Tagliati i dazi sui prodotti esportati nella Ue

Interessi francesi e debolezze spagnole
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L’argomento è caldo, molto caldo. Le autorità spagnole hanno prospettato la perdita di migliaia di posti di lavoro e addirittura la desertificazione di alcune tipiche aree ortofrutticole nel Sud del Paese.

Più di 2.000 agricoltori di Almeria hanno firmato per costituire un nuovo partito che li rappresenti nelle elezioni regionali andaluse del prossimo 25 marzo, in quanto non si sentono più tutelati né dai partiti nazionali, né dall’Ue. Non meno forti sono state le critiche delle nostre organizzazioni di produttori.

Stiamo parlando dell’Accordo di libero scambio tra Ue e Marocco, approvato dal Parlamento europeo lo scorso 15 febbraio (369 voti a favore, 225 contrari, 31 astensioni), fortemente voluto dalla Francia che, evidentemente, ha più forza della Spagna, in questo momento, per imporre una scelta che viene vista come penalizzante dai produttori agricoli mediterranei.

 

ORTOFRUTTA, SOCIETÀ MISTE CON LA FRANCIA

Da ricordare, a questo proposito, che le maggiori aziende produttrici ortofrutticole marocchine sono società miste con partner francesi e che la maggior parte dell’export verso l’Europa è “filtrato” dal loro mercato di Perpignan.

L’accordo elimina con effetto immediato il 55% dei dazi sui prodotti agricoli e ittici marocchini in entrata nella Ue e il 70% delle tariffe doganali dei prodotti comunitari esportati in Marocco, gradualmente nell’arco dei prossimi 10 anni.

In pratica è un primo passo verso una liberalizzazione totale degli inter-scambi. Tiene conto, in parte, anche delle preoccupazioni degli agricoltori europei, in quanto le quote fissate finora sono state spesso abbondantemente aggirate e superate, quindi prevede un aumento moderato delle quote su alcuni prodotti sensibili (pomodori, cetrioli, fragole, aglio, angurie, zucchine, clementine), ma questo ovviamente non li ha tranquillizzati, viste le accese reazioni.

 

CONTROLLI DEBOLI

Le autorità europee, tuttavia, hanno minimizzato l’impatto dell’accordo, garantendo anche che i controlli sui volumi in transito saranno più severi che in passato. Nel caso del pomodoro da mensa, ad esempio, il prodotto che più ha infiammato gli spagnoli, su una produzione comunitaria di ca. 6 milioni di t (delle quali 2,6 vengono dalla Spagna), l’import marocchino vale oggi solo il 5-6% (ca. 300.000 t, delle quali 250.000 t passano da Perpignan) e non aumenterà che di un ulteriore 1% nei prossimi 4 anni. Chi opera quotidianamente sui mercati ortofrutticoli, tuttavia, sa che anche un misero 0,01% in più è sufficiente a dare ai buyers dei supermercati un potere enorme nelle trattative commerciali, per comprimere i prezzi offerti ai produttori.

Certo che gli agricoltori spagnoli c’è da capirli, dopo un’annata catastrofica, come quella appena passata, sia a causa del “batterio killer”, che ha devastato l’export verso il Nord Europa, sia a causa di uno degli inverni più freddi degli ultimi 30 anni, che ha danneggiato fortemente tutte le colture orticole e frutticole nel Sud del paese. Un accordo del genere non poteva arrivare in un momento peggiore per il loro morale già a terra.

E in Italia? Sono giustificate le preoccupazioni dei nostri produttori? In teoria no: il 65-70% dell’export marocchino arriva in Europa attraverso la Francia (pari a ca. 450 milioni di euro) e il 20-25% tramite la Spagna (140 milioni), mentre solo un misero 1-3% arriva direttamente in Italia (5 milioni). È vero che ci arrivano pomodori marocchini anche via Perpignan o addirittura via Rotterdam, ma stiamo parlando sempre di cifre non importanti.

 

BOOM AGRUMICOLO

Per l’Italia il problema potrebbero essere soprattutto gli agrumi, in quanto la loro produzione è aumentata in Marocco di ca. il 50% nell’ultimo quinquennio, grazie anche ad aiuti di stato di ca. 800 €/ha. L’export è aumentato di ben il 30%, metà verso la Russia, dove fanno concorrenza ai nostri prodotti, soprattutto clementine, mentre 1/3 viene in Europa.

Nei prossimi 10 anni la situazione appare ancora più preoccupante per i nostri agrumicoltori: il piano “Marocco Verde”, lanciato dal governo, prevede di portare l’attuale produzione da ca. 1,8 milioni di t a 3 milioni nel 2020, delle quali si punta ad esportarne ca. il 45-50% (1,3-1,4 milioni di ton, contro le 500.000 t attuali). Il piano creerà anche 6.000 nuovi posti di lavoro.

I due principali motivi di preoccupazione degli agricoltori italiani, riguardo all’ortofrutta marocchina, riguardano la forte competitività nei costi di produzione, grazie soprattutto al bassissimo costo della manodopera, e la qualità dei prodotti, soprattutto per quel che riguarda il rispetto degli standard fitosanitari europei.

 

COSTI BASSI BUONA QUALITÀ

Rispetto al primo punto i timori sono più che fondati, in quanto il lavoro in Marocco costa da 0,70 a massimo 1 €/h, e anche l’efficienza degli operai è notevole, soprattutto se rapportata a salari così bassi.

Per quel che riguarda il pomodoro da mensa tondo liscio, ad esempio, parliamo di un costo di produzione totale “franco azienda”, sulla produzione invernale, di ca. 0,18-0,20 €/kg e di 0,50-0,55 €/kg posto a Perpignan, effettivamente costi competitivi con le produzioni di Almeria o Vittoria.

