I nuovi scenari mondiali del comparto: in Italia serve un cambio di passo

Due recenti incontri internazionali sull’uva da tavola a Madrid (“Grape Attraction”) e in Australia (7th International Table Grape Symposium) offrono…

Catalano 8 (Sugranineteen - Scarlotta Seedless)

 

Il mondo dell’uva da tavola è in fase di rapida evoluzione e soggetto ad una serie di vorticosi cambiamenti che stanno investendo il mondo commerciale e produttivo. Apirene con nessuna traccia di seme, fortemente colorata, con chicchi allungati e croccanti, resistente alla conservazione, altamente produttiva e facile da produrre: questo l’identikit delle varietà di uva da tavola che il mercato richiede sempre più e che sono destinate a soppiantare quelle che fino ad oggi sembravano invece le regine incontrastate.

L’innovazione varietale segue i cambiamenti commerciali del mondo dell’industria. I prezzi dell’uva sui mercati non salgono anzi negli anni tendono a restare costanti se non addirittura ad abbassarsi. Aumentano, invece, i costi di produzione, con conseguente diminuzione degli utili netti. La direzione in cui le aziende si muovono per ottenere maggiori profitti è quella dell’incremento dei volumi prodotti, attraverso un aumento sia della superficie aziendale (che consente una riduzione dei costi fissi), sia della produzione per ettaro (con diminuzione dei costi di produzione per kg di prodotto).

Le aziende produttrici di uva da tavola nei diversi Paesi stanno diminuendo rapidamente di numero, ma crescono in superficie. Le nuove varietà devono dare la possibilità di produrre uva di buona qualità, aumentando allo stesso tempo i volumi di produzione e diminuendo i costi della raccolta, che con la cosmesi del grappolo (diradamento ed acinellatura) rappresentano ancora la voce di costo più elevata in campo.

I programmi di miglioramento genetico nel mondo ormai sono diversi e avviati con successo verso il rilascio continuo di nuove varietà. Impensabile condensare tutte le novità varietali in poche righe. Le aziende devono attrezzarsi per essere sempre al corrente delle novità e valutare attentamente le performance varietali, per poter discernere tra le decine disponibili sul mercato quella che maggiormente soddisfa le esigenze aziendali. Non esiste la varietà perfetta ma la varietà migliore per la propria azienda ed il proprio mercato.

È quanto emerso con prepotenza dai due eventi “clou” di settore svoltisi nell’autunno, rispettivamente in Spagna e Australia. Le prime 3 figure riportate in questa nota riferiscono su alcuni dati statistici del settore delle uve da tavola nel mondo. Il trend in crescita, +21% nel periodo 2010/13, che però non interessa l’Italia, che anzi registra un calo produttivo del 25% negli ultimi 2 anni. Ciò ha permesso ai nostri competitor europei di rafforzare le proprie posizioni sul mercato, forti di una migliore offerta varietale, migliore organizzazione aziendale e commerciale (Fig. 4).

Il paradosso per cui la nazione leader europea in produzione di uva da tavola vanta meno del 20% di produzione di uve “seedless” (Fig. 5), sta portando le nostre aziende ai margini delle scelte commerciali delle GDO, che danno la priorità di scelta a sistemi produttivi in grado di fornire costanza di rifornimento in termini di qualità, logistica e prezzo.

La viticoltura da tavola italiana, che è concentrata in Puglia e Sicilia (Fig. 6), deve intraprendere grossi e veloci cambiamenti nel campo produttivo per permettere al proprio prodotto di essere rapidamente competitivo sul piano commerciale. Tra questi:

  • modernizzazione delle tecniche agronomiche: la nostra viticoltura è ancora fortemente permeata di pratiche tradizionali e non efficienti, i margini di miglioramento sono notevoli in questo ambito;
  • riduzione dei costi: l’uva da tavola è paragonabile alla Formula 1, dove la differenza viene fatta dai centesimi di secondo che si riescono a limare sul giro, nel nostro caso sui costi di produzione annuali e d’impianto;
  • innovazione varietale;
  • conservazione post-raccolta: non siamo assolutamente attrezzati per spedire uva in paesi lontani e questo rappresenta un grosso handicap per i nostri operatori commerciali; il mercato della frutta è ormai sempre più asia-centrico;
  • packaging.

Forse non è ancora del tutto chiaro ai vari soggetti del settore dell’uva da tavola nazionale che la competizione su scala globale, anno dopo anno, inciderà principalmente sempre più sul comparto italiano. Tale tendenza riguarda oggi un settore che fino a qualche lustro fa, dall’alto della indiscussa leadership tecnica in campo internazionale, prototipo di riferimento per gli altri competitor, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi da non replicare, riteneva di essere al riparo di qualsiasi competizione, cullandosi su effimeri allori. È già successo in passato per altre colture. Mandorlo ed olivo ci vedevano leader indiscussi nel dopoguerra salvo poi, dopo mezzo secolo vederci comprimari – per l’olivo – o insignificanti comparse come nel caso del mandorlo.

Quale ruolo potrà avere in futuro la viticoltura da tavola nazionale e pugliese in particolare?

Bisogna saper vedere ed immaginare il settore in senso realistico, consci dei suoi punti di debolezza, ma ben consapevoli delle eccellenze e delle peculiarità esclusive che vantiamo. Il rafforzamento ed il rilancio della viticoltura da tavola dovrà avvenire attraverso una sua interpretazione in senso più ampio, assieme e con il territorio che la ospita, attraverso le sue genti e tutti i soggetti operanti nella filiera.

