Promettenti le nuove varietà di albicocco, ma bisogna programmare l’offerta

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L’innovazione paga, sia in termini qualitativi, sia in termini di allargamento
e diversificazione dell’offerta. L’Italia appare competitiva
nei confronti dei competitor stranieri, ma deve puntare su un’albicocchicoltura razionale

L’articolo Promettenti le nuove varietà di albicocco, ma bisogna programmare l’offerta è un contenuto originale di Rivista di Frutticoltura e Ortofloricoltura.

L’albicocco è la 9a specie frutticola al mondo (escluso tropicali) per estensione delle superfici coltivate e l’11a in termini di produzione, con un’incidenza pari, rispettivamente, all’1,8% e all’1,2% del totale. Benché tali dati evidenzino un’importanza contenuta, l’interesse rivolto a questa specie nel mercato frutticolo è decisamente crescente: in particolare, gli investimenti nel mondo sono passati da 450 a 500.000 ettari nel decennio 2004-13 ed il corrispondente volume di offerta da 3,5 ad oltre 4,1 milioni di t.
Nonostante la diffusione sia pressoché ubiquitaria, il 60% circa dell’offerta proviene dal bacino del Mediterraneo, con la Turchia che si qualifica di gran lunga come primo produttore al mondo, grazie ad un potenziale superiore a 800.000 t. Altri rilevanti Paesi produttori sono Iran, Uzbekistan, Algeria e Pakistan.
Dal momento che l’albicocco è specie spiccatamente stagionale e con limitata conservabilità, l’arena competitiva di maggior importanza per il nostro Paese è rappresentata dall’Ue, dove la coltivazione interessa una superficie pari a 73.000 ettari, concentrati per l’80% in Spagna, Italia, Francia e Grecia (Fig. 1). A differenza di quanto osservato a livello mondiale, nell’Ue la diffusione dell’albicocco presenta una lieve flessione, valutabile nell’8% circa: tra i principali Paesi produttori, tuttavia, è la sola Francia a manifestare un’apprezzabile contrazione degli investimenti.
L’offerta realizzata nei Paesi dell’Ue è piuttosto variabile, a causa della particolare sensibilità della specie alle avversità climatiche ed alla eterogeneità dei territori di coltivazione: nello specifico, l’ultimo decennio ha visto oscillare la produzione totale fra poco più di 600.000 ed oltre 750.000 t.
Il commercio internazionale
L’Italia, in virtù di un potenziale produttivo di 200-250.000 t è il primo produttore europeo, mentre la Francia, seconda, si colloca attorno a 150-200.000 t; Spagna e Grecia, nonostante l’evidente crescita degli ultimi anni, non hanno ancora superato il tetto di 130-140.000 t/anno.
In considerazione delle caratteristiche di serbevolezza del frutto, il commercio internazionale di albicocche è in larga maggioranza a breve o medio raggio: ciononostante, il volume degli scambi nel mondo è quasi raddoppiato nel corso dell’ultimo decennio, passando da meno di 200.000 ad oltre 340.000 t. Nell’ambito dell’Ue avviene la maggior parte di tali scambi: sempre con riferimento agli ultimi 10 anni, i volumi commercializzati tra i Paesi Ue sono cresciuti da 150.000 a 190.000 t circa, con un tendenziale equilibrio tra import ed export. Sebbene la quota scambiata rispetto al totale mondiale sia progressivamente diminuita, il commercio dei Paesi Ue rappresenta ancora più del 50% del totale.
Relativamente ai flussi di esportazione, nei singoli Paesi si rileva un’evidente variabilità dei volumi avviati oltrefrontiera, quale diretta conseguenza dell’offerta annualmente disponibile. Il ruolo di principale esportatore nello spazio comunitario è conteso da Francia e Spagna (Fig. 2), con quest’ultima protagonista di un evidente balzo in avanti nell’ultimo triennio. I volumi esportati da questi Paesi sono arrivati a 50-60.000 te annue e sono concentrati perlopiù nelle fasi centrali della campagna per il prodotto francese e in quelle estreme per quello spagnolo. Gli altri due grandi produttori, Italia e Grecia, si collocano su valori di 20-30.000 t ciascuno, con una crescita apprezzabile da parte dell’Italia nell’ultimo periodo.
Per l’Italia permane comunque ridotto il peso dell’export rispetto all’offerta interna: nonostante l’aumento di cui sopra, le esportazioni incidono solamente per poco più del 10% della produzione annua, mentre per Francia e Spagna valgono fino al 35-40% dei volumi di offerta interni. Il valore del prodotto esportato dal nostro Paese è salito da poco più di 14 milioni di euro del triennio 2005-07 a quasi 33 milioni del triennio 2012-14 (Tab. 1), consentendoci così di raggiungere una quota del 13% sul totale europeo: il prezzo medio dell’export italiano, seppur in tendenziale crescita, permane più basso di quello francese, ma più elevato di quello spagnolo e, soprattutto, greco.
