Organizzarsi meglio per aggredire il domani: ricominciare dalle OP

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L’esigenza di organizzare meglio un sistema complesso e diversificato come quello ortofrutticolo non è evidente soltanto nei confronti del mercato, ma impone scelte strategiche anche a monte. Innovazione, assistenza tecnica, qualità e certificazione sono tutti requisiti imprescindibili per operare efficacemente in un’ottica di filiera.

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Scrivo queste righe in un momento (luglio 2015) nel quale non è ancora il periodo per fare un quadro dell’andamento di questa campagna frutticola, sia dal punto di vista tecnico, sia sul piano del risultato economico per l’agricoltore. Però (per l’aria che tira in generale nelle campagne) ritengo opportuno soffermarmi su diversi punti che sono in continua discussione, per dare al mondo agricolo ortofrutticolo un minimo di visibilità e prospettiva.

Parto da due considerazioni di fondo che seguiranno tutti gli argomenti: la prima è che scrivo soprattutto con la “testa” del produttore agricolo (quello che coltiva, per poi conferire/vendere il prodotto entro una filiera, organizzata o meno, che va al mercato o addirittura al consumatore finale). La seconda è che scrivo con le visioni di chi opera tecnicamente ed organizzativamente sull’intera filiera, fino al punto vendita al consumo, dovendo garantire qualità, tecniche di basso impatto ambientale e sicurezza alimentare per gli operatori e i consumatori finali.

In vari momenti passati, anche su questa Rivista, abbiamo affrontato diverse delle tematiche qui riprese. La differenza rispetto a ieri è che siamo arrivati ad un momento cruciale nelle scelte, causa diversi e molteplici cambiamenti che sono in corso non solo nel sistema agroalimentare, ma nel mondo stesso. Se non li affronteremo in modo reale (rispetto alle chiacchiere fatte fino ad ora, mentre il mondo nel bene e nel male avanza) ne andrà della sopravvivenza del settore in Italia, in Europa e forse non solo. Alludo soprattutto alla tendenza generale a schiacciare sempre più in basso il valore delle produzioni vegetali (a scapito dei prezzi pagati ai produttori) e al ritorno a livello di “diseredati” degli operatori del settore agroalimentare. Lo ha evidenziato anche Papa Francesco nei suoi recenti discorsi nei Paesi in via di sviluppo.

L’affermazione non vuole essere catastrofica, perché il mondo tecnico ha sempre ragionato ottimisticamente, se non altro perché è chiamato a garantire produzioni e qualità ed in abbondanza, ma osservando lo scarso rispetto riservato ai produttori agricoli e ai molteplici ruoli che gli vengono invece richiesti, c’è ampiamente da stare poco tranquilli. Tutti citano ricette varie per valorizzare il settore e i prodotti, tanti sanno cosa si deve fare, molti vivono “a rimorchio” o a supporto del settore stesso (chi facendo servizi reali e chi “parassitizzando”), ma praticamente nessuno, salvo i diretti interessati, i lavoratori della terra, che sono pochi in proporzione alla massa degli operatori dell’agroalimentare (e poco organizzati), parla con cognizione di causa dei “diritti del produttore agricolo”, sia esso coltivatore diretto, imprenditore agricolo, salariato. Ci si dimentica, e questo è un fenomeno non solo italiano, ma mondiale, che se spariscono i lavoratori della terra (al comando di un quadro informatico o anche a “cavallo” di una potente macchina agricola) spariscono molte funzioni richieste all’agricoltura e alla forestazione, a partire da quella di sfamare uomini ed animali domestici.

Riprendiamo quindi alcuni temi che hanno incidenza nei processi decisionali, produttivi e tecnologici, di filiera, che richiedono il cambiamento alla luce di quelli d’indirizzo comunitario (e non solo) e di mercato in generale.

