Proteine vegetali, basta il greening per risolvere il deficit interno?

DIVERSIFICAZIONE
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Proteine vegetali, prove tecniche di rotazione. Alla vigilia dell’applicazione della riforma del greening (scatterà dal 2015, solo per le colture erbacee) le aziende italiane tastano il polso al nuovo obbligo di diversificazione colturale (due colture per aziende tra 10 e 30 ha; 3 colture oltre i 30).

Le maggiori candidate per entrare in rotazione con le monosuccessioni di mais al Nord o di grano al Centro-Sud sono le colture proteiche. Godranno infatti di un aiuto accoppiato del 15% (ma non la soia). Può essere l’occasione per risolvere il cronico problema italiano di carenza di proteine vegetali (siamo forti importatori, soprattutto di soia). I problemi da superare per diffondere le proteiche non sono però solo economici, ma anche tecnici e gestionali. Dal Nord al Sud vediamo come si stanno orientando gli imprenditori.

Nord, boom della soia

Due colture, o piuttosto tre? Per qualche territorio non è affatto un problema. Anzi, vista la varietà di cui dispongono, certi agricoltori potrebbero agevolmente “prestare” due o tre colture ai colleghi con meno fantasia.

Ma se si va nelle roccaforti del mais, il discorso cambia: qui parlare di due colture è già arduo, tre – obbligate per chi supera i 30 ettari di Sau – sa proprio di bestemmia. Eppure l’obbligo esiste e alla sua entrata in vigore mancano pochi mesi, poiché già con le semine autunnali i produttori dovranno fare due conti e decidere come differenziare le loro coltivazioni. Previsione comune – e invero abbastanza agevole – è un netto incremento della superficie destinata a soia, che già quest’anno è data in deciso rialzo, non per ragioni normative, ma agronomiche ed economiche (è poco esigente e ben pagata). Non parrebbe esservi, invece, un orientamento verso le altre proteiche o le proteaginose. Sebbene la soia sia esclusa dal contributo maggiorato al 15% previsto per sostenere le colture azoto fissatrici e produttrici di proteine vegetali, di cui l’agricoltura europea è fortemente deficitaria, gli agricoltori la preferirebbero comunque a prodotti con scarso mercato come il pisello proteico, per esempio.

Come sempre, però, più della norma conta la reazione dei produttori, perché se i medesimi dovessero vedere la nuova imposizione come l’ennesimo vincolo burocratico, nato per limitare la libertà imprenditoriale, difficilmente gli sforzi del Parlamento europeo avrebbero successo.

Abbiamo così sentito alcuni cerealicoltori del Nord Italia per sapere se e come si stanno preparando a un cambiamento che promette di essere epocale.

«Misura inutile»

Il più arrabbiato, se così possiamo dire, è Luciano Lanza, maidicoltore mantovano che pratica la monocoltura sui 50 ha della sua azienda. Ottenendo, peraltro, rese eccezionali: fino a 200 q/ha al 25% di umidità. «Questa misura – ci dice – è la solita imposizione burocratica, fatta da chi non conosce l’agricoltura, al di là di averla studiata sui libri. Si dice che la monocoltura di mais è dannosa per l’ambiente e a lungo andare deprime i terreni. Peccato che io da anni faccia soltanto mais, le mie rese annue siano in crescita e nei miei terreni vi sia molta più sostanza organica di quando abbandonai la rotazione».

Viceversa, una rotazione forzata non migliorerà le cose, sostiene Lanza. «Alla fine avrà il solo risultato di creare tre grandi monocolture al posto di una. Infatti tutti si orienteranno su grano e soia, in alternativa al mais, e quindi alla fine il cambiamento sarà di poco conto. In più, la gente continuerà a mettere il mais sui terreni più vocati, lasciando alle colture alternative i più magri. Quindi la rotazione resterà soltanto sulla carta».

Per il prossimo anno Lanza si regolerà come ha spiegato sopra: soia e grano. «Farò grano duro, o grano da seme – devo valutare – sul 5% della superficie e poi soia fino ad arrivare alla quota richiesta dall’Europa. Ma voglio far notare che la ricaduta ambientale di questa scelta sarà negativa. Oggi, per esempio, lavo la botte dei trattamenti una volta nel corso della stagione. Seminando anche grano, soia e un po’ di soia in secondo raccolto, ho calcolato che dovrò fare undici lavaggi. Di sicuro non fa bene all’ambiente».

Chi si salva

La nuova prescrizione, come si è visto, colpisce in misura maggiore chi fa monocoltura. Situazione che riguarda vaste aree del nord Italia, ma non tutta la Pianura Padana. Vediamo allora tre casi di agricoltori che non saranno toccati dall’obbligo.

«Nella mia azienda coltiviamo grano, bietole, cipolle, pomodoro, un po’ di medica, pisello e fagioli: direi che siamo a posto» esordisce Giampiero Cremonesi, di Caorso (Pc). «In provincia di Piacenza questa imposizione non crea grandi problemi, pochissime aziende fanno monocoltura e molte diversificano anche su più di tre prodotti. Dove sono abituati a fare soltanto mais, invece, darà qualche problema». Con questo, Cremonesi non boccia la norma. «Ha una sua valenza, se vista sotto l’aspetto della sostenibilità e della fertilità dei terreni. Il problema è trovare tre colture che siano remunerative; l’unica che può avere un valore paragonabile al mais, alla fine, è la soia».

Anche Achille Palladini, di Gravellona (Pv) è esentato dall’obbligo: «Nella nostra zona facciamo quasi tutti monocoltura, però di riso. Che è un prodotto compreso nel greening e pertanto esentato dall’obbligo della rotazione. Insomma, chi vive in zona risicola può stare tranquillo», ci dice.

Pietro Asti, infine, è lodigiano, dunque lavora in uno di quegli areali dove il mais fa il bello e cattivo tempo. «Noi però seminiamo anche riso e grano, dunque non avremo problemi. Di certo – continua – non metteremo soia, perché avendo il biodigestore abbiamo bisogno di coltivazioni che richiedano azoto, non che lo fissino nel terreno, come fanno appunto le leguminose».

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