Le importazioni dei Paesi Ue hanno raggiunto, nel 2014, un volume di 184.000 t, un terzo delle quali destinate alla Germania (Fig. 3). A differenza di quanto rilevabile per la maggior parte delle referenze frutticole, la domanda tedesca si è mantenuta interessante e in leggera crescita negli ultimi anni. Relativamente agli altri principali Paesi importatori, non si rilevano apprezzabili scostamenti della domanda, ad eccezione dell’aumento osservabile in Francia. Si segnala, invece, la tendenziale crescita del numero di Paesi importatori e della relativa domanda: in particolare, nel decennio 2005-14, l’import dei Paesi Ue, ad esclusione dei primi 5, è passato da 44 a 58.000 t/anno.
Focalizzando, infine, l’attenzione sui partner commerciali dell’Italia, l’export è diretto per il 40% verso la Germania e per il 20% verso l’Austria, seguiti a distanza da altri Paesi limitrofi come Slovenia, Croazia e Rep. Ceca (Tab. 2); la quota avviata al di fuori dell’Ue incide per poco più del 6%. Le importazioni italiane, invece, provengono per poco meno di 2/3 dalla Francia e per 1/3 dalla Spagna, con una crescita più sostenuta rilevabile per il Paese iberico.
Il quadro nazionale
In Italia l’albicocco è coltivato su poco meno di 19.000 ettari, che si localizzano per oltre il 70% in 3 regioni: Emilia-Romagna, Campania e Basilicata (Fig. 4). Estensioni di rilievo si riscontrano anche in Puglia, Sicilia e Piemonte. La dinamica degli investimenti evidenzia, nel quinquennio 2011-15, una lieve decrescita: nel quadro della frutticoltura italiana, la sostanziale tenuta delle superfici coltivate appare comunque un risultato apprezzabile, al confronto con le rilevanti contrazioni della maggior parte delle specie arboree da frutto. Più nel dettaglio, la coltivazione è in crescita in Emilia-Romagna, Puglia e Sicilia, ed in calo in Basilicata, Campania e Piemonte.
La produzione complessiva è variata, nell’ultimo quinquennio, da un minimo di 200.000 t nel 2013 a quasi 275.000 t nel 2011.
Sul versante dei consumi, i dati Cso/Gfk Italia relativi agli acquisti domestici delle famiglie italiane, evidenziano una fase di espansione fino al 2007, seguita da un progressivo ridimensionamento: nel complesso, comunque, le albicocche sono tra le poche specie frutticole a registrare un saldo positivo nel difficile periodo 2000-13. In particolare, gli acquisti sono aumentati del 6%, mentre per altre importanti referenze frutticole, come mele, pere, pesche o arance, sono diminuiti finanche del 25-30%.
Costi di produzione in Italia
e nei competitor europei
L’albicocco si caratterizza per una consistente eterogeneità della gestione agronomica e della resa produttiva, sia per le peculiari caratteristiche e precocità di maturazione di ciascuna varietà, sia per le differenti tecniche di coltivazione. Allo scopo di proporre un quadro rappresentativo dei costi medi sostenuti dalle imprese produttrici nei principali areali sono presentati 7 casi di studio (Tab. 3), relativi ad alcune tra le più diffuse varietà o gruppi varietali affini per caratteristiche di coltivazione, di Piemonte (Pinkcot/Laycot), Emilia-Romagna (Bora/Pinkcot e Faralia/Farbaly), Campania (San Castrese) e Basilicata (Ninfa), regione di Murcia per la Spagna (cultivar varie a maturazione precoce e medio-precoce) e Dipartimento del Drôme in Francia (cv Bergeron). Va rimarcato che le rese produttive ipotizzate sono da intendersi come rese medie poliennali e non espressione di una singola campagna.
In termini di costo totale per ettaro, gli impianti a palmetta e dotati di rete anti-grandine si distinguono chiaramente da quelli più tradizionali a vaso: nel primo caso la spesa media complessiva varia da 17.300 a 18.800 €/ha per Pinkcot/Laycot nel Cuneese e Faralia/Farbaly, punto di riferimento della fase più tardiva della campagna in Emilia-Romagna. Per impianti a vaso, si registra in Italia un costo variabile da poco più di 11.000 €/ha in Campania, fino a 13.300 €/ha per Bora/Pinkcot in Emilia-Romagna. In Spagna, il gruppo varietale medio-precoce preso in considerazione impone un costo medio di oltre 14.000 €/ha, mentre in Francia per la tradizionale Bergeron si sale fin quasi a 15.500 €/ha.
Tali costi sono comprensivi anche degli oneri figurativi o impliciti (“opportunity cost”), dovuti all’apporto diretto di capitale e di lavoro da parte dell’impresa: per sottrazione degli stessi, si ottiene un costo contabile aziendale inferiore del 15-20% circa nei casi relativi alle regioni meridionali, dove maggiore è il ricorso a manodopera salariata, anche in virtù del minor costo della stessa, e fino al 25% in Emilia-Romagna e Piemonte, dove più forte è l’apporto di manodopera familiare.