 

Frutticoltura sostenibile

Molti la riscoprono adesso (per motivi di “business” legati alla stessa declinazione), ma per molti di noi operatori del settore è sempre stata conclamata. Per gli agricoltori in generale lo era già da quando, ai tempi della preistoria, l’uomo comincia a coltivare la terra e razionalizza la caccia. In termini operativi e riconducibili al lavoro quotidiano i capisaldi dell’agricoltura sostenibile, in ordine sparso sono:

  • ricerca della redditività del proprio lavoro: è ovvio per l’agricoltore, ma non è sempre implicito per il resto del mondo;
  • processi di coltivazione e gestione di prodotto di basso impatto ambientale. Nessun agricoltore si sogna di coltivare per inquinare, per cui è sempre disponibile a migliorare, purché le soluzioni proposte siano tecnicamente ed economicamente compatibili con le finalità della filiera. Per noi la segmentazione produttiva avviene su due canali definiti: Produzione Integrata (già ampiamente descritta, detta anche produzione sostenibile ai fini comunicativi) e Agricoltura Biologica/Organica in relazione alla regolamentazione comunitaria ed internazionale. Al loro interno ci sono gli obbiettivi dell’uso razionale dell’acqua, della fertilizzazione, dell’irrigazione controllata e della gestione conservativa dei suoli e della loro fertilità;
  • sicurezza alimentare: pre-requisito di tutto ciò che diventa oggetto di alimentazione umana ed animale in generale. Con garanzie oggettive al consumatore, non virtuali.
  • controllo dei processi, rintracciabilità, autocontrollo igienco-sanitario o controllo di ente terzo indipendente (compreso quello pubblico), origine del prodotto (dalla terra di coltivazione che è l’origine più importante da declinare), certificazioni in materia (delle varie fasi di filiera): da tempo sono tutte azioni in atto nella maggior parte dei sistemi agricoli, soprattutto di quelli organizzati;
  • riduzione dei consumi energetici, con riduzione delle emissioni di gas serra: tecnologia e riduzione all’essenziale dei consumi energetici da idrocarburi nei processi produttivi e di gestione del prodotto sulla filiera sono una base di lavoro in continua evoluzione (i carri raccolta elettrici in campagna ne furono già un esempio molti anni fa);
  • riutilizzo degli scarti e smaltimento corretto dei rifiuti: la cultura in questo senso ha fatto passi da gigante anche in campagna. D’altronde, le norme in materia di sicurezza ambientale e del lavoro sono continuamente “in itinere” rivolte ad un miglioramento continuo. Basti pensare, per esempio, al recupero delle plastiche per il riuso, all’impiego di plastiche biodegradabili, alla trinciatura dei tagli di potatura per il mantenimento di sostanza organica nei terreni, all’impiego per vari usi del legno delle piante estirpate, allo smaltimento corretto di batterie ed olii esausti.

Mi sono soffermato sui processi di coltivazione e di gestione dei prodotti lungo la filiera e ho detto cose per molti anche risapute. Quando ci sono adempimenti collegati vanno proposti agli agricoltori con la logica del miglioramento continuo della propria attività. Non come vincoli incomprensibili, costosi e con ritorno solo a valle della filiera.

 

Normative e deroghe ai regolamenti

Però anche sui processi di coltivazione, visti i cambiamenti in essere, soprattutto in materia di norme sulla registrazione e l’impiego degli agrofarmaci, rimangono o addirittura tornano varie criticità di cui il mondo agricolo farebbe volentieri a meno. Sulla materia in oggetto occorrerebbe (come già detto da tempo) omogeneità almeno sul territorio europeo della Comunità. Nell’anno 2005 terminò l’iter legislativo dell’armonizzazione europea dei residui degli agrofarmaci negli alimenti. Armonizzazione necessaria per rendere più agevole il lavoro agli agricoltori e per non creare disparità di tipo commerciale negli scambi fra i vari Paesi.

Oltre a questo risultato, con enorme lavoro e costruttivi rapporti con il mondo della distribuzione moderna (GDO e DO) si arrivò a definire un “modus vivendi” fra produttori e distributori tale per cui pur diminuendo gli RMA (residui massimi ammessi) dettati dalla norma europea o adottando altri “artifizi” volti all’aumento della sicurezza alimentare per i consumatori, anche gi agricoltori erano e sono in grado di produrre senza gravi difficoltà. Il senso logico del corretto rapporto cliente/fornitore però non è bastato. Qualcuno della moderna distribuzione (non Italiana fortunatamente) si inventò, ormai quasi un decennio fa, l’idea che per diminuire i rischi alimentari da residui di agrofarmaci era il caso di imporre la riduzione a 3 o 4 o 5 al massimo il numero di sostanze attive con residuo sul frutto (mele, pere, pesche e uva da tavola). Si pensò così di aver indotto ad una maggior sicurezza alimentare, con una trovata che invece è adir poco “demenziale” sul piano sia tecnico, sia delle maggiori garanzie auspicate.

