Pesche e nettarine, se c’è qualità c’è ripresa

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É il presupposto per l’aumento dei consumi; l’uscita dalla crisi economica non basta

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Dai primi anni 2000 la superficie coltivata a pesco e nettarine è passata da circa 100mila a 80mila ha (-20%). Nello stesso periodo la produzione, che era di oltre 16 milioni di q, è ora di circa 15 milioni (media degli ultimi 3 anni, -7% circa). Il calo produttivo si è reso evidente negli ultimi due anni e le previsioni di quest’anno confermano tale andamento.

La differenza tra i valori percentuali del calo della superficie coltivata e di quelli della produzione è spiegabile con l’abbandono delle aree meno vocate e delle aziende meno competitive, e con la maggiore incidenza sul totale della produzione delle regioni meridionali, più favorevoli alla coltura del pesco e, pertanto, più produttive a parità di cultivar.

Nello stesso periodo la produzione greca è diminuita del 25%, quella francese è crollata di oltre il 42% e quella spagnola, che pure ha rallentato la propria crescita, è aumentata del 3%. Mentre i consumi di frutta in Europa sono in aumento, quelli di pesche e nettarine sono stagnanti (in diminuzione nei Paesi europei occidentali, in aumento in quelli orientali) e la lenta uscita dalla crisi economica non prelude a cambiamenti importanti nel prossimo futuro.

Il consumo di pesche e nettarine soffre della concorrenza dell’altra frutta estiva (ciliegie, albicocche, susine, uva da tavola) e, soprattutto, della frutta tropicale banane e ananas ai primi posti, il cui import, negli anni 2000, è aumentato del 30% in Italia (+ 8mln q) e di oltre il 40% in Europa (+100 mln q). Anche il melone e l’anguria, le cui produzioni e importazioni sono in aumento, contribuiscono alle attuali difficoltà del comparto peschicolo.

Tra le cause della crisi dei consumi delle pesche, anche il prezzo di vendita elevato e poco elastico rispetto al prezzo pagato al produttore, la modesta conservabilità dei frutti, la variabilità dell’andamento stagionale che influisce sugli acquisti e sulla qualità (soprattutto per quanto riguarda l’incidenza dei marciumi post-raccolta), la grande variabilità delle caratteristiche qualitative (gradi Brix, acidità, consistenza della polpa, colorazione della buccia).

Le pesche italiane vengono vendute, per il 70%, sul mercato interno e “solo” il 30% è avviato all’esportazione. Da una decina d’anni l’Italia ha perso il primato dell’esportazione in favore della Spagna ed è diventato il quinto Paese importatore dopo Germania, Russia, Francia e Polonia, per una quantità di circa 700mila q/anno, in aumento. Nel prossimo futuro si prevede una certa stabilità della produzione in Grecia, un ulteriore aumento di quella spagnola e una continua diminuzione di quella francese.

La Spagna, rispetto all’Italia, ha alcuni punti di vantaggio:

- vaste aree meridionali particolarmente vocate per le produzioni precocissime;

- nuove grandi aree irrigue nella media Valle dell’Ebro (Catalogna e Aragona);

- un clima estivo caldo e secco, con minori problemi di patologie; inoltre la sharka in Spagna al momento è sotto controllo;

- aziende di ampie dimensioni e più disponibilità di capitali da investire in agricoltura;

- manodopera abbondante, a costi inferiori;

–   un livello tecnico non inferiore a quello italiano e francese;

– un’organizzazione commerciale di prim’ordine;

– una ricerca pubblica ben so   stenuta;

– uno spirito di iniziativa e di intraprendenza che, nel nostro Paese, si è un po’ appannato.

Le previsioni

Analisti ed esperti sostengono che per aumentare o stabilizzare i consumi bisogna migliorare la qualità. Per pesche e nettarine è complicato per varie ragioni: grande numero di nuove cultivar con estrema variabilità dei caratteri qualitativi (contenuto zuccherino, acidità, consistenza della polpa, aroma) e pomologici (presenza/assenza della tomentosità, colore della buccia, colore della polpa, forma rotonda/piatta del frutto). Buona parte di queste caratteristiche è influenzata dalla tecnica colturale (forma di allevamento, irrigazione, concimazione, potatura, diradamento dei frutti) e, soprattutto, dal momento di raccolta, quasi sempre troppo anticipato rispetto alla maturazione fisiologica dei frutti.

 (*) Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – Centro di ricerca per la frutticoltura – Roma

Leggi l’articolo completo su Terra e Vita 29-30/2015 L’Edicola di Terra e Vita