Olanda, avanti nonostante la crisi

Piccole aziende sotto serra chiudono. Efficienza è la risposta del leader in export e logistica
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Paesaggio nord olandese: pale eoliche e campi di patate e cipolle a perdita d’occhio. Rese medie da primato: patate 47 t/ha; cipolle 54 t/ha. Il 75% delle patate da seme al mondo viene da qui e 1 cipolla su 5 consumata nel pianeta è olandese.

 

Nonostante abbia una superficie inferiore a quella di Lombardia e Piemonte, l’Olanda è il maggiore esportatore mondiale di ortaggi, con un volume sempre oltre i 4 milioni di t nell’ultimo quinquennio per un valore vicino ai 5 miliardi di euro nel 2011. Da ormai tre anni consecutivi è davanti a colossi quali Messico, Cina, Spagna e Stati Uniti.

Una forza imponente, non solo a livello produttivo, ma anche e soprattutto logistico e commerciale: nel 30-35% dei casi si tratta infatti di ri-esportazione. Potenza organizzativa ancora più evidente nella frutta, settore in cui è “solo” al 10-11mo posto, ma ben l’85-90% è ri-esportazione.

“Anche i ricchi piangono”, si dice, e anche l’Olanda ha sofferto molto la crisi internazionale degli ultimi anni, soprattutto nel 2009 e 2011, con un anno di relativa ripresa nel 2010. Se però analizziamo i dettagli del settore ortofrutticolo, notiamo un aspetto interessante: la crisi ha intaccato soprattutto i prezzi, ovvero il valore delle produzioni, ma poco o niente i volumi, che in molti casi sono addirittura aumentati.

Oltre che da precise scelte economiche e finanziarie, ciò dipende in gran parte anche dal diverso atteggiamento che gli olandesi hanno sempre avuto verso il mercato, ad esempio, rispetto ai paesi mediterranei.

Il settore ortofrutticolo è fatto da sempre di alti e bassi, ma il cliente è il re e non va mai abbandonato, nemmeno nel pieno della crisi economica più nera dell’ultimo secolo, né si deve mai rinunciare alla ricerca della massima qualità.

L’attuale terribile crisi degli agrumi, ad esempio, con prezzi ben al di sotto dei costi di produzione, ha indotto molti coltivatori, dalla Spagna fino all’Egitto, a lasciare le arance sulle piante, anche a costo di comprometterne le produzioni future.

In Olanda non potrebbe mai succedere. Prendiamo ad esempio il cetriolo, un prodotto molto deperibile e a ciclo breve: ci vorrebbe un attimo a interrompere la coltura se il bilancio fosse in perdita. Ebbene, anche se il prezzo di mercato scende a 2 cent/kg, come è successo nell’estate 2011 in Olanda, si continua comunque a raccoglierlo e a venderlo. Nel breve periodo significa, ovviamente, perdere un sacco di soldi, ma nel lungo termine si traduce in grande credibilità verso i clienti, soprattutto i supermercati.

L’idea è più o meno questa: la crisi c’è per tutti, ma tutte le crisi prima o poi finiscono sempre, mentre i buoni clienti non devono finire mai, anzi sono l’unico vero capitale di ogni produttore o commerciante.

 

MAI ABBANDONARE I CLIENTI

Il 2011 fotografa bene questa situazione: i volumi esportati sono rimasti più o meno uguali al 2010, ma sono scesi notevolmente in valore, e tale calo è dovuto in gran parte al blocco dell’export degli ortaggi di serra per circa 2-3 mesi a seguito della crisi del cosiddetto “batterio killer” (Escherichia coli), scoppiata in Germania a fine maggio dell’anno scorso.

L’effetto di tale crisi è stato devastante sull’export, sia perché il paese vive di questo, soprattutto verso la Germania, ma soprattutto perché è capitato nel pieno della stagione. La produzione di pomodoro a grappolo olandese (“ramato”), ad esempio, realizza produzioni medie da primato mondiale di oltre 65 kg/m2, con punte di 85, su una superficie di ca. 1.400 ha. Di questi 60 kg, circa 30 kg vengono raccolti tra giugno e agosto, proprio quando è arrivata la “mazzata”.

Il costo di produzione è di circa 0,75 €/kg, ma metà della produzione, pur di smaltirla, è stata ceduta a prezzi tra 0,15 e 0,35 €/kg. Nonostante tutta la buona volontà degli esportatori, si sono dovute trasformare in compost o mangimi circa 13.000 t di pomodoro (su un totale di 30.000 t di ortaggi distrutti): sembrano tante, ma non sono tutto sommato troppe su un volume totale di circa 950.000 t (1,4%).

Negli ultimi tre anni sono stati soprattutto i prodotti di serra (pomodoro, peperone, cetriolo) a trascinare le esportazioni olandesi. In particolare, è stato il pomodoro “ramato” a battere ogni record, a cominciare dalla superficie coltivata che, nonostante il numero di aziende sia diminuito di circa l’11%, è cresciuta del 2%, segno evidente che molte piccole aziende, incapaci di realizzare economie di scala, si sono ritirate dal mercato, lasciando il posto a unità di maggiore dimensione (in soli 2 anni la superficie media delle serre è passata da circa 3,7 a 4,9 ha).

