseguenza di una progressiva vitrificazione, cioè aumento dei legami tra le molecole di prolamina che rivestendo l’amido rendendolo meno attaccabile dai batteri ruminali (Figura 2).

La raccolta è pertanto un momento cruciale in quanto gli effetti da essa esercitati sulla degradabilità e digeribilità sia della componente fibrosa che ti quella amilacea si riflettono in maniera considerevole sulla produttività degli animali in allevamento (Figura 3).

A ciò va aggiunto che gli insilati con sostanza secca elevata sono di difficile conservazione ed estremamente suscettibili a fermentazioni secondarie e sviluppo di muffe, con riflessi deleteri sulle performance zootecniche ed aumento di patologie podali, dismetabolie digestive, ipofertilità e tutte le altre problematiche d’allevamento connesse ad immunodeficienza.

Raccolta e insilamento

Le procedure di trinciatura e raccolta rivestono notevole importanza sia per gli aspetti legati alle caratteristiche qualitative dell’insilato ma anche per le proprietà “fisiche” della dieta. La lunghezza di trinciatura rappresenta infatti una variabile di grande importanza non solo nella pratica ma anche in ambito scientifico.

A riguardo, proprio recentemente è stata rivista dalla Penn State Extension la dimensione minima delle particelle in grado di stimolare efficacemente la ruminazione che è passata da un minimo di 1,18 mm a ben 4 mm, con indicazioni specifiche in merito alla ripartizione dimensionale a seguito di setacciatura anche per l’insilato di mais (Tabella 1).

È riconosciuto come la dimensione della lunghezza di trinciatura rappresenti un aspetto cruciale sia per una corretta ruminazione dell’animale ma anche per un ottimale processo di insilamento. Se infatti l’allungamento della lunghezza di trinciatura ottimizza da un lato la ruminazione, dall’altro rende più complessa un’ottimale costipazione della massa ed un’efficiente eliminazione dell’ossigeno.

Il ruolo della fibra fisicamente efficace dell’insilato rappresenta però un aspetto talmente importante, in particolare nelle diete caratterizzate da elevato livello nutritivo, che una lunghezza di taglio tra 1,4 e 1,6 cm risulta auspicabile anche se ciò comporta un impegno considerevole durante l’insilamento al fine di garantire la riuscita di un prodotto eccellente e stabile nel tempo.

Per un efficiente utilizzazione digestiva dell’insilato non è solo la “fibra” nelle sue caratteristiche di lunghezza di taglio e digeribilità a svolgere un ruolo importante ma anche l’efficacia del rompigranella in quanto in grado di influenzare notevolmente la digeribilità della sostanza organica e l’energia netta disponibile della dieta. Tale aspetto risulta di fondamentale importanza in quanto all’aumentare della lunghezza delle particelle di insilato risulta necessario adeguare ed ottimizzare l’azione del rompigranella al fine di garantire un efficace rottura delle cariossidi e conseguentemente un’ottimale digeribilità dell’amido (Figura 4).

La scelta della dimensione di trinciatura non può essere fatta dunque a priori, ma deve considerare le caratteristiche dell’insilato ed in particolare la sua umidità, la tipologia di animale a cui è destinato, il livello nutritivo presente in allevamento e le capacità gestionali ed operative dell’allevatore. Nella scelta della lunghezza di taglio risulta inoltre importante considerare il tipo di carro miscelatore disponibile e le caratteristiche della desilatrice in quanto anch’essi strumenti in grado di influenzare la dimensione delle particelle dell’insilato.

La costipazione della massa è un punto critico veramente cruciale. Come accennato, la dimensione di trinciatura è un fattore strettamente connesso alla comprimibilità dell’insilato da cui dipendono altri due importanti parametri e cioè la densità della massa insilata e la sua stabilità aerobica. La densità minima raccomandata della massa insilata per la buona riuscita del processo di insilamento è di 225 kg di s.s./m3 (pari a 680 kg per un insilato con il 33% di sostanza secca).

A questa densità infatti la quantità di aria che riesce a penetrare la massa è minima, e quindi lo sviluppo di batteri aerobici, le cui fermentazioni vanno a discapito della qualità, è estremamente ridotto. La minor presenza di aria nella massa insilata è poi strettamente correlata alla sua stabilità aerobica, cioè ad una minor ripresa delle attività fermentative sostenute da batteri aerobi durante lo stoccaggio e, alla riapertura del silo, sul fronte della trincea.

La stabilità aerobica viene indicata come il tempo necessario a far aumentare la temperatura della superficie dell’insilato a contatto con l’aria di 1.7 °C rispetto alla temperatura ambientale. Anche la corretta rottura della granella contribuisce inoltre a migliorare la stabilità aerobica in quanto favorisce l’instaurarsi e l’evoluzione di un corretto processo fermentativo dell’insilato.

Perdite di sostanza secca

L’importanza dietetica per il ruminante e quella economica per l’allevatore legate all’utilizzo del silomais devono essere preservate attraverso la cura e l’ottimale gestione di tutto il processo di produzione.

In ogni fase infatti si possono verificare circostanze in grado di alterare il processo di fermentazione ed elevare le perdite di sostanza secca con ripercussioni considerevoli sull’efficienza produttiva e sulla redditività aziendale. È comunque durante la conservazione e il successivo utilizzo che le perdite risultano più ingenti a seguito dell’entità della respirazione, dello sviluppo di calore, di CO2 e a causa del percolamento (Tabella 2).

