Rosa, controllo bio è possibile

foto-6-mosca-bianca-533x400.jpg

Un progetto del Con.Flo.Mer in Campania ha ottenuto importanti risultati. La ricerca non si ferma e la strada è aperta

Leggi l’articolo originale Rosa, controllo bio è possibile su Colture Protette.

  Tra le floricole in Campania, la rosa ha da sempre un posto d’importanza fondamentale, tanto da far registrare, nonostante la diminuzione di estensioni, ancora 200 ettari circa di superficie investita a rosa. Le aziende floricole, alle falde del Vesuvio, hanno prodotto da decenni rose destinate a tutta la penisola italiana. A partire dagli anni 90 la monocoltura e l’impossibilità di rotazione per le piccole dimensioni aziendali hanno stimolato le aziende a spostarsi verso il fuori suolo scegliendo due tipi di substrato: la perlite o la vulcanite. Quest’ultima sicuramente più economica e facilmente reperibile nelle aree interessate. Ma, dal 2012, a causa di un aumento dei costi di gestione e la diminuzione dei fatturati, le aziende stanno rivalutando la coltivazione a terra. La rosa, come tutti i fiori, deve essere l’emblema della perfezione: petali e foglie privi di difetti e macchie. La tecnica di difesa, esclusivamente chimica, è arrivata al capolinea in quanto le aziende, che operano secondo la normativa vigente, sono costrette in alcuni periodi dell’anno a trattare le piante anche più volte a settimana. Questo comporta un aumento dei costi, danni alla pianta con forti cali nelle produzioni e nella qualità dei boccioli raccolti senza riuscire a debellare, molto spesso, i parassiti dalle piante. Progetto Fiore Pulito Nel 2004 il Con.Flo.Mer (Consorzio promosso dalla Regione Campania per la valorizzazione del comporto florivivaistico meridionale) di Napoli su iniziativa del Presidente Salvatore Colonna ha dedicato grande impegno alla ricerca di soluzioni alternative alla difesa chimica delle rose, dando corpo ad una squadra di ricercatori, tecnici e aziende floricole da cui è partito il Progetto Fiore Pulito. Nei primi mesi di attività, svoltasi in una serra dedicata alla coltivazione in fuori suolo della rosa nella sede principale del Con.Flo.Mer, a Ponticelli (NA), seguita dal perito agrario Enrico Scognamiglio, i tecnici hanno affrontato vari problemi di difesa: ragnetto rosso, tripide, afidi, nottue, mosca bianca, oidio, peronospora, ecc. Dal loro lavoro oggi si è arrivati a non effettuare più trattamenti per la difesa dai parassiti. A distanza di un anno, il Con.Flo.Mer ha deciso, in collaborazione con degli agronomi dell’Associazione Agroflora CPM, di applicare la tecnica messa a punto dal centro sperimentale, la quale stava dando ottimi risultati, divulgandola presso numerose aziende di produzione di rose in Campania. Nelle provincie di Caserta, Napoli e Salerno, infatti, furono individuate delle aziende in cui applicare le nuove tecniche. Anche in questo caso i risultati sono stati molto incoraggianti poiché l’integrazione tra artropodi utili e prodotti di sintesi rese addirittura molto semplice la difesa. I vantaggi di questa tecnica non hanno interessato solo il controllo dei parassiti in quanto le piante di rosa, senza una continua pressione di insetticidi, acaricidi e fungicidi, iniziarono a produrre un maggior numero di steli ed una ottima qualità del fiore sia in termini di colorazione, sia in termini di resistenza post raccolta. Questi fattori hanno permesso, nel periodo di sperimentazione, di spuntare sul mercato di Ercolano, un prezzo maggiore del 20%. Non è da trascurare, inoltre, il miglioramento delle condizioni di lavoro ed ambientali in quanto è importante sapere che nella serra, in cui avviene la produzione delle rose, ogni giorno vengono effettuate operazioni colturali, pertanto, si sono avuti miglioramenti della vivibilità, cosa inimmaginabile fino a quel momento. Distribuzione degli artropodi Primo scoglio da superare è stata la tecnica di distribuzione degli acari: Phytoseiulus persimilis ed Amblyseius cucumeris. La tecnica di distribuzione usualmente utilizzata, ossia quella “a spaglio”, consistente nel lasciar cadere sulle piante il materiale disperdente, si è rivelata non adatta alla pianta di rosa perché gli ausiliari andavano persi nel substrato e non riuscivano a risalire. Si è tentato di appoggiare il materiale disperdente sulle foglie più adatte ma anche questo tentativo è risultato laborioso e dispendioso. Per distribuire il prima possibile e per agevolare la distribuzione si è iniziato ad usare degli strumenti quali scatoline di cartone da appendere ai rami o dei rotoli di carta svuotando le confezioni con i fitoseidi ed il materiale disperdente così da permettere in poche ore la colonizzazione. Per la pratica di questa tecnica di distribuzione si stanno costruendo delle macchine agevolatrici e droni adatti alle serre e al pieno campo. La