Assai meno giustificati appaiono, invece, i timori circa la scarsa qualità marocchina, che verrebbe a “inquinare” l’alta qualità italiana.

Prendiamo sempre il caso del pomodoro da mensa a ciclo invernale. La maggior parte delle serre marocchine sono ubicate nella zona di Agadir, nel Sud del paese (latitudine 30°, la stessa del Cairo, contro i 36° di Vittoria, quindi dispongono di molta più radiazione fotosintetica in inverno).

Le statistiche più o meno ufficiali parlano di ca. 15.000 ha di serre. Di queste, più di metà, almeno 7-8.000 ha, sono coltivate a pomodoro e sono gestite da pochi grandi gruppi, spesso franco-marocchini, di alto livello tecnologico e manageriale.

In Sicilia si parla pure di ca. 6.000 ha di pomodoro sotto serra, ma non tutti sono gestiti a livello delle grandi aziende di Agadir. Non siamo ancora a livelli imbattibili, ma molti buyer e operatori commerciali europei hanno riscontrato negli ultimi 3-4 anni un notevole salto qualitativo nell’offerta marocchina che arriva in Europa.

Il giusto motivo di preoccupazione, in questo caso, deve riguardare il fatto che i marocchini sono diventati effettivamente bravi.

Le aziende che esportano pomodoro sono ben condotte da manager di alto livello, spesso francesi, fanno largo uso di piani di fertirrigazione razionali, piante innestate, difesa integrata e sono anche certificate Global-gap.

 

I PUNTI DEBOLI

Due punti deboli sono ancora significativi: le strutture di copertura e l’assortimento varietale. La tipica serra di Agadir non è altro che il “parral” di Almeria (serra a tetto piano), anche se lì le chiamano “canariane”. Nella scelta delle varietà si è puntato finora sull’alta shelf-life, per raggiungere più facilmente mercati lontani e, come noto, durata del frutto e qualità organolettiche e gustative generalmente non vanno d’accordo, ma la situazione sta evolvendo rapidamente.

Negli ultimi due anni si sono cominciate a sperimentare nuove strutture di protezione, di maggiore livello tecnologico, alcune dotate anche di impianto di riscaldamento e di finestrature di colmo automatizzate.

Anche l’attuale “canariana”, utilizzata dai grandi gruppi, tuttavia, presenta evoluzioni tecnologiche interessanti e superiori rispetto ai “cugini parral” spagnoli. La maggior parte sono alte 6 m, contro i 3-4 m medi di Almeria, dispongono di aperture fisse di ventilazione, ma alcune sono dotate anche di impianti di nebulizzazione, per raffrescare la serra in estate (fog system a bassa pressione). Gli operai riescono a lavorare sulla testa delle piante, a 3,60-3,80 m da terra, grazie all’uso di trampoli molto alti (2 m).

Altezza delle serre e nebulizzazione consentono di collocare il “filo di coltura” (ferro a cui sono attaccati i ganci con lo spago tutore per il pomodoro) a ca. 4 m da terra, rendendo possibile quindi il ciclo lungo annuale: trapianto a metà luglio e produzione da metà settembre a fine giugno. Da settembre a novembre e da aprile a giugno il prodotto è destinato in gran parte al mercato locale, mentre tra novembre e aprile viene in gran parte esportato.

La produzione annuale è di ca. 15-18 kg/m2 per i tipi cherry e di 22-25 kg/m2 per il pomodoro “ramato” (a grappolo).

L’ottima protezione con reti anti-insetto fitte, l’uso di piante innestate e di soluzioni micro-biologiche di alta qualità (Trichoderma harzianum), hanno consentito negli ultimi 4-5 anni di ridurre notevolmente i trattamenti di geo-disinfezione e gli insetticidi.

Numerosi sono anche i campi prova per studiare e cercare varietà di sempre maggiore livello qualitativo, in quanto vengono meno anche le necessità di alta shelf-life per i trasporti: in soli 3-4 giorni un camion arriva oggi da Agadir a Perpignan, e in un altro solo giorno può arrivare ovunque in Europa.

Esteso e in crescita è anche l’uso di piante innestate, in parte prodotte da vivai specializzati che arrivano fino a 30-40 milioni di piante/anno, in parte prodotti da vivai aziendali, nel caso di grossi gruppi o associazioni.

 

SUPPORTI STATALI

Il governo marocchino è molto attento e attivo nel promuovere l’evoluzione tecnologica dei propri serricoltori e lo fa in tanti modi.

Creando infrastrutture, ad esempio, come strade e autostrade di livello europeo; finanziando al 100% tutti gli interventi di miglioramento nel settore irriguo (pozzi, impianti di fertirrigazione, analisi); investendo molto nella formazione professionale.

Negli ultimi 2-3 anni, ad esempio, ha realizzato ben 45 scuole professionali per creare ca. 60.000 operai specializzati l’anno, tramite corsi di ca. 8 mesi ciascuno. Ogni scuola dispone di aule perfettamente attrezzate con supporti mediatici, di laboratori, serre e campi sperimentali e foresteria per ospitare i tirocinanti.

Ci si sta occupando anche del problema della disponibilità di acqua irrigua a bassa salinità, che forse è la principale minaccia alla crescita dell’ortofrutta marocchina di qualità nel lungo periodo.

Se c’è un vero motivo di preoccupazione per i nostri agricoltori nei riguardi dei colleghi marocchini, nel prossimo futuro, visto che comunque l’area di libero scambio è destinata solo ad allargarsi con tutti i paesi del Nord Africa, e non a retrocedere, è che questi stanno diventando sempre più competitivi, non solo nei costi, ma anche nella qualità.

E alla qualità si risponde solo con la qualità!


(*) CereS S.r.l. – Società di consulenza in agricoltura


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