Più resistenza nel vigneto Italia

INNOVAZIONE
TV_14_43_piantina

Colpa della peronospora, e anche dell’oidio.
Dopo 30 anni di scetticismo e ostilità
l’Italia autorizza la coltivazione dei primi
vitigni resistenti selezionati negli anni ’80 in
Germania presso l’Istituto per la viticoltura di
Friburgo (Tab.1). L’iscrizione nel Registro nazionale
è avvenuta nel luglio dell’anno scorso.
L’autorizzazione alla coltivazione in Veneto e
Lombardia (che si aggiungono così al Trentino
Alto Adige) è di questa estate. Il clima
umido e piovoso di quest’anno e i pesanti
attacchi delle crittogame spingono però a
fare di più. Le varietà tedesche sono infatti
caratterizzate da resistenze per lo più monogeniche
e soprattutto hanno un ciclo breve e
una maturazione precoce. Non sono adatte
per tutte le Regioni italiane. La soluzione è
dietro l’angolo. Il nostro Paese ha il primato
della prima decodifica del genoma della vite
e l’attività di ricerca negli istituti che si sono
sfidati per raggiungere questo importante
risultato nel 2008 non si è esaurita.

L’effetto additivo dei geni

«L’attività di miglioramento genetico della vite
– spiega Riccardo Velasco del Centro Ricerca
e Innovazione della Fondazione Mach
(San Michele all’Adige -Tn)- punta alla combinazione
di diversi genotipi con resistenze
di differente origine». È la cosiddetta pirimidazione:
partendo da varietà di provenienza
americana (come Muscadinia rotundifolia) o
asiatica (Vitis amuriensis) e reincrociandole
con varietà di Vitis vinifera si punta a “diluire”
progressivamente il contributo del donatore
esogeno (che può portare deviazioni
organolettiche non gradite), ma soprattutto
a concentrare più geni di resistenza in un
solo genotipo élite. Fin dall’avvio di questa
attività è stata infatti chiara l’esistenza di diversi livelli di resistenza (l’immunità non
esiste). Sia la peronospora che l’oidio sono
sensibili all’effetto additivo di geni diversi
di resistenza. In Nord Europa per arrivare
alle prime varietà ci sono voluti decenni di
incroci e selezioni presso i centri di ricerca
di Friburgo in Germania e Pecs in Ungheria.
La selezione assistita con marker molecolari
consente oggi di velocizzare il processo di
selezione (e la verifica della presenza di più
geni di resistenza) e qui entrano in gioco
gli Istituti di ricerca italiani. Presso la Fondazione
Mach negli ultimi 4 anni sono stati
effettuati 73 incroci, che hanno dato origine
a 2500 semenzali in tunnel. Per vedere in
anteprima le varietà del futuro Miva (i moltiplicatori
viticoli italiani) ha organizzato a San
Michele all’Adige un convegno in occasione
del recente Congresso nazionale. In questa
circostanza Velasco ha spiegato che dalle
32mila piantine sottoposte a screening dal 2009 sono stati selezionati 200 genotipi
con diversi gradi di resistenza, 98 genotipi
con resistente piramidate e 223 con nuove
resistenze. L’obiettivo è quello di ottenere
entro pochi anni nuove varietà con almeno
due geni di resistenza per oidio e due per peronospora.
E oltre al carattere resistenza si
punta anche a differenziare l‘epoca di maturazione
e a migliorare il contenuto in terpeni,
ma anche sull’apirenia dell’uva da tavola.

Iga vicino al traguardo

Dopo anni di forzata inattività (i vitigni coltivati
sono almeno bicentenari) è così ripartita
l’attività italiana di miglioramento genetico
della vite. E sembra ancora più vicina a raccogliere
i frutti l’attività di ricerca approntata
da Iga, Istituto di genomica applicata dell’Università
di Udine. È attesa infatti a giorni (entro
fine 2014) l’iscrizione nel Registro nazionale
delle prime dieci varietà resistenti a perono- »»»
spora e oidio (v. Tab.2) ottenute dal team di
ricercatori friulani in collaborazione con l’Università
di Udine e i Vivai cooperativi Rauscedo.
Si tratterebbe del traguardo di un’attività
di ricerca partita 15 anni fa che attraverso un
programma di incroci progressivi di varietà di
Vitis vinifera nazionali e internazionali con varietà
resistenti come Bianca, Regent o “20-3”
ha puntato all’introgressione di resistenze robuste
e durature in nuovi vitigni caratterizzati
da un ottimo profilo organolettico.

L’avversione agli ibridi

Un’iscrizione attesa (la domanda è stata
presentata a fine 2013) che consentirebbe
di superare per la prima volta uno scoglio
normativo. La storica avversione italiana
per gli ibridi produttori diretti (i fragolino e i
clinto una volta tanto diffusi) ha determinato
infatti il vincolo di dover iscrivere nel Registro
varietale nazionale solo le categorie Vitis vinifera e “ibridi interspecifici”, di cui solo
le prime sono ammesse a coltivazione per la
produzione di uva da vino. In Germania prevale
invece il criterio ampelografico (se i tratti
predominanti sono quelli della vite europea,
allora si può si può registrare come vinifera
e quindi coltivare). Nel caso delle varietà
friulane, il fatto che le linee di introgressione
selezionate contengano una porzione nettamente
preponderante di genoma di Vitis
vinifera
rispetto agli ibridi interspecifici conosciuti
finora e il precedente dell’iscrizione
delle varietà di Friburgo dovrebbero far
propendere verso l’autorizzazione alla coltivazione.
Anche perché l’Unione europea,
nell’ultima riforma della piramide qualitativa
del vino, ha introdotto una categoria che calzerebbe
a pennello ai vini ottenuti con queste
nuove varietà: quella dei vini varietali, appunto,
che in Italia ancora stentano a decollare.

Il “sangue” nostrano

Occorre però superare alcune criticità. «La
tipicità – sostiene Mauro Catena di Cantine
Riunite – è il tratto caratteristico della nostra
produzione, quello che ci fa vincere la sfida
rispetto a i produttori del nuovo mondo. Sarebbe
stato forse meglio se invece dell’introgressione
del “sangue” americano o asiatico
si fosse proceduto allo screening delle resistenze
presenti nelle nostre popolazioni. Varietà
come il Lambrusco dovrebbero contenerne
». «Negli Usa – afferma Enrico Zanoni
di Cavit -, nostro principale mercato di riferimento,
è soprattutto la varietà ad orientare le
scelte dei consumatori. Non so se c’è spazio
per nuove iscrizioni e la carta della sostenibilità
è in questo caso difficile da spiegare».

«Veniamo da un’annata – ribatte Maurizio
Gardini,
presidente di Confcooperative –in
cui gli agricoltori hanno dovuto farsi carico
di costi notevoli, sia in termini di denaro che
di tempo, per fare fronte ai problemi causati
da peronospora e oidio. Qualsiasi soluzione
che consenta di abbassare il numero dei trattamenti
contribuisce alla sostenibilità economica
delle aziende. E rafforza il rapporto
di fiducia con i consumatori».

Allegati

Più resistenza nel vigneto Italia

Pubblica un commento