Psr, nuove prospettive e molte delusioni

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In alcune regioni arriva il primo bando solo per il biologico

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Dall’Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” all’Enciclica “verde” di Papa Francesco, nessuno mai ha parlato di cibo e di agricoltura e di sostenibilità come in questo 2015. Anno della partenza anche della nuova programmazione europea legata alla Pac.

Forse quando sono iniziati i lavori per scrivere questi nuovi Psr non ci si sarebbe aspettati di farli uscire in un momento di attenzione al tema etico-ambientale come oggi, sperando in qualche modo che il tutto passasse indifferente al mondo non agricolo. Invece oggi i cittadini si aspettano dal sistema pubblico un cambiamento di rotta e stanno attenti ai messaggi che la politica lancia e che gli agricoltori amplificano.

La progettazione del futuro

Gli agricoltori italiani stanno progettando per il futuro e per farlo studiano i nuovi Psr. Infatti è sulla base di questi che l’agricoltura viene indirizzata. È anche in relazione a come sono scritti i bandi e a quante risorse ci sono che un agricoltore decide se passare all’agricoltura biologica o se continuare a fare agricoltura intensiva, se investire sulla sostenibilità, sulla qualità o sulla massimizzazione della produzione.

Nelle campagne italiane in questo momento gli agricoltori si sono messi al tavolino a studiare cosa conviene: quali priorità si possono ottenere per garantirsi i contributi per sviluppare l’azienda? Conviene cambiare piano colturale, o metodo di produzione, per assicurarsi un reddito minimo? È meglio fare rete e progetti di grandi investimenti collettivi? Il biologico concede maggiori garanzie di accesso ai contributi? Gli agricoltori vanno a cercare denaro nelle banche, a fare fidejussioni alle assicurazioni, da venditori a farsi fare preventivi, da geometri e ingegneri, per capire quanto costa la propria idea di sviluppo. Un gran fermento di tecnici, di idee, di promozioni, di riunioni, dove si analizzano nel dettaglio i bandi pronti, e si decreta anche per il bio la sua crescita o la sua marginalità.

Progetti a lungo termine per un Psr che dovrebbe permettere una programmazione aziendale fino al 2020, tra investimenti, contributi legati al metodo di produzione, Pac, impegni da rispettare e premi legati a questi.

Vincoli lunghi da onorare in cambio di contributi: un patto tra gli agricoltori e la società che finanzia alcune azioni scelte sulla base di una contrattazione che i cittadini europei hanno delegato alle strutture di rappresentanza politiche ed agricole.

Il contenuto dei Psr modificherà in maniera importante il settore, le nostre campagne, la produzione bio e il mercato.

Contributi che non sono un dono, ma denaro che va gestito con capacità imprenditoriali vere, non è improbabile infatti trovarsi a dover restituire quanto già ricevuto se qualcosa poi non va come dovrebbe, se non si sono capiti bene i vincoli, se non si sono letti tutti gli impegni che si assumono. È un rischio aziendale che gli agricoltori conoscono bene, un rischio imprenditoriale che ben si addice al nuovo ruolo di imprenditore che gli agricoltori di ieri, oggi devono vestire, spogliandosi di quell’immagine da contadino e facendo buona parte del proprio lavoro in ufficio, tra domande, burocrazia, certificazioni, autorizzazioni, assicurazioni, garanzie etc…

Una misura ad hoc

Questo un piccolo schizzo del quadro che la partenza di un Psr disegna sul mondo agricolo.

Il settore del bio, che fremeva più degli altri, ha sognato 2 anni fa, al lancio del regolamento Ue 1305/2013, poi è rimasto deluso dalla trattativa sul greening, ma oggi scopre la partenza in alcune regioni del primo bando proprio per i biologici, il bando della M 11 in diverse regioni d’Italia, in anticipo rispetto alle altre misure, anche se tutte molto in ritardo rispetto ai tempi previsti.

Aiutati da un successo commerciale senza precedenti, da una crescita della domanda negli anni più bui di questa recessione, i produttori già indirizzati al bio hanno aspettato questo bando rispettando l’impe gno di coltivare secondo i criteri imposti dal regolamento, perchè credono nella scelta della certificazione biologica e perchè il mercato premiava questa scelta. Gli altri stanno valutando ora se iniziare anche loro la conversione dell’azienda, ma questa decisione è fortemente guidata dai numeri e dai criteri scritti nei diversi Psr.