modalità di distribuzione degli acari Phytoseiulus e Amblyseius è stato un aspetto importantissimo da affrontare e fondamentale per l’esito finale. Il Tetranychus urticae, volgarmente detto “Ragnetto rosso” è insieme al tripide, il patogeno peggiore in quanto riesce a produrre danni tali da mettere a rischio sopravvivenza la stessa pianta. Ragnetto rosso Per il Ragnetto rosso, Tetranychus urticae, l’unico strumento efficace si è dimostrato il predatore Phytoseiulus persimilis. Il fitoseide riesce a colonizzare agevolmente la rosa e segue il ragnetto rosso fin sopra i boccioli, riuscendo a portare sotto soglia di danno anche i focolai più estesi. La dose di utilizzo è di 100 individui a metro quadrato divisi in più settimane. Spesso vengono segnalati altri ragnetti differenziandoli per colore: il verde, il giallo o bianco ma non sono altro che il T. urticae che ha un colore diverso. Tripidi e afidi Per il tripide non c’è ancora una soluzione definitiva. Gli strumenti a disposizione devono essere applicati tutti: dall’uso degli acari predatori Amblyseius cucumeris al nematode entomoparassita Steinernema spp., alle trappole cromotropiche fino ad arrivare agli insetticidi di sintesi anche non selettivi se necessario. Le dosi del cucumeris sono fino a 1000 individui a metro quadrato diviso in più distribuzioni. L’installazione delle trappole cromotropiche blu devono essere posizionate nei punti di apertura delle serre. Gli afidi sono diffusi soprattutto in primavera quando il clima è propenso e la pianta presenta germogli in pieno accrescimento ed è attraente per le femmine alate degli afidi che li scelgono per iniziare la procreazione. Per gli afidi, molto diffuso è il Macrosiphum rosae, si usa distribuire il predatore Chrysoperla carnea ed il parassitoide Aphidius colemani. Mosca bianca Gli aleurodidi presenti sulla rosa sono quasi esclusivamente della specie Bemisia tabaci i quali oltre al danno diretto tendono ad imbrattare la con la melata. Per il suo controllo si viene distribuito il parassitoide Eretmocerus eremicus. Ottimo strumento per combattere gli Aleurodidi è stato l’utilizzo di una pianta trappola: il tabacco. Su quest’ultima sono stati distribuiti ed allevati i predatori Macrolophus pygmaeus. L’alta attrattività di questa pianta e voracità del predatore riescono a controllare la mosca bianca. Altre piante sono state piantate in serra per fungere da trappola, ad esempio la Fragola, la Fragolina, la Gerbera per fare da esca al tripide. Lepidotteri La specie di Lepidotteri più diffusa è la Spodoptera littoralis. Per il suo controllo ci si affida prima di tutto alla cattura massale con le trappole ai feromoni. Alle prime catture, si tratta con prodotti a base di Bacillus thuringiensis facendo attenzione alle modalità di trattamento. Interessante esperienza è stata l’installazione in serra della pianta carnivora Nepenthes maxima. I funghi Per il controllo dell’oidio, Sphaerotheca pannosa, lo strumento migliore si è dimostrato senz’altro l’impianto di sublimazione dello zolfo. Il controllo è totale e completo. Particolare attenzione va posta alla chiusura notturna delle serre in quanto non ci deve essere nessun movimento d’aria al fine di permettere la saturazione completa dell’ambiente. Tale tecnica presenta delle criticità in quanto ha un elevato costo energetico e richiede massima attenzione nella gestione dell’impianto poiché il suo errato funzionamento può causare gravissimi danni alla coltura. Per il controllo di peronospora e botrite vengono utilizzati induttori di resistenza e prodotti di chimica classica. Di solito tra questi ultimi si scelgono quelli che hanno un minore impatto ambientale sia per la persistenza sulle foglie sia per la tossicità per gli artropodi utili. Agronomia e ambiente Non è possibile pensare ed agire sulla pianta dividendo i concetti di difesa e coltivazione. La pianta si difende anche da sola come ha sempre fatto se le lasciassimo il tempo ed il modo per farlo. In una serra di coltivazione di rose, in particolare se in fuori suolo, si deve creare un clima ed un ambiente quanto più naturale possibile. Infatti, si possono inserire altre piante per raggiungere più obiettivi: creare un ambiente più adatto allo sviluppo della pianta, degli artropodi utili, favorendo di conseguenza i parassiti. La tecnica di coltivazione in fuori suolo, rispetto a quella in serra, a causa di alcuni fattori, ad esempio presenza di teli pacciamanti, tende ad abbassare il tasso di umidità, aspetto questo che va gestito in quanto fa sviluppare la riproduzione e colonizzazione del ragnetto. Oggi sono numerose le aziende che stanno continuando con successo il controllo biologico delle rose e sono il miglior spot pubblicitario per altre aziende che vogliono incominciare. La ricerca non si ferma ma la strada è finalmente aperta.