Pomodoro da industria, produttori in fibrillazione

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Costi alti e poco comprimibili. L’esperienza di Vincenzo Russo, contoterzista e agricoltore

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Un numero crescente di produttori foggiani di pomodoro da industria sta mettendo una pietra tombale su una coltura che, se in passato ha assicurato discreti redditi, a volte regalando anche non inaspettati picchi di guadagno, ora non sembra più offrire grandi prospettive. Lo si deduce dall’estrema freddezza con la quale è partita la stagione dei trapianti: davvero scarsi, molto al di sotto delle attese, con grande rincrescimento dei vivaisti orticoli, i quali denunciano un calo sicuro del 30-40% della domanda di piantine rispetto al 2015, e forse anche vicino al 50%. Né potrebbe essere altrimenti, stando ai prezzi ventilati dalla parte industriale di 0,074 €/kg per il pomodoro tondo e di 0,080 €/kg o poco più per il lungo. Prezzi che, dichiara Vincenzo Russo, contoterzista su migliaia di ettari in Capitanata e produttore (l’azienda di famiglia è scesa da oltre 50 a 25 ha, a Manfredonia), cozzano con gli alti costi di produzione.

«Nella coltivazione del pomodoro da industria i costi sono numerosi e pesano molto nel conto economico. In primo luogo i circa 1.100 €/ha necessari per l’affitto del terreno, visto che il pomodoro non può tornare su se stesso per due anni di seguito. Dopo le spese per le operazioni colturali: 900 €/ha per il lungo e 800 per il tondo. Poi l’esborso per l’acquisto dei mezzi tecnici, 4.610 €/ha per il lungo e 4.410 €/ha per il tondo: un onere, quest’ultimo, appena limitabile dal ricorso a piantine che non siano tolleranti/resistenti ai virus, le quali tuttavia sono poco utilizzate dagli agricoltori a causa dell’incognita dei danni da virosi. Anche la raccolta meccanica comporta un costo notevole, pari ad almeno 1.500 €/ha per entrambe le tipologie, mentre le spese generali corrispondono a 1.000 €/ha per il lungo e a 900 €/ha per il tondo.

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