Ora infatti finalmente arrivano i contributi tanto aspettati, la cosiddetta M 11: per la prima volta una misura ad hoc per l’agricoltura biologica; la possibilità di poter accedere ad alcuni contributi anche della M 10 agroclimatico-ambientale; un riconoscimento del proprio impegno anche nel I asse della cosiddetta PAC, tramite l’accesso non condizionato al premio aggiuntivo del greening.

Resta un po di delusione se si valutano i Psr nel complesso della struttura.

Una prima nota critica arriva dalla verifica delle risorse messe a disposizione sulla M11, sufficienti certamente a coprire le domande di oggi, ma non dimensionate a sostenere una crescita importante del settore.

Così, anche se le risorse sembrano tante e alcune regioni dedicano una percentuale alta di denaro verso questo settore (figura 1), resta che un’eventuale, attesa e sperata, crescita del numero degli ettari a bio rischia di restare senza risorse. Infatti non è è tanto l’incidenza della M11 sul totale del Psr che misura l’impegno politico verso il biologico, semmai sono gli indicatori di output, che indicano la previsione della Sau interessata dalla misura, che ci dicono quanto le Regioni scommettano nella crescita del bio. L’analisi di questa tabella è molto deludente.

Ma sviluppare il settore non passa esclusivamente dal pagare i maggiori costi e i minori rendimenti di questa pratica tramite la M11. I biologici e i cittadini attenti alla sostenibilità vorrebbero riconoscere importante questo modello di agricoltura tramite una priorità sulle misure degli investimenti, nei progetti integrati di filiera, nei Gruppi Operativi, per i servizi di consulenza, attraverso lo stimolo, sempre tramite priorità o una maggiorazione del contributo, anche ai giovani che si insediano in aziende bio, aiutando più che per gli altri modelli le forme di aggregazione legate al mondo del biologico.

Agricoltori bio e consumatori aspettano da tempo che arrivi un Psr tutto bio, dove leggere la scelta della politica per lo sviluppo di questo settore. Questa richiesta è confermata anche dalle critiche fatte all’Expo e la necessità mondiale di dare forte risalto a temi etico-ambientali è sottolineata dall’Enciclica papale, e il biologico contribuisce in maniera importante a questi temi.

Se questo fosse successo nel 2000 oggi avremmo più prodotti bio nazionali, meno di importazione, avremmo filiere più efficienti, minori costi per i consumatori, più ricchezza diffusa, avremmo avuto una mortalità inferiore del numero delle aziende agricole, quindi una tutela del territorio migliore.

Nuova Pac, vecchie logiche

Oggi si presenta una nuova opportunità per non rifare questi errori.

Il settore è cresciuto e il cittadino è sempre più maturo, ma nei Psr troviamo ancora premiata la vecchia agricoltura integrata, o sistemi che nel bio non ci possono stare come l’agricoltura conservativa. Un modo per l’industria chimica di arroccarsi su qualche spalto dove si possano ancora consumare prodotti fitosanitari oggi spesso messi in croce dalla ricerca e da emergenze sanitarie. Le critiche al glifosato, e ai prodotti commerciali a questo collegati, hanno allertato anche la pubblica opinione, ma nonostante questo si premieranno metodi di coltivazione come l’agricoltura conservativa che di questi diserbanti faranno un grande uso.

Così anche stavolta, fino al 2020 almeno, in quasi tutti i Psr sono rimaste le vecchie logiche di spartizione, priorità equiparate per bio e prodotti a denominazione (Dop, Igp etc…), si premia ancora l’agricoltura integrata (a volte nascosta dietro marchi locali come l’Agriqualità della Toscana), quella conservativa (che vorrebbero far diventare operazione anche di marketing con il simpatico nome di agricoltura Blu), non si differenziano i premi per investimenti finalizzati a creare o strutturare aziende bio da quelle convenzionali.

Va comunque riconosciuto lo sforzo e il coraggio di quelle Regioni che hanno messo molte risorse sulla M11 e permetteranno quindi una crescita del numero degli ettari, quelle che hanno inserito il biologico nelle filiere, quelle che non premiano la vecchia lotta integrata, quelle che faranno la scelta di dare una priorità netta al biologico. Le aziende sapranno premiare queste Regioni: se si sviluppa l’ agricoltura biologica, e si riduce quella convenzionale, la vittoria finale non sarà delle aziende bio contro quelle che usano la chimica, ma dei cittadini, del territorio, dell’ambiente e dell’occupazione.