Come per tutte le specie frutticole, anche per l’albicocco la manodopera nel suo complesso è la principale voce di costo, con un’incidenza che può superare il 55% per impianti caratterizzati da bassa efficienza dei cantieri di raccolta. Le materie prime incidono, invece, per il 12-15%, con punte vicine al 20% in Basilicata. Da considerare, infine, che la quota annua di ammortamento dei costi di impianto ammonta a 2.000-2.500 €/ha per gli impianti a palmetta protetti da rete anti-grandine, mentre si limita a 1.000-1.200 €/ha per gli impianti a vaso.
Il ruolo della resa produttiva è determinante nel definire la competitività di ciascuna area produttiva e delle rispettive cultivar: sulla base delle rese medie ipotizzabili, le aree più competitive sono quelle della Campania e di Murcia (Spagna), dove il costo totale di produzione supera di poco 0,5 €/kg. Interessante è anche il risultato, in termini di costo, per le tardive Faralia/Farbaly che, grazie alla resa elevata, contengono l’esborso a poco meno di 0,6 €/kg. Per le cultivar della fase centrale della campagna, si rileva, invece, un costo medio di 0,65 €/kg in Emilia-Romagna e di 0,73-0,75 €/kg in Piemonte. In Basilicata, la limitata resa produttiva impone costi complessivi prossimi a 0,8 €/kg, ma anche Bergeron, in Francia, si colloca poco al di sotto di tale livello.
Va evidenziato, infine, che al variare delle rese produttive, fenomeno piuttosto frequente per l’albicocco, il costo complessivo di produzione può variare sensibilmente: a titolo di esempio, una perdita di 5 t/ha corrisponde per le cultivar considerate ad aumenti di costo fino al 20-40%.
Prezzi e redditività
Il prezzo medio alla produzione delle albicocche da consumo fresco è fortemente variabile, oltre che in funzione delle dinamiche di mercato peculiari di ciascuna campagna, della tipologia di cultivar e della precocità. In figura 5 sono riportati i prezzi degli ultimi 8 anni per prodotto di prima categoria (media calibro 40+) e per alcune delle più diffuse varietà. Come rilevabile, i prezzi più elevati sono spuntati dalle cultivar a maturazione precoce e tardiva, con apici anche di 1,6-1,8 €/Kg, ma interessanti sono anche le quotazioni per Bora e Pinkcot, mentre più contenute sono quelle di Kyoto e Portici. In termini generali, le varietà di recente introduzione, più colorate e di elevata qualità organolettica, esprimono le maggiori quotazioni, mentre le cultivar più datate, meno colorate e, talvolta, con caratteristiche qualitative inferiori, si collocano su livelli anche marcatamente inferiori.
La comparazione con i costi di produzione fa emergere un quadro sostanzialmente soddisfacente per le cultivar esaminate, con risultati particolarmente positivi soprattutto per le più tardive. La media di prezzo generale, inclusiva anche della quota a destinazione industriale, ha oscillato, nel periodo in esame, da 0,64 a 1,23 €/kg, ma va ricordato che le campagne contraddistinte da prezzi più elevati sono in genere connesse ad una minore disponibilità di prodotto, che limita la PLV dell’impresa.
Dal confronto tra il prezzo medio generale e la produzione interna di ciascuna campagna, emerge un’elevata correlazione statistica inversa1 (-0,794), che testimonia come sia alta la sensibilità del mercato agli eccessi produttivi. In particolare, nelle quattro annate in cui l’offerta complessiva è rimasta al di sotto o prossima a 220.000 t, il prezzo si è collocato mediamente attorno a 1 €/kg, mentre una produzione superiore a 250.000 t ha determinato i valori di prezzo più bassi, tra 0,64 e 0,75 €/kg. Molto bassa risulta la correlazione con l’offerta europea (-0,203), che non sorprende visto l’elevato grado di autoconsumo della produzione interna.
Conclusioni
La lettura dei dati economici relativi all’albicocco permette di esprimere un giudizio sostanzialmente soddisfacente, sebbene strettamente connesso alle varietà più richieste dal mercato e non esente da marcate oscillazioni annuali. I costi di produzione, tuttavia, si presentano mediamente elevati, soprattutto per le forme di impianto più elaborate, ed il raggiungimento di un buon risultato economico appare comunque vincolato ad un’accettabile resa produttiva, per la quale è indispensabile un’elevata professionalità delle imprese, oltre che un’idonea vocazionalità del territorio.
Alla luce del grave quadro di crisi in cui versa il comparto frutticolo, l’albicocco beneficia di un crescente interesse degli operatori, in Italia e all’estero, ed è pertanto preventivabile nel futuro un aumento dell’offerta: sarà, pertanto, di vitale importanza essere in grado di distribuire adeguatamente la maggior produzione disponibile, al fine di evitare pericolosi surplus, i cui effetti sono noti in frutticoltura e dimostrati dalla correlazione di cui sopra.
Determinante sarà proseguire nella ricerca di nuovi mercati, senza dimenticare i limiti dovuti alla serbevolezza dei frutti che vincolano le distanze percorribili. Ancor più che per altre specie frutticole, quindi, è imperativo muoversi con cautela, evitando il rischio di “massificazione” dell’offerta, e programmare adeguatamente la stessa in base alla segmentazione dei mercati da raggiungere.