Senza vigneti niente export

OCM VINO
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Allarme mercati “fiacchi”. L’export è sempre
l’ancora di salvezza per il vino italiano,
ma alcune destinazioni segnano il passo. «Vista
la perdurante crisi dei consumi interni –
commenta Ruenza Santandrea, presidente
del settore vitivinicolo di Legacoop -, esportare
resta la strada maestra per i produttori,
ma non è certo l’Eldorado».

Globalizzazione finita

Quest’anno si sono ridotti gli invii in Russia e
Ucraina, anche se il vino non è colpito direttamente
dall’embargo. L’import cinese è calato
a causa delle scelte di Pechino a favore dei
vini locali. In altri mercati come la Thailandia
vengono imposte accise sul vino quattro
volte superiori a quelle dell’alcool. Solo Usa
e Regno Unito continuano a regalarci soddisfazioni.
Ma a ben vedere anche il mercato
d’Oltreoceano è condizionato da vischiosità
ereditate dall’epoca del proibizionismo che
fanno sì che l’import riguardi solo il 30% dei
consumi. Morale: protezionismi, dazi e instabilità
politica sono freni che impongono adeguati
volumi e dimensioni aziendali.

La propensione all’export delle coop italiane
è uno degli argomenti trattati nella prima
Assemblea unitaria del settore vino dell’Alleanza
delle Cooperative presso le sedi della
Cantina sociale Formigine Pedemontana (nel
modenese) e di Emilia Wine di Arceto di Scandiano
(Reggio Emilia). «Nonostante tutte queste
insidie – afferma Adriano Orsi, presidente
del vitivinicolo di Fedagri-Confcooperative
– oggi le nostre principali strutture hanno
raggiunto una quota di export che arriva in
alcuni casi al 70% del fatturato.  E secondo i dati Nomisma-Winemonitor le coop che hanno una Plv sopra i 40 milioni ne esportano quasi il 50%».

Negli ultimi anni i processi di fusione hanno
portato ad una forte crescita nel mondo della
cooperazione.Uno sviluppo ostacolato da
due scogli che arrivano dal fronte comunitario.
Con la fine del regime dei diritti d’impianto
il nostro Paese rischia infatti di perdere in un
colpo solo, alla fine del 2015, un potenziale di
produzione pari a 50.000 ettari, corrispondenti
ai diritti di reimpianto “in portafoglio”
non ancora esercitati dai produttori.

Per seimila ettari in più

Per questo l’Alleanza delle Cooperative chiede
di utilizzare al meglio tutto il potenziale
consentito dalla nuova normativa europea
(pari all’1%), così da incrementare il patrimonio
viticolo nazionale (sceso a 640mila ettari)
di ulteriori 6 mila ettari l’anno distribuiti sotto
forma di autorizzazioni per nuovi impianti.
Il secondo vincolo è legato alla tendenza di
Bruxelles di sfavorire le strutture di grandi dimensioni
(«e di ignorare la funzione sociale
della cooperazione – aggiunge Orsi-») nella
concessione dei finanziamenti.

Più potere alle Op

Per questo la cooperazione guarda con interesse
alla figura dell’Op, l’Organizzazione dei
produttori, richiamata più volte anche per i
contributi Psr. «Il Reg. 1308/2013, nuova Ocm
dei prodotti agricoli –spiega Luigi Russo, docente
all’Università di Ferrara – rafforza sia
la figura delle Organizzazione dei produttori
(Op), che quella degli organismi interprofessionali (Oi), stabilendo l’obbligo per gli aderenti
di commercializzare tutta la loro produzione
per il tramite dell’Op stessa (mettendo
di fatto fine al fenomeno delle Op di carta,
ndr)». La possibilità concessa a Op e Oi di
stabilire accordi di commercializzazione con
valenza erga omnes (al proposito occorre attendere
i regolamenti attuativi dell’Ocm) farebbe
assumere a questi organismi un ruolo
chiave anche per contenere fenomeni come
la forte volatilità dei prezzi che contraddistingue
il mercato dei vini da tavola.

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