Quando il greening non fa paura

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Lombardia: molte aziende lattiero-casearie praticano già la rotazione e coltivano azotofissatrici. Monocoltura di mais? Si cambia

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Il greening non fa paura alle aziende agricole da latte della Pianura padana. Sicuramente il premio all’inverdimento, con i suoi tre obblighi (diversificazione delle colture, mantenimento dei prati permanenti e costituzione delle aree ad interesse ecologico (Efa) in misura minima del 5% dei seminativi) rappresenta l’elemento più impattante della nuova Pac: in tutto il Paese colpirà almeno un terzo delle aziende, incidenza che sale a oltre il 50% al Nord, ove la superficie agricola utilizzabile media raggiunge i 12 ha. Ma proprio al Nord, c’è chi è già attrezzato nei confronti del greening, disponendo da tempo di un ordinamento colturale adeguato. Sono le aziende agricole ad indirizzo lattiero-caseario: vediamo tre realtà della pianura lombarda. Brescia e Mantova -La prima è un’azienda che produce latte per il Grana Padano sul confine tra le province di Brescia e Mantova. 130 vacche, 60 ha a seminativi, di cui 28 ha a erbaio di loiessa, cui seguirà in secondo raccolto il mais da insilato, 20 ha a mais da granella e da insilato e 12 ha ad erba medica. Quindi tre colture diverse (secondo le disposizioni Agea, fra loiessa e mais da insilato la coltura diversificante è la prima), con percentuali massime rispettate dalle due colture principali (80%), l’azienda non presenta prati permanenti e soddisfa pienamente la richiesta minima di 3 ha di superficie ad Efa, utilizzando allo scopo l’erba medica che è un’azotofissatrice, comunque gravata da un fattore di conversione negativo di 0,7.   L’articolo completo è pubblicato su Terra e Vita n. 19/2015