Quando la campagna è dentro la città

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Due cascine nel milanese. Un Distretto agricolo che comprende 34 realtà su 1.800 ha

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Siamo a circa 3 km in linea d’aria dal Duomo, 300 metri dalla fermata della metro verde di Abbiategrasso. Davanti a noi palazzoni della prima periferia urbana e alle nostre spalle, per almeno altri 3 km intorno e oltre, il Parco Agricolo del Ticinello, case, condomini, uffici e magazzini che compongono la città metropolitana di Milano. Eppure, appena varcata la soglia della corte, sembra di essere stati catapultati in piena campagna. Ci troviamo nella Cascina Campazzo, struttura risalente al 1750 e da 65 anni azienda zootecnica gestita dalla famiglia Falappi. Qui vengono allevate un centinaio di mucche da latte (circa 500mila litri di latte) e coltivati 25 ha di cereali, foraggere e qualche prato di marcita. Durante i fine settimana l’azienda si riempie di visitatori, curiosi, turisti in cerca di angoli sconosciuti della città e anche molte persone, per lo più straniere, che vengono a rifornirsi al distributore del latte crudo.

Cascina Battivacco

Spostandoci verso ovest, ma rimanendo più o meno alla stessa distanza dal Duomo, arriviamo alla Cascina Battivacco, zona Barona, periferia Sud di Milano. L’azienda, anche questa a conduzione familiare, ha il proprio core business nel riso, con una produzione stimata in circa 15mila piatti quotidiani. Sui 157 ha di terreno di pertinenza vengono inoltre coltivati cereali. Presenti una cinquantina di vacche, la cui carne viene macellata e venduta (anche) in azienda. Oltre allo spaccio diretto, la cascina rifornisce il canale horeca e, insieme ad altre aziende del territorio, da qualche tempo anche la Gdo. Gli animali da corte vengono invece per lo più utilizzati come “aiutanti” della fattoria didattica, che lo scorso anno ha accolto circa 2.000 bambini delle scuole locali. Nella struttura è infine presente un piccolo B&B, ricavato dagli alloggi degli ex salariati. Le due aziende fanno parte del Distretto agricolo milanese (DAM), consorzio costituito nel 2011, che oggi comprende 34 realtà per una superficie complessiva di circa 1.800 ha e un fatturato che si aggira sui 5 milioni di €.

«Chiaramente – spiega Andrea Falappi, gestore della Cascina Campazzo e presidente del Consorzio – dobbiamo fare i conti con il territorio circostante. Fino a 10-15 anni fa il rapporto era sbilanciato sulle criticità: la nostra stessa esistenza era considerata un fastidio per il quartiere e per una città che si voleva allargare». Tutto cambia nei primi anni 2000: «c’è stata un’evoluzione culturale, soprattutto da parte dei cittadini, che in questi anni ci hanno difeso dagli espropri. Oggi avere la campagna sotto casa è un lusso. Dobbiamo poi riconoscere il ruolo dell’amministrazione, con la quale abbiamo avviato un dialogo molto fruttuoso. Non è un caso che Milano, prima città in Italia, sia dotata di un assessorato all’agricoltura».

Nonostante ciò il primo obiettivo che persegue il Distretto è continuare a sopravvivere: «negli ultimi 50 anni sono state espulse circa il 40% delle imprese. Da parte del Comune sono stati due gli interventi fondamentali: l’aver sancito la strategicità delle aree agricole e l’aver definito una formula contrattuale trentennale per gli affitti di strutture di proprietà pubblica (circa 1/3 del totale). Fino a ieri si andava avanti con contratti da rinnovare ogni anno, se andava bene ogni sei. Un incubo, considerando che su 34 aziende solo 3 sono di proprietà». Altra priorità che si sta cercando di affrontare è la gestione dell’acqua: «sono in corso studi specifici e gli interventi sono stati inseriti nell’Accordo quadro di sviluppo territoriale, che comprende quattro distretti agricoli, il Comune e la Regione».

 

I prodotti di prossimità

Da rimarcare anche il progetto, realizzato con il contributo dell’amministrazione, per la valorizzazione dei prodotti di prossimità: «grazie a questo il Consorzio è riuscito a trovare uno sbocco nella gdo per i prodotti a marchio DAM, oggi riso e alcuni ortaggi. È inoltre in essere un’iniziativa per il conferimento del riso alla ristorazione collettiva di Milano (70-80mila pasti al giorno)».

Proprio gli sbocchi commerciali offerti da una grande città sono la faccia buona della medaglia di operare all’interno di un contesto urbano. «A ciò si sommano le attività collaterali: vendita diretta, fattorie didattiche,turismo. Stiamo puntando molto su questi aspetti, che ci ripagano di alcuni dei vincoli che condizionano la nostra attività, in primo luogo il divieto di modificare le nostre strutture, adeguandole alle ultime innovazioni. Limiti che non vengono riconosciuti: non abbiamo agevolazioni fiscali o sostegni particolari».

 

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