Segrè: «Legge anti-spreco, passo avanti ma qualche limite»

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È il momento di ripensare i nostri modelli di produzione e di consumo rivedendo comportamenti e stili di vita perchè lo spreco in generale e alimentare non è più consentito in un mondo in crisi economica, ambientale e sociale

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L’approvazione della legge 166/2016 “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi” rappresenta una tappa importante nel contrasto dello spreco alimentare in Italia. È il frutto di un percorso, relativamente breve rispetto ai normali tempi parlamentari, costruito con il coinvolgimento di un’ampia platea di portatori di interessi nella definizione delle misure da adottare. Un metodo partecipato e inclusivo che potrebbe essere applicato anche ad altri temi di interesse nazionale.

Certamente le iniziative di sensibilizzazione per contrastare lo spreco alimentare promosse negli ultimi anni hanno contribuito a catalizzare l’attenzione sul tema. L’iter normativo, sottolineato nell’art.1 che ne richiama le finalità, affonda le sue radici nel percorso realizzato tra 2013 e 2015 con il Piano Nazionale di Prevenzione degli Sprechi Alimentari (Pinpas). La Legge recepisce molte proposte del Piano in materia di semplificazione, razionalizzazione e armonizzazione a livello nazionale del quadro di riferimento normativo che disciplina la donazione delle eccedenze alimentari, ne adotta il metodo (caratterizzato da un forte coinvolgimento degli stakeholders) e l’approccio di fondo (quello della semplificazione e dell’incentivazione).

In estrema sintesi queste sono le principali novità apportate dalla legge:

–   semplificazione delle procedure burocratiche necessarie per la donazione;

–   riduzione dei margini d’interpretazione delle norme vigenti e in particolare: sui prodotti con Termine Minimo di Conservazione superato, sulla donazione dei prodotti finiti della panificazione; sulla possibilità di donare prodotti alimentari con irregolarità nell’etichettatura, sulla responsabilità delle operazioni di spigolatura in campo (la responsabilità è di chi raccoglie);

–   valorizzazione dei prodotti alimentari oggetto di confisca (se idonei al consumo umano o animale vanno donati);

–   ampliamento della platea dei soggetti potenzialmente beneficiari.

In prospettiva ovvero nell’applicazione della legge, si dovrà porre particolare attenzione ad alcuni punti che potrebbero limitarne l’efficacia, infatti:

–   non sono previsti target nazionali di riduzione degli sprechi alimentari;

–   mancano degli strumenti per la quantificazione degli sprechi alimentari e il monitoraggio dell’efficacia delle misure intraprese;

–   l’integrazione con la pianificazione regionale in materia di prevenzione dei rifiuti è assai modesta, così come il coinvolgimento dei comuni;

–   le risorse disponibili a livello nazionale, regionale e locale sono piuttosto scarse, così come mancano gli incentivi economici/fiscali rivolti al “terzo settore”;

–   non ci sono strumenti adeguati per il sostegno ed il coordinamento delle attività di ricerca e per favorire la condivisione delle buone pratiche;

–   manca l’integrazione tra gli acquisti verdi (green public procurement) e la riduzione degli sprechi alimentari nel settore della ristorazione collettiva.

Tuttavia, al di là dei molti pregi e alcuni limiti della legge in questione, la speranza è che il gran parlare che si è fatto attorno al tema nonchè il fiorire di assai numerose iniziative, faccia davvero riflettere tutti -consumatori, produttori, istituzioni, politica- sul fatto che lo spreco in generale e alimentare in particolare non è più consentito in un mondo in crisi economica, ambientale e sociale. È il momento di ripensare i nostri modelli di produzione e di consumo rivedendo comportamenti e stili di vita in modo da renderli più sostenibili.

 

di Andrea Segrè

Presidente Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige

www.terraevita.it@andrea_segre