Un obiettivo del genere stravolge le logiche della Produzione Integrata e, inoltre, riducendo il numero di sostanze attive impiegabili si rischia l’innalzamento dei residui delle stesse nella frutta per l’uso quantitativamente maggiore. A parte, anche il rischio di aumento delle resistenze indotte e, non ultimo, l’aumento dei prezzi della breve lista di agrofarmaci impiegabili. La “demenza” di percorso continua, ma è solo un meccanismo d’immagine commerciale e non di rilevanza sanitaria.

 

Autorizzazioni al commercio e all’impiego degli agrofarmaci

Negli anni precedenti il 2009, già durante lo studio che porterà poi al Reg. Ce 1107/2009 sulle nuove modalità di autorizzazione all’impiego e commercializzazione degli agrofarmaci, si confermò e si scrisse poi nel regolamento stesso che occorreva armonizzare anche questo settore a livello comunitario per non creare concorrenza sleale sulle possibilità e divieti o revoche nell’uso di qualsiasi prodotto. Detto fatto, tutto faceva pensare ad un percorso in discesa; invece oggi appare un problema che anziché risolvere i casi particolari, diventa sistema di differenziazione fra i vari Paesi. Faccio riferimento all’articolo 53 del Reg. 1107/2009 che prevede che uno Stato membro possa decidere di concedere un “uso eccezionale” per un periodo non superiore ai 120 giorni relativamente ad una sostanza attiva (e relativo prodotto/i commerciale/i) su una coltura e un’avversità specifica. Sostanza attiva o prodotto che comunque deve essere fra quelle revocate o in corso di verifica per il mantenimento/revoca nell’ambito della legislazione europea.

La riduzione delle sostanze attive disponibili nella farmacopea, dopo gli adempimenti previsti dal passaggio dalla direttiva 414/91 al Reg. 1107/2009, ha portato all’eliminazione di quasi i 2/3 di quelle disponibili in origine. Per cui lo sfruttamento dell’articolo 53 è diventato una prassi quasi obbligatoria per far fronte a molte carenze nelle disponibilità della difesa fitosanitari. Quello che è grave è che il ricorso all’articolo 53 è in capo ad ogni Stato membro e (non occorre essere maghi per capirlo) ognuno ne ha fatto un uso “personalizzato” creando ancora una volta diversità di opportunità fra gli agricoltori di Stati diversi e con ciò anche concorrenza sleale.

Non è questo il solo problema portato dai seppur giusti obbiettivi del Reg. 1107/2009: fra i vari adempimenti prevede anche la presa in valutazione di un regolamento Ue di esecuzione conseguente (il 2015/408 della Commissione) che stabilisce un elenco di sostanze “candidate alla sostituzione”. Nel vero senso della parola, si tratta di ben 77 sostanze attive che, man mano appariranno nuovi prodotti di pari efficacia, saranno revocate. Il processo di rinnovamento sarà lungo (non è facile neanche per le società produttrici sfornare continuamente nuovi prodotti efficaci), come lungo sarà quello della valutazione comparativa. Di conseguenza, un timore già circola fra gli addetti: molto lavoro comparativo, molti costi da sostenere, in un parco di disponibilità di agrofarmaci ormai piuttosto ridotto, quindi situazione complessa che si spera arrivi in non molti anni alla reale armonizzazione.

Pur non volendo dare l’impressione di piangere solo e sempre sul tema, si deve evidenziare che ancora esistono i problemi delle poche autorizzazioni di agrofarmaci sulle cosiddette “colture minori”, quindi è ormai impellente mettere in pratica le procedure più rapide che lo stesso Reg.1107/2009 contiene. Idem per quanto riguarda le “estensioni d’uso” da una coltura ad un’altra o da una coltura maggiore ad una cosiddetta minore. Il titolo dell’articolo si concentra sull’esigenza di organizzazione nel nostro settore.

 

PSR e riorganizzazione del settore per innovazioni

È in corso un cambiamento in differenti ambiti europei ed internazionali che richiede ormai un salto di qualità anche in Italia. E’ quello dell’approccio gestionale ed organizzativo di quella che nel sistema produttivo ortofrutticolo organizzato chiamiamo “filiera della ricerca, sperimentazione ed innovazione”. Tralasciamo la ricerca pura e quella di base sulla quale, a parte indicazioni d’indirizzo o tematiche obbiettivo, un sistema agricolo pur organizzato non ha facilità d’incidenza diretta, se non nell’essere coinvolto nella discussione di principio e dei principi.

Parliamo invece dell’approccio alla ricerca applicativa, alla sperimentazione e all’innovazione. Il nuovo Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020 è l’occasione per un salto di qualità nell’organizzazione delle attività in questo campo. Intanto fa riferimento a fondi per l’innovazione, anche quella di più semplice studio e ricaduta applicativa per l’azienda agricola. Dice testualmente il PSR che la domanda di innovazione deve partire dai bisogni reali degli agricoltori, raccolti per tramite di Gruppi Operativi (GO) che si traducono in progetti (co-finanziati comunque dal 10 fino al 30% dai portatori d’interesse) su un tema specifico. Coinvolgendo istituzioni scientifiche che si ritengono valide per svolgere l’attività progettuale. Prevede anche il semplice trasferimento delle conoscenze già ottenute in progetti svolti in precedenza in altri Paesi e che si vogliono portare nella disponibilità degli agricoltori del nostro territorio.

La divulgazione e applicazione reale dei risultati dello studio d’innovazione deve comunque essere portata agli agricoltori per l’uso conseguente. Quella offerta dal PSR 2014-2020 è un’occasione di riorganizzazione del nostro sistema di approccio all’innovazione e non solo. Anche per la ricerca applicativa e la sperimentazione. Il sistema ortofrutticolo organizzato, soprattutto quello in capo alle OP, è composto da agricoltori professionali, da equipe di tecnici specializzati, da sperimentatori e/o esecutori di prove di campo. E’ quindi in grado (spesso suo malgrado) di scoprire ed esprimere temi di innovazione, ricerca e sperimentazione che richiedono risposte nel breve, medio e lungo periodo. Il sistema è anche in grado di mettere a disposizione un finanziamento (più o meno adeguato) per realizzare le attività. Per cui (a parte la sfortuna di veder partire il PSR con un deciso ritardo), fin dalla metà del 2014 la maggior parte delle OP dell‘Emilia Romagna, e non solo il mondo ortofrutticolo organizzato, ma anche quello vitivinicolo e delle grandi colture, si sono attivate per “mettere in fila” i principali bisogni di innovazione, tramite tavoli di lavoro tecnico. Praticamente hanno attivato le basi per i Gruppi Operativi che di fatto costituiranno poi il fulcro della progettazione sul PSR. Un esempio di organizzazione in questo senso in Emilia-Romagna ha alla base la compagine CRPV/ASTRA, composta dalle principali filiere delle produzioni vegetali della regione.

Perché abbiamo toccato quest’argomento e l’esigenza di organizzazione diversa per l’innovazione, la ricerca e la sperimentazione? Perché abbiamo bisogno di generare alcune dinamiche di fondo:

  • la partecipazione diretta del sistema produttivo e di filiera, seppur tramite le organizzazioni economiche di rappresentanza, all’individuazione dei bisogni;
  • l’individuazione e l’istituzione di collaborazione ed operatività con le migliori istituzioni pubblico-private di carattere scientifico per gli studi;
  • una diretta e maggiore compartecipazione per le proprie competenze e responsabilità nell’attività di ricerca, sperimentazione e innovazione, per progetto, fra portatore d’interesse e istituzione scientifica;
  • l’esigenza di cofinanziamento privato che renda “di fatto” partecipe il committente agricoltore agli studi commissionati, nel senso di voler comprendere l’efficienza dell’investimento;
  • l’esigenza di verifica in corso d’opera delle attività, in modo da capire se cambiare qualcosa dello studio durante la sua attuazione;
  • l’esigenza di “economie di scala” nello sfruttamento dei finanziamenti pubblici e privati per le attività, onde evitare sovrapposizioni, frammentazioni dei lavori oggetto di studio, dispersioni di fondi;
  • l’esigenza di conoscenza in tempi utili dei risultati applicativi onde evitare che rimangano solo oggetto di pubblicazioni a lunga scadenza per chi deve sfruttarne la conseguente immagine.

E’ una buona occasione per adeguarsi a percorsi già in essere nei sistemi agricoli più avanzati europei ed internazionali.

 

Servizi di assistenza tecnica definiti dalle OP

Un settore ortofrutticolo organizzato deve basare, fra le varie cose, la propria attività finalizzata al mercato (quindi ancora una volta la filiera) su un efficace ed efficiente servizio di assistenza tecnica che si raccordi con la ricerca, la sperimentazione, l’innovazione da una parte e, dall’altra, con i processi di coltivazione/gestione del prodotto dal campo al punto vendita, fino al consumo. L’imprenditore agricolo deve essere il più possibile un professionista preparato e continuamente aggiornato. Il tecnico è colui che lo assiste nelle dinamiche di processo predisposte per realizzare quei segmenti di mercato sui quali si dovrà collocare il prodotto. Una ragione di più perché, parlando ormai di filiera “controllata” e “tracciata”, siano i tecnici delle strutture organizzate ad assistere tecnicamente il produttore.

Sono ormai troppi gli adempimenti a monte della commercializzazione da curare durante l’attività produttiva, tanto che per fare un prodotto con “la carta d’identità” non è più possibile lasciare al caso le scelte tecniche. Che sia direttamente svolta dalla struttura di conferimento con propri tecnici o da tecnici di strutture di servizio opportunamente convenzionate con la struttura di conferimento, è solo un aspetto organizzativo. Quello che importa è che non potrà funzionare in eterno la prassi di rivolgersi “a caso” per l’assistenza tecnica, spesso con sovrapposizioni di soggetti pur bravi tecnicamente, ma “sfilati” o “sfilacciati” rispetto alla filiera, senza precisare chi è e per quali interessi agisce il consulente e che responsabilità si assume.

Una moderna OP rivolta al futuro, pur con tutte le difficoltà di una filiera complicata e complessa, deve organizzarsi e si organizza nelle sue strutture secondo uno schema logico che porti all’azienda tutti gli aspetti tecnici fondamentali a fare “produzione di qualità”, anche perché la schematizzazione dell’applicazione dell’OCM ortofrutta o del PSR richiede attenzione particolare in questo campo d’azione:

  • predisposizione dello staff tecnico della struttura di conferimento in base alle aziende e alla superficie da assistere e al budget di investimento possibile;
  • definizione della zona seguita tecnicamente da ogni tecnico, delle aziende e delle colture e superfici assegnate. Oppure definizione della coltura/prodotto seguita da un tecnico, nel caso si specificità della filiera, come la vite da vino o il pomodoro da industria;
  • definizione del programma di minima dell’assistenza tecnica da parte dei tecnici, in riferimento soprattutto alle visite, alla frequenza e al periodo di presenza in campagna;
  • definizione, quando lo staff tecnico è numeroso e la struttura di conferimento se lo può permettere, di alcune figure specialistiche con compito di seguire e aggiornare specificatamente su argomenti importanti e trasversali ai tecnici (scelte varietali, difesa, fertilizzazione, irrigazione, post raccolta, ecc…);
  • individuazione, quando necessario per la struttura, di alcune figure specializzate per prodotto (es: colture industriali, viticoltura, ecc…) con compiti di gestione, predisposizione programmi e assistenza tecnica sulla coltura e la sua filiera produttiva;
  • definizione del sistema di ritorno delle informazioni relative alle tecniche agronomiche impiegate e necessarie al controllo di processo per la qualificazione delle produzioni e le garanzie igienico-sanitarie;
  • definizione delle modalità di rappresentanza e partecipazione ai vari comitati tecnici a vario titolo costituiti, soprattutto quelli in materia di aggiornamento dei Disciplinari di produzione integrata, della sperimentazione e del rinnovamento varietale;
  • predisposizione del piano annuale di aggiornamento e formazione dei tecnici;
  • predisposizione dello staff di supporto alle attività della centrale di condizionamento/lavorazione/confezionamento, soprattutto in relazione alla gestione del prodotto per la fase dopo raccolta, anche per la qualità e i rapporti con la clientela;
  • predisposizione di un minimo livello di verifica della ricaduta del servizio in termini di rendimento, efficacia e costi.

Nonostante l’ampiezza dell’articolo i sono soffermato solo su una parte delle esigenze di “organizzazione per aggredire il futuro”. Ce ne sono ancora tante, ma serve il coraggio di muoversi, perché altrimenti, per ben che vada, salveremo solo un parte dell’agricoltura, ma non gli agricoltori! E quest’affermazione non vale perché se non salviamo gli agricoltori non salviamo neanche una parte dell’agricoltura.