Semi open source. La proposta Usa

BREVETTI
TV_14_17_Carote

Dagli Stati Uniti in arrivo i semi open source: un gruppo di scienziati e attivisti americani ha lanciato una campagna per cambiare le regole sullo scambio di semi di ortofrutta tra agricoltori. Quinoa, broccoli, carote: sono in tutto 29 le varietà che il gruppo spalleggiato dall’Università del Wisconsin a Madison ha distribuito a chi si impegna a sottoscrivere un’intesa open source che salvaguarda la possibilità degli agricoltori e dei giardinieri di scambiarsi gli ibridi liberamente.

L’idea si ispira al software open source che è disponibile liberamente, ma non può legalmente esser convertito in proprietà che genera profitto. In agricoltura significa che l’uso dei semi non può essere limitato da brevetti, licenze o altro tipo di proprietà intellettuale, anzi: ogni varietà derivata dai semi open source dovrà poter essere liberamente scambiata anche in futuro. «In pratica si crea un sistema parallelo, un nuovo universo in cui selezionatori e agricoltori possono condividere i semi ampliandone il patrimonio genetico senza restrizioni» ha spiegato il sociologo Jack Kloppenburg. L’iniziativa, che ha attirato l’interesse della Fao, è un tentativo di riportare l’agricoltura a tempi in cui, fino a una generazione fa, era pratica comune tra gli agricoltori scambiarsi i semi, ha detto Irwin Goldman, esperto di orticoltura all’Università del Wisconsin, che ha aiutato a organizzare la campagna. «Se vent’anni fa altri selezionatori ci chiedevano il nostro materiale, mandavamo loro un pacchetto di semi e loro facevano lo stesso con noi – ha spiegato Goldwin -. Purtroppo questo magnifico modo di lavorare non esiste più. Oggi i semi sono proprietà intellettuale, alcuni addirittura brevettati come invenzioni: serve il consenso del titolare del brevetto per usarli, oltre al fatto che usualmente la licenza è per un anno soltanto: i semi del raccolto non possono essere usati l’anno successivo. Queste regole sono adottate anche dai laboratori universitari. Quando Goldwin crea nuove varietà di cipolle, carote o barbabietole, l’ufficio responsabile della proprietà intellettuale dell’ateneo si occupa di registrarne il trademark prima di venderli alle società che li commercializzano. Un percorso che, a giudizio dell’esperto, conduce a una restrizione dell’accesso al germoplasma: «Se non lo condividi, finisci per limitare la nostra capacità di migliorare i prodotti ortofrutticoli». 


Pubblica un commento