 

IL RAMATO IN ITALIA

Gli effetti di questo forte squilibrio tra eccesso di offerta e crollo della domanda si sono visti anche in Italia, con un incredibile aumento dell’85% del ramato olandese sui nostri mercati. Germania e Regno Unito, rispettivamente con il 45 e 15%, rimangono sempre i mercati principali per l’export (non solo ramato, ma anche specialità, quali datterino, cocktail e ciliegino), ma poiché lì la crisi ha fatto crollare di più la domanda e messo sotto pressione i prezzi, gli esportatori olandesi hanno cercato valvole di sfogo altrove. In Italia, innanzitutto, ma anche Spagna e Francia che hanno visto un eclatante +90% e +25% di pomodoro olandese sui loro mercati.

Alle difficoltà in Europa si sono sommate anche quelle su mercati che sembravano, fino a tre anni fa, in forte sviluppo, soprattutto la Russia, crollata bruscamente nel 2009 da circa 115.000 a 90.000 t, addirittura su prodotti “poveri” come le cipolle (-30%): nella scorsa estate, a causa del batterio, ha addirittura azzerato l’import per quasi 3 mesi.

 

PAROLE D’ORDINE

Il sistema ortofrutticolo olandese, notoriamente efficiente, non sta affatto a contemplare inattivo le difficoltà dei mercati, che si prospettano enormi anche per il 2012. Le principali parole d’ordine per uscire dalla crisi sono attualmente, come è logico aspettarsi, efficienza, concentrazione in unità di maggiore dimensione e razionalizzazione del sistema produttivo e distributivo, basato su 3 direttrici fondamentali: servizio, sicurezza alimentare e continua innovazione.

Servizio significa innanzitutto logistica del fresco, ovvero selezione e confezionamento accurati, catena del freddo, distribuzione realmente on time. Significa però anche category management, ovvero gestione dei prodotti per categorie, tramite una stretta collaborazione tra produttori e distribuzione, per massimizzare la soddisfazione del consumatore in “ogni” punto vendita. Altro esempio: vengono studiati quotidianamente i comportamenti quantitativi e qualitativi dei consumatori in più di 600 negozi olandesi!

Tutti i fornitori delle associazioni di coltivatori o dei grandi gruppi di distribuzione sono ovviamente certificati ai più alti livelli, al fine di garantire la sicurezza alimentare e la continua innovazione di prodotto e di processo (frutta tagliata e pronta da mangiare, pomodori ciliegini sfusi in bicchieri o bustine sigillate e pronti all’uso, etc.).

 

SOSTENIBILITÀ

Per migliorare l’efficienza sia in pieno campo, che in serra, la parola d’ordine è “sostenibilità”: innanzitutto azzeramento entro il 2025 dei consumi energetici, quindi anche delle emissioni di CO2 (obiettivo che il governo sta finanziando con il programma “Kas als Energiebron”, ovvero “La serra come produttrice di energia”, invece che consumatrice di energie fossili); riduzione al minimo del consumo idrico (obiettivo di lungo termine: solo 1 litro di acqua irrigua per kg di prodotto!); ciclo chiuso integrale, con azzeramento della dispersione di fertilizzanti nelle acque superficiali e di falda (già in gran parte realizzato); azzeramento dei pesticidi di sintesi (programma “Healthy Hothouse”, in collaborazione con la Germania, finanziato con 10 milioni di euro e già avviato nel 2011).

 

ROTTERDAM, HUB DI SMISTAMENTO UE

Abbiamo premesso che gran parte della forza olandese nei mercati internazionali è basata anche sulla ri-esportazione (un terzo degli ortaggi e quasi il 90% della frutta!), che ha come colonna portante, ovviamente, il porto di Rotterdam, uno dei più importanti al mondo, addirittura 3° per movimento merci dopo Shanghai e Singapore.

Nonostante la crisi, anche nel 2011 ha continuato a crescere (+6% nel traffico container), tanto che è ormai la porta d’ingresso privilegiata della frutta fuori stagione in Europa, Italia compresa. Si tratta, infatti, non solo di un porto fluviale veramente enorme, ma soprattutto efficiente, in particolare per lo scarico e smistamento rapido della frutta in container proveniente dal Sudafrica, ma soprattutto dal Sudamerica (Brasile, Cile, Argentina).

Un altro fattore fondamentale per spiegare la sua continua crescita è che, negli ultimi anni, è anche cresciuta in quei paesi sia la dimensione delle aziende produttrici di frutta in contro stagione, con unità che arrivano ormai tranquillamente fino a 1.000-2.000 ha, sia la dimensione delle navi porta-container, per ottimizzare la logistica e i costi di trasporto, con unità in grado di caricare tranquillamente anche più di 1.000 euro-pallet per volta (ovvero l’equivalente di 30 e più camion).

I paesi europei che più utilizzano questi servizi dello “hub” di Rotterdam sono, oltre ovviamente a Olanda e Belgio, Scandinavia, Francia e Gran Bretagna, ma anche gli importatori italiani di ortofrutta fuori stagione vi hