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Al convegno dell’Unasco industriali e commercianti chiedono di rivedere le modalità delle verifiche

Olio d'oliva, sotto accusa i controlli

Ranzani (Assitol): evitare l’effetto annuncio e concentrare le analisi nella fase di lavorazione

Giorgio Dell'Orefice

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29 Luglio 2011

Non saprei dire se all’olio d’oliva italiano arrechino un danno maggiore le frodi o l’annuncio delle frodi. Anche perché temo che questi ultimi sopravanzino di gran lunga le prime». A denunciare la situazione critica sui controlli che rischiano di diventare un vero e proprio boomerang per il settore dell’olio d’oliva è stato nei giorni scorsi a Roma (nel corso dell’incontro organizzato dall’Unasco «Olio d’oliva: un salto di qualità nell’unità »), il direttore dell’Assitol, Claudio Ranzani. Un vero e proprio allarme lanciato dopo il «diluvio» di comunicati nei quali si dà notizia roboante del numero di ispezioni effettuate (omettendo poi di dire quanti sequestri sono stati effettuati dopo quelle ispezioni) oppure nei quali si fa riferimento ai litri o ai chili di olio sequestrato forse per il timore che riportare invece il dato in tonnellate possa far ridimensionare la portata dell’operazione.
Basti pensare che appena pochi giorni fa, una nota del ministero delle Politiche agricole, parlava del sequestro di 7mila litri di olio extravergine poi alle analisi risultato vergine. «Settemila litri – dice Ranzani – equivalgono a 6 tonnellate che non sono sufficienti neanche a riempire un camion. Riferire notizie in questo modo non credo rappresenti un buon servizio per il settore dell’olio d’oliva che finirà invece per essere percepito sempre più come un comparto teatro di imbrogli e contraffazioni anche se quelle effettivamente individuate rappresentano un numero davvero risibile».
L’amarezza del direttore dell’Assitol giunge inoltre all’indomani di episodi che hanno coinvolto aziende associate tanto ad Assitol quanto a Federolio senza portare a grandi risultati. «Noi non siamo certo contrari ai controlli – aggiunge Ranzani – ma a come vengono effettuati. Abbiamo più volte chiesto che avvengano in azienda, dove sono presenti le materie prime utilizzate e l’intera documentazione e dove, in un’unica soluzione, fra prodotti in scorta, quelli in lavorazione e quelli finiti ma non ancora consegnati si può arrivare a controllare fino a un quarto dell’intera produzione. Ma i nostri appelli sono rimasti inascoltati. Il risultato è che una nostra azienda ha ricevuto 23 visite ispettive negli ultimi sei mesi. Altre hanno avuto container bloccati in dogana per analisi che hanno impiegato 40 giorni di tempo, il tutto senza che poi venisse individuata alcuna irregolarità ». «Senza contare che – aggiunge il presidente di Federolio, Rino Forcella – dopo che un container di olio è stato 40 giorni fermo sotto al sole di certo il prodotto analizzato è diverso da quello parcheggiato lì quaranta giorni prima. Il punto è che al di là degli annunci, la questione dei controlli apre interrogativi concreti. Premesso che dai dati in mio possesso nei quattro anni che vanno dal 2008 al 2011 le irregolarità riscontrate dall’Agenzia delle Dogane hanno rappresentato lo 0,14% dei campioni analizzati. Ma soprattutto noi siamo molto scettici anche sui metodi utilizzati che, dalle Dogane alla repressione frodi e ai Nas sono essenzialmente basati sui panel test. Un esame che oltre a essere molto soggettivo valuta parametri organolettici che spesso hanno molto poco a che fare con le contraffazioni».
Elia Fiorillo, presidente di Unasco, sottolinea come «nella filiera dell’olio d’oliva il problema dei controlli e della lotta alle contraffazioni può essere un terreno sul quale trovare unità fra i diversi anelli della filiera. Sarebbe un grande passo in avanti se tutte le categorie, ognuna per il proprio settore, si impegnassero a denunciare coloro che operano aggirando la legge».
Il direttore dell’Assitol è tornato ha parlare del capitolo sulle presunte frodi dopo che già nel corso della recente assemblea dell’associazione si era legato il capitolo dei controlli al rischio delocalizzazione per alcune aziende. «Un rischio che sta diventando sempre più concreto per un settore che realizza all’estero il 61% del proprio fatturato – conclude Ranzani –. Un “trasloco” comporterebbe un’inevitabile perdita di posti di lavoro per un settore che ogni anno fattura all’estero circa un miliardo di euro e che si avvia a tagliare il record delle 400mila tonnellate esportate. Ma di questo passo – conclude – temo proprio che le mie aziende andranno a operare altrove e io andrò a guidare l’Assitol Usa».