Pomodoro da industria Costi troppo elevati

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La Spagna produce a 72 € reso fabbrica contro i 92 franco azienda dell’Italia

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Il pomodoro da industria è uno dei punti di forza dell’agricoltura italiana, spesso preferita a mais o grano per la sua redditività. L’Italia, non a caso, è stata per anni al secondo posto tra i produttori mondiali dietro alla California, piazza d’onore persa lo scorso anno a vantaggio della “solita” Cina. Brutte sorprese potrebbero arrivare anche in ambito europeo, dove deteniamo il 55% della produzione ma siamo inseguiti da un’agguerrita Spagna, forte di costi sensibilmente inferiori a quelli italiani. Come del resto sono vincenti, in questo senso, anche Portogallo e Turchia, altri due paesi con superfici importanti. Se ne è parlato in un convegno organizzato dal Cadir Lab di Alessandria, con il patrocinio delle associazioni agricole e di Tomato Farm, l’unica industria di trasformazione piemontese, che ogni anno ritira 90mila t di prodotto, prelevandolo principalmente dal bacino alessandrino-tortonese e dalla vicina provincia di Pavia. La situazione in Italia Amministratrice delegata di Tomato Farm è Bruna Saviotti, per anni a capo di Apsov Sementi e dell’Ais, l’associazione dei sementieri italiani:  «A fronte di una produzione mondiale di 40 milioni di t, la quota italiana è di quasi 5 milioni, pari al 12% del totale. Il distretto del Nord, invece, vale circa 2 milioni e mezzo di t», ha spiegato. In ettari, siamo oltre i 35mila. La resa resta, però, bassa. Bassissima nel 2014, con 65 t/ha, ma purtroppo bassa anche in anni normali. «Parliamo di circa 70 t/ha in media, insufficienti a reggere la concorrenza di paesi come la Spagna, che produce pomodoro a 72 € reso fabbrica contro i 92 franco azienda dell’Italia. Sul doppio concentrato abbiamo 150 € /t di costi in più». L’Italia, pur restando leader mondiale nei derivati destinati alla vendita al dettaglio, vede insomma vacillare la sua posizione, a meno di non trovare, nel giro di pochi anni, il modo di aumentare le rese di un buon 30%. «Paesi come il Portogallo, grazie a una maggior libertà imprenditoriale e naturalmente al clima, arrivano a 100 t/ha. Questo dev’essere anche il nostro obiettivo». Alessandria e Ferrara boom Parliamo, a questo punto, anche del bacino alessandrino-tortonese, uno degli ultimi nei quali si è sviluppata la coltura del pomodoro do dove è in forte ascesa: «Assieme al Ferrarese siamo il territorio del distretto con il maggior incremento di superficie» precisa   Saviotti. Ciò è dovuto, in primo luogo, al nuovo stop della bieticoltura, causa l’eccessiva distanza tra l’Alessandrino e lo zuccherificio di San Quirico (Pr): «Dei 2mila ha  che resteranno scoperti quest’anno, molti finiranno sul pomodoro». Che nell’Alessandrino presenta alcuni vantaggi innegabili: «In primo luogo le rese, superiori alla media del distretto. Soprattutto, però, abbiamo un prodotto molto sano. Questo è dovuto in parte al fatto che i terreni sono ancora vergini e in parte alla rotazione lunga che riduce i problemi sanitari». L’incremento di superfici, tuttavia, può essere anche controproducente: «È assolutamente indispensabile che gli agricoltori coltivino i quantitativi corretti, perché gli stabilimenti non hanno la possibilità di assorbire produzioni in eccesso».L’unico modo di ampliare la capacità produttiva è allungare la campagna. Non a caso Tomato Farm offre un premio di 7,5 € per le consegne precoci. Visualizza l’articolo completo