Nitrati, fatti e non parole

EDITORIALE
Trattore che sparge liquami

Inquinamento delle acque con nitrati?

Non è colpa dell’agricoltura (zootecnia
in primis), mai responsabile per oltre un
terzo.
Imputati numero uno? Gli scarichi
civili e industriali. Che fare?
Rivedere con
urgenza l’identikit delle zone vulnerabili.
È arrivato l’atteso studio dell’Ispra
(Istituto superiore per la protezione e
la ricerca ambientale) sulle acque della
Pianura Padana, dove insiste la più
bella zootecnia del Paese, bovini, suini
e avicoli. Un monitoraggio innovativo, a
base di isotopi, certifica con tutti i crismi
della “scientificità” quello che gli addetti
sapevano da tempo. L’agricoltura ha
responsabilità inferiori al previsto, ma è
l’unica a pagare sotto forma di costi e
burocrazia. E continua a farlo.

Dagli studi ai fatti: è già tutto scritto
nel decreto effluenti. Prevede almeno
tre cose: iter burocratici più snelli per
comunicare le aree vulnerabili; calendari
meno rigidi per lo stop invernale agli
spandimenti; nuovi parametri per le aree
vulnerabili. E chiarezza sull’utilizzo del
digestato come fertilizzante.
Il decreto è stato firmato due mesi fa
eppure mai pubblicato in Gazzetta: il
nodo, non trascurabile, è la DG Ambiente
della Commissione Ue. Scatta intanto
l’ennesimo tavolo italiano, quello dei
nitrati: ministeri dell’Agricoltura e
dell’Ambiente e Regioni interessate.
Virtuosamente assieme per un obiettivo
che è anzitutto di civiltà. A vantaggio,
prima di tutto, degli agricoltori.

Ma prima di dire che l’Italia “è avviata
verso la riduzione dell’impatto ambientale”
anche le responsabilità, e quindi i costi,
andrebbero equamente ripartiti.


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