Quinoa, più colore nelle rotazioni

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Che cosa accomuna un vegano americano,
un imprenditore asiatico, un coltivatore
peruviano e un celiaco italiano? Non è l’inizio
di una barzelletta, ma la premessa per capire
come e quanto la quinoa, da pianta tradizionale
delle popolazioni andine, si stia trasformando
in fenomeno globale.

Questo cereale, appartenente alla famiglia
delle chenopodiacee, è stato per millenni la
principale fonte di sussistenza dei popoli tra
il Perù e la Bolivia. Una coltura venerata come
cibo degli dei e coltivata, fino a poco fa, quasi
esclusivamente per consumo domestico.
Poi, nell’arco di una manciata di anni, tutto
cambia. Il consumatore occidentale vede
nella quinoa una perla esotica capace di
soddisfare nuove esigenze salutistiche. La
pianta ha infatti delle proprietà nutritive che
la rendono molto indicata per le diete vegetariane
e vegane, per le persone che devono
consumare alimenti privi di glutine, per chi
cerca prodotti bio ed equo-solidali.

Il boom dei listini mondiali

Una poderosa crescita della domanda e della
fama, certificata anche dalla Fao, che ha intitolato
il 2013 “anno della quinoa” per il “ruolo
che può avere contro la malnutrizione e la
povertà”. Ecco allora le quotazioni schizzare
in alto, tanto che negli Stati Uniti il valore commerciale
della quinoa è cinque volte superiore
a quello della soia.

Effetti della globalizzazione per una pianta
che ha la globalizzazione nel Dna: è molto adattabile,
può essere coltivata sul livello del
mare come a 4mila metri, sopporta temperature elevate e gelo, tollera terreni poveri e
altamente salini.

Per riassumere: la richiesta c’è ed è in crescita;
i prezzi anche; la pianta è in grado di crescere
quasi ovunque. Questi i motivi che hanno
spinto anche il nostro Paese ad avviare
una sperimentazione per capire se esistano
gli spazi per realizzare la quinoa made in Italy.

Il progetto della Cattolica

Quest’anno è partito un progetto coordinato
dall’Università Cattolica del Sacro Cuore su
3 campi sperimentali in provincia di Pavia: il
primo in un’azienda risicola, dove la quinoa
può rappresentare una valida alternativa alla
monocoltura, il secondo a 250 mt e il terzo a
400 mt.
«Tre aree pedoclimatiche molto diverse
– spiega uno dei responsabili, Alberto
Vercesi
– sulle quali abbiamo testato 14 varietà
tradizionali e 10 migliorate». La semina
è effettuata tra marzo e aprile ma, aggiunge
il ricercatore Vincenzo Tabaglio, «non tutte
le varietà sperimentate sono riuscite a raggiungere
la maturazione». Tre gli scogli da
superare: individuare le varietà più adatte al
nostro contesto; definire le migliori tecniche
colturali (distanza e profondità di semina etc);
sviluppare trattamenti per il controllo delle
infestanti e delle avversità. Uno dei principali
problemi, infatti, è che in Europa attualmente
non esistono fitofarmaci registrati. Oltre all’esempio
lombardo si stanno effettuando test
anche in altre zone come le Marche (Jesi, Ancona)
e il Lazio (Cisterna di Latina), utilizzando
varietà di bassa taglia e maturazione precoce,
già studiate per il clima del nord Europa.

Nell’attesa che per gli agricoltori italiani si apra
una nuova opportunità, l’industria ha già
iniziato a fare i conti con il prodotto: «produciamo
grissini con farina di quinoa proveniente
dal mercato equo solidale – spiega Alessandro
Calderoni
, dell’industria di panificazione
Eko -. La domanda è in crescita e i prezzi
molto interessanti».

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