UNIMA: Un nuovo salasso

FILIERE
soia

La proposta di ridurre il tasso di umidità di
ritiro della soia si presta a qualche considerazione,
atteso che il nostro Paese è fortemente
deficitario di questa commodity; in
più, i vincoli all’impiego di mangimi derivanti
da soia GM ci portano a fare una severa selezione
dei Paesi da quali possiamo importare
seme di soia con sufficiente tranquillità.

Innanzitutto, dobbiamo rilevare come la coltura
della soia sia stata alquanto ridimensionata
nel tempo, con una produzione media
dell’ultimo triennio inferiore alle 700.000
tonnellate, e una collocazione geografica limitata
esclusivamente al Nord Italia, con un
progressivo spostamento verso le regioni
orientali.

Ridurre l’umidità alla raccolta avrebbe senso
se la conservazione del seme tal quale rientrasse
in una precisa strategia di mercato: ma
sappiamo che l’Italia produce annualmente
circa 1,15 milioni di t di farina di soia, lavorando un quantitativo di seme che è più del doppio
della produzione nazionale.

La nostra produzione di soia si consegue nel
volgere di un trimestre, mentre nei 3-4 mesi
successivi tutto il prodotto può essere agevolmente
assorbito dagli oleifici; lo stoccaggio
coinvolge esclusivamente i mesi invernali,
nei quali le basse temperature ambientali
favoriscono la conservazione.

Al di là delle strategie che mancano, la proposta
di ridurre l’umidità al ritiro non sembra
pertanto giustificata e grava inutilmente sul
produttore, con un costo che incide già oggi
sui 12-15 €/t per ogni punto percentuale di
umidità: un nuovo salasso che può incidere
negativamente sia sulla distribuzione geografica
della coltura, sia sulla stessa entità
della produzione nazionale.

L’aumento dei costi per l’essiccazione potrebbe
infatti indurre a puntare su cultivar più
precoci – sovente meno produttive – e sconsigliare le semine di soia in secondo raccolto,
con maturazione assai tardiva e raccolta in
condizioni talora critiche, visto l’andamento
climatico delle ultime campagne.

Perdere ettari sulle semine in secondo raccolto
può danneggiare sia il contoterzismo, in
prima linea nella semina diretta e nella raccolta,
sia gli stessi agricoltori, che vedono ridursi
la marginalità; e, per quanto numerosi contoterzisti
si dedichino anche all’essiccazione,
l’introduzione di nuovi aggravi sui costi di produzione
sarebbe deleterio per tutta la filiera.
In alternativa, si potrebbe semmai discutere
e introdurre un nuovo protocollo su umidità
e impurità alla raccolta – sulla falsariga di
quelli già applicati in alcune regioni riguardo
al mais, per prevenire la produzione di micotossine
– che coinvolga però tutti i soggetti
impegnati nella filiera.

(*) Servizio tecnico Unima


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