Pomodoro da industria, più filiera contro la crisi

FILIERE
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Nel 2011 il distretto di Piacenza seminava 14mila ettari di pomodoro da industria, quest’anno forse 8.000. Eco di un 2012 in flessione per il quarto anno consecutivo nel nord Italia: -7% le superfici, -8% le quantità trasformate rispetto al 2011. (Ma al Sud è andata peggio).


Se gli agricoltori rinunciano ai trapianti denunciando prezzi sotto i costi di produzione e un accordo per la trasformazione tuttora latitante, nemmeno l’industria ride essendo alle prese con un drastico calo dei consumi (europeo, non solo italiano). Per non parlare dei costi: fuori mercato quelli italiani, non remunerativi secondo l’industria. O comunque sostenibili solo su mercati evoluti. Il fatto è che, ribatte il mondo produttivo, l’Italia paga un divario competitivo, ad esempio disciplinari di produzione integrata più restrittivi dei competitor europei.


Scenari di crisi ricordati in occasione dell’incontro organizzato a Piacenza da Syngenta, presenti gli esponenti dell’intera filiera. Per l’industria il nodo dei costi non è da poco e visto che i due terzi della produzione vanno all’estero, è lì che dobbiamo competere: i mercati che contano e dove possiamo crescere sono fuori dall’Europa, ma una buona legge sull’indicazione d’origine dovrebbe essere europea. Poi c’è la battaglia per valorizzare il prodotto. Come?


Roberto Della Casa, docente all’università di Bologna e titolare di Agroter è intervenuto per tracciare un identikit dei consumatori. Oggi sono «più poveri, ma felici», pare. E ciò si riflette sulla loro spesa che cala per singolo atto d’acquisto, ma aumenta per frequenza settimanale. Intanto, aumenta la pressione promozionale della gdo peraltro con impatto calante su un consumatore che insegue nuovi paradigmi. Cresce la spesa per private label e dentro i discount. Sale anche l’attenzione agli sprechi oltre che per la qualità.


Quello che davvero tira sono i prodotti locali: il 75% degli italiani dichiara di averli acquistati almeno una volta negli ultimi 6 mesi. Perché diventano importanti i farmer’s market? Il 53% li sceglie perché gli agricoltori ci mettono una faccia che ispira fiducia e sicurezza con buona pace degli investimenti industriali nei sistemi di tracciabilità, global gap ecc. Il loro unico limite è forse quello di non essere compresi dai consumatori «o comunicati in modo semplice ed efficace: questo è il settore in cui oggi bisognerebbe spendere di più» nota Della Casa.


Dunque è tuttora possibile spingere sui consumi, ma evitando alcuni errori. «Contenere i prezzi e basta è inefficace intanto perché viene difficilmente percepito». Vedi il caso della nutraceutica, mercato da circa 20 miliardi, dove il prezzo per il consumatore è irrilevante: sono prodotti venduti in farmacia e quello cui si guarda è anzitutto il beneficio.


Vero problema, secondo Della Casa, è che anziché segmentare il mercato in base ai bisogni spesso abbiamo fatto l’opposto segmentando l’offerta per poi metterla sul mercato. Il caso è quello del kiwi verde, rosso e giallo. Chi lo mangia? «bisognerebbe abbinare i colori a diverse occasioni di consumo».


Così per il pomodoro: «devo far percepire il valore un po’ come fa l’industria dell’auto quando moltiplica gli accessori per lo stesso modello. Ma per creare questo valore occorre l’integrazione di tutta la filiera». Che al momento vede in gioco 127 aziende, 70 di queste stanno tutte cercando di vendere alla gdo


LA FILOSOFIA SYNGENTA

La marginalità è sotto pressione, ma secondo Marco Cantoni, responsabile orticole di Syngenta Italia «ci sono potenzialità enormi. Abbiamo eccellenze produttive, valorizzare e innovare è ancora possibile ed è la filiera che può fare la differenza».


L’incontro Syngenta sul pomodoro da industria è una tappa del tour italiano sulle principali orticole. Un’occasione per presentare la nuova filosofia del gruppo e il nuovo approccio all’agricoltura: «Soluzioni integrate, innovazione, superamento delle aspettative» ha spiegato Cantoni. Vuol dire, fra l’altro, che è finita l’era del lancio del nuovo prodotto e basta. «Oggi occorrono anche servizi (assistenza tecnica, marketing, finanziari ecc) erogati in parte direttamente e in parte attraverso collaborazioni con altri partner del comparto (in questo caso, aziende che fanno microirrigazione o pacciamatura).


Una sorta di approccio olistico. Così il nuovo fungicida contro la peronosopora «non lo vediamo solo come prodotto a sé stante (accadeva sino a 2 anni fa), ma in un’ottica di crop enhancement quindi di maggiore efficienza fotosintetica, migliore utilizzo dell’acqua e, alla fine, migliore qualità». Un altro esempio? «Il pomodoro non lo interpretiamo più solo in termini di ettari, caratteristiche qualitative e rese, ma come soluzione integrata dove il prodotto deve rispondere, alla fine, alle esigenze di un’intera filiera. E allora i temi fondamentali diventano tre: valorizzazione (come creare valore), innovazione a 360° (non solo il prodotto, anche il processo) e sostenibilità (economica, anzitutto)».

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