«Sugli ogm l’Europa continua ad aver paura di decidere»

Parla Paolo Marchesini (Pioneer HiBred), da 7 anni in attesa di un sì al mais 1507
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Sugli Ogm l’Europa non decide. E quando decide, lo fa a senso unico.
Per esempio rigettando la proposta della Commissione di cancellare la moratoria sul mais Gm della Monsanto in Austria e Ungheria. Insomma, quando si parla di modificazione genetica, vige sempre il principio della massima prudenza. O dell’ipocrisia, come sostiene chi i prodotti Gm li difende a spada tratta. Certo, il fatto che le frontiere siano aperte all’importazione di soia e mais transgenici, ma i campi europei restino off limits per gli stessi prodotti, qualche punto interrogativo lo lascia.

Perché vietare la coltivazione di qualcosa che, poi, si può liberamente importare? Per salvaguardare l’agricoltura europea o, dice qualcuno, per difendere privilegi acquisiti, anche a scapito delle tasche di produttori e ambiente?

Argomento complesso. Lo affrontiamo assieme a Paolo Marchesini, responsabile Affari istituzionali Sud Europa di Pioneer HiBred. Pro Ogm, inutile dirlo, dal momento che lavora per la società che il 25 febbraio scorso si è vista rimandare la decisione sulla richiesta di coltivazione del mais 1507, un transgenico resistente alla piralide.

Partiamo proprio da qui, ovvero dal non-voto del Comitato permanente. «Gli Stati si sono divisi. Qualcuno favorevole, qualcuno contrario, qualcuno è uscito dalla sala. Risultato: non si è raggiunta la maggioranza qualificata per prendere una decisione. Un esito che dice qualcosa sui rapporti tra scienza e politica».

In che senso? «Nel senso che il nostro mais è arrivato al Comitato dopo un iter di 7 anni e ben 3 valutazioni dell’Efsa, l’Autorità europea sulla sicurezza alimentare. Cosa che ne fa probabilmente uno dei prodotti esaminati con più rigore a livello mondiale. Eppure, nonostante 3 valutazioni Efsa, sempre favorevoli, si è preferito non decidere. Vuol dire che quando la parola passa alla politica, la scienza non viene tenuta in considerazione. O meglio, che per motivi non scientifici, ma politici, si prendono certe decisioni».

La domanda di coltivazione sarà portata all’attenzione del Consiglio dei ministri, entro 6 mesi. E se ancora vi sarà un nulla di fatto, la parola passerà alla Commissione. Ma, secondo Marchesini, l’importanza di questo voto va al di là del contesto specifico. «Si è dimostrato che gli Stati membri non vogliono pronunciarsi in materia di transgenico».

È, forse, la paura dell’opinione pubblica? «No. L’opinione pubblica non è poi così contraria agli ogm: lo dicono gli studi. C’è un pregiudizio politico. Dal 2006 si sono aperte le frontiere al transgenico e oggi il 90% dei mangimi che circolano in Europa contengono mais o soia Bt. Eppure, quando si parla di coltivare gli stessi prodotti, le porte si chiudono.
Trascurando il fatto che farebbero un bene ad agricoltura, filiera e anche ambiente. Perché un mais come il nostro, resistente alla Piralide, evita di spargere insetticidi».

D’accordo. Però coltivare mais Ogm, a differenza che importarlo, può comportare che nel giro di pochi anni tutto il mais sia Ogm. «Non è così. Secondo autorevoli studi, basta una fascia di rispetto inferiore ai 100 metri per scongiurare ogni rischio di contaminazione e rendere possibile la coesistenza. Invece si preferisce ignorare gli studi e vietare la coltivazione e anche la sperimentazione, escludendo a priori la possibilità di verificare effettive pericolosità. Così facendo, purtroppo, si tagliano fuori gli agricoltori europei da una tecnologia che aumenterebbe le produzioni dal 15 al 20%, con punte del 40. Tanta, infatti, è la produzione che si perde a causa della Piralide. Per non parlare del problema delle micotossine, che vanno a braccetto con la Piralide».

Resta da capire quanto queste tecnologie interessino veramente gli agricoltori italiani, alle prese con condizioni agronomiche un po’ particolari. «Che interessino i produttori è fuori discussione. Secondo un sondaggio di Demoskopea, il 70% degli agricoltori coltiverebbe mais Gm se fosse consentito. E quanto all’obiezione che nel nostro paese il transgenico non serve, è vero il contrario. Per la pressione della Piralide, siamo uno dei paesi europei che trarrebbe più benefici dalla libertà di coltivazione, pur con tutti i vincoli e le cautele del caso».


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