A riguardo, l’obiettivo è quello di non superare un livello di perdite pari al 15%, valore che scaturisce dal calo medio di sostanza secca rilevato in una trincea di insilato di mais di eccellente qualità e ottimamente stoccato e conservato. Al centro della massa le perdite sono normalmente più contenuti (5 – 7%) grazie alle condizioni eccellenti che si instaurano sia per autocostipazione che per minore possibilità di contatto con l’aria, mentre decisamente più elevate risultano nelle zone superficiali e prossime alle pareti del silo dove possono arrivare al 35 – 40%.

Le perdite di sostanza secca sono ovviamente principalmente influenzate dall’andamento delle fermentazioni della massa e quindi dalle popolazioni microbiche che si sviluppano al suo interno. Oltre alle perdite fisiologiche connesse all’attività dei ceppi batterici “buoni”, cioè quelli responsabili della fermentazione degli zuccheri in acido lattico, un ruolo determinante viene svolto dalla microflora deteriorante, come enterobatteri, batteri sporigeni, lieviti e muffe, che oltre a causare rilevanti perdite di sostanza secca, liberano metaboliti in grado di danneggiare la qualità del prodotto rendendolo persino pericoloso per la salute degli animali. In Tabella 3 sono riportate in g/Kg s.s. le perdite causate dai diversi microrganismi.

Conservazione e stabilità aerobica

Fermo restando il rispetto attento delle corrette pratiche operative discusse, il ricorso agli inoculi risulta una valida strategia per ottimizzare la conservazione dell’insilato e aumentare la sua stabilità aerobica, riducendo le perdite di sostanza organica causate da fermentazioni anomale e i rischi per l’animale. Diversi studi evidenziano i risvolti positivi conseguenti all’utilizzo di inoculi, i cui effetti sono in alcuni casi persino paragonabili a quelli dei conservanti utilizzati per gli alimenti, come il sodio benzoato o il sorbato di potassio (Figura 5).

Alcuni dei principali batteri impiegati come inoculi sono il Lactobacillus buchneri e il Lactobacillus plantarum.

Il Lactobacillus buchneri è un batterio eterolattico, in grado di produrre sul fronte di taglio una miscela equilibrata di acido lattico, acido acetico e 1,2 propandiolo. Queste due ultime sostanze permettono di ridurre sostanzialmente la crescita di lieviti e muffe, tra i principali responsabili dell’alterazione dell’insilato riducendo le perdite di sostanza secca dovute all’esposizione all’ossigeno. Inoltre, inibisce la formazione di organismi sporigeni, migliora la stabilità dell’insilato e riduce lo sviluppo di calore nel prodotto desilato e posto in mangiatoia.

Il Lactobacillus plantarum garantisce una rapida ed efficiente fermentazione omolattica, necessaria per instaurare un corretto processo di fermentazione e per contenere sia le perdite che lo sviluppo di calore nei primi giorni dell’insilamento. Questo microrganismo, è in grado di acidificare ai valori ottimali la massa foraggera stabilizzandola e riducendo al minimo le perdite di sostanza secca.

Il cosiddetto cappello

Non deve inoltre essere dimenticata l’importanza che assumono altri dettagli nella fabbricazione di un insilato di buona qualità. A riguardo spesso si sottovalutata il ruolo della parte alta della massa insilata, definita cappello, caratterizzata da porzioni di insilato in più o meno evidenti alterazioni rispetto a condizioni di normalità.

Tale massa in realtà rappresenta un volume di notevoli proporzioni in quanto oltre alla parte classicamente definita cappello e con chiare alterazioni, anche i 30-50 cm sottostanti normalmente subiscono importanti e pericolose fermentazioni secondarie. Tale spessore diventa ancora più considerevole in quelle fosse dove la massa supera abbondantemente le sponde laterali della trincia, con la parte superiore che assume il tipico profilo a collina.

Tali aree sono estremamente soggette a facile ossigenazione, ripresa delle fermentazioni con produzione di sostanze pericolose per la salute degli animali e, senza ombra di dubbio, in grado di penalizzare la corretta funzionalità ruminale (Tabella 4), con ripercussioni sulle performance produttive della stalla che si prolungano per l’intero anno di utilizzo della fossa.

In tali zone lo sviluppo di microorganismi indesiderati e la ripresa delle fermentazioni è inevitabile, soprattutto quando le condizioni ambientali sono particolarmente sfavorevoli, con presenza di temperatura e umidità elevate, come durante la stagione estiva. La somministrazione di tale insilato implica l’assorbimento di molecole tossiche, quali molte amine biogene, che causano l’alterazione della microflora ruminale e l’instaurarsi di processi infiammatori che agiscono negativamente sulla funzionalità epatica, come dimostrato dall’aumento delle proteine della fase acuta e dalla diminuzione delle albumine a livello plasmatico.

Queste alterazioni metaboliche aumentano inoltre la suscettibilità degli animali al complesso delle altre problematiche sanitarie d’allevamento (Trevisi et al., 2003).

Risulta pertanto consigliabile nelle fasi finali dell’insilamento trattare tali zone, estremamente esposte e a rischio, con acidificanti in modo da stabilizzare la massa evitando perdite importanti di sostanza secca e fermentazioni secondarie pericolose. La procedura risulta di facile attuazione e di costo contenuto rispetto all’importanza dei vantaggi che invece consente di conseguire.

Lo stesso approccio e con il semplice ausilio di una pompa a spalla, potrebbe essere attuato per trattare durante il periodo a rischio fine primavera-inizio autunno il fronte della massa insilata, in quelle realtà dove a causa della larghezza della trincea o per limitato consumo di insilato l’avanzamento del fronte della trincea è troppo lento.

 

(*) Gli autori sono del Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare, Università degli Studi di Milano.

Visualizza l’articolo completo pubblicato su Informatore Zootecnico n. 13/2015