Il rinnovamento varietale rappresenta oggi l’aspetto più critico per il settore. Nella tabella 1 sono riportati i principali programmi di “breeding” operanti a livello internazionale, con le varietà licenziate nel corso degli anni. Da questo elenco manca l’Italia dove le uniche varietà, frutto di breeding nell’ultimo decennio, riguardano quelle poche licenziate da breeder privati. Data l’importanza della produzione e del mercato italiano (primo per consumo di uva da tavola nel 2013 in Europa) l’assenza di un serio e avviato programma di miglioramento genetico rappresenta l’evidente distacco della nostra viticoltura dalla realtà del mercato e della produzione. Invece, un programma di miglioramento genetico avanzato, è sintomo di una industria lungimirante, coesa e sana.

Il Simposio australiano era incentrato sulla ricerca scientifica svoltasi negli ultimi anni. Per la verità, la qualità dei lavori presentati non sempre si è rilevato all’altezza di un evento del genere, Uno dei motivi può ricercarsi nella crescente perdita di peso della ricerca pubblica mondiale, con i governi che tagliano progressivamente i fondi per la ricerca in agricoltura, in particolare per l’uva da tavola, e con un intero comparto che ne paga le conseguenze. Negli ultimi 20 anni si è assistito ad un progressivo impoverimento delle strutture di ricerca tradizionalmente dedicate a questa coltura e ciò rappresenta una fonte di forte preoccupazione per tutti gli areali di produzione.

Un’eccezione sono stati i contributi forniti ai due meeting dai dei ricercatori italiani, tra i più apprezzati, i quali hanno illustrato interessanti ricerche con pratiche applicazioni alla produzione. Esse hanno sostanzialmente riguardato l’applicazione di innovazioni tecniche quali la copertura degli impianti o la coltivazione fuori suolo, con tutti gli aspetti di gestione agronomica coinvolti. Queste innovazioni, orgogliosamente e totalmente “made in Italy”, di sicuro permettono di attenuare gli esiti dei cambiamenti climatici che altrove già causano problemi, con una incapacità di fondo ad affrontarli in maniera adeguata.

C’è la forte convinzione che laddove nei prossimi anni ci potranno essere investimenti in ricerca sia pubblici che privati e ci sarà la capacità di divulgarla adeguatamente sul territorio, si registreranno notevoli vantaggi nel medio e lungo termine. E’ forse il caso di accennare ai tecnici consulenti italiani che risultano tra i più apprezzati negli areali produttivi internazionali per la loro capacità di interpretare la coltura nel suo insieme, dalla gestione del suolo alla nutrizione, dalla gestione della pianta alla protezione, e che ormai possono vantare quell’autorevolezza da sempre ritenuta appannaggio dei loro colleghi cileni o sudafricani. Anche questo rappresenta uno dei punti di forza per il rilancio dell’intera filiera.

 

Miglioramenti di filiera e rapporto produttori-operatori

Un cambiamento epocale potrebbe già avvenire da un rafforzamento del rapporto produttori/operatori commerciali. Esso deve necessariamente essere basato su una maggior reciproca fiducia proiettata nel futuro, al fine di produrre in campo ciò che realmente richiede il mercato. Programmazione significa semplicemente ciò! Un’attenta e serena riflessione su ciò che oggi è richiesto dalla GDO metterebbe facilmente in evidenza che le produzioni biologiche sono sempre più ricercate. Trattasi di un segmento in forte espansione e che mostra una crescita ed al riparo dai venti di crisi che la congiuntura economica attuale ha riservato ad altre produzioni.

Si credeva che le produzioni realizzate nell’ambito dei programmi integrati avrebbero assicurato un futuro roseo agli operatori; ora si è affiancata una pressante richiesta di prodotto biologico implicando così l’adozione di altri schemi produttivi ed ulteriori garanzie, nuove sfide d’affrontare. È così difficile ed impossibile prevedere simili scenari e giocare d’anticipo per strutturarsi per tempo per offrire quanto richiederà il mercato nel medio termine?

Tra i produttori la necessità di diversificare con le uve apirene, non tralasciando però la tradizionale varietà Italia, e varietà autoctone quali Baresana e Pizzutella, tutte con semi che però hanno riscontrato grandi apprezzamenti commerciali presso i consumatori, spuntando prezzi simili a lle apirene. E’ questo ormai un dato già acquisito, anche se permangono le titubanze su come gestire in maniera efficiente le innumerevoli varietà apirene disponibili ed accessibili, visto che le formule “club” sono sempre più proposte anche se molte volte in maniera avventata, confusa e capziosa.

 

Aggregare l’offerta del prodotto

Nei fatti, tra gli operatori commerciali emerge la certezza che per rimanere competitivi nel mercato globale, con il grado di evoluzione raggiunto nelle tecnologie di trasporto e conservazione, è necessario aggregarsi. Il vero concorrente dell’esportatore italiano non è l’esportatore suo vicino, ma quello estero. Basti pensare che il 60% della produzione totale di uva è consumata in soli 5 Paesi e solo la Cina consuma il 36% del volume mondiale. I nostri competitor parlano di apirene e di aggregazione da più tempo di noi e hanno dato esempio delle proprie potenzialità nell’ultima edizione del “Fruit Attraction” tenutosi a Madrid lo scorso ottobre. Queste realtà produttive hanno investito in cooperazione, organizzazione, marketing e comunicazione. Sono aziende che, nell’industria dell’uva da tavola, hanno deciso di passare dalle parole ai fatti. Ora tocca a noi, altrimenti sarà davvero troppo tardi per un comparto che fino a qualche anno fa parlava solamente italiano.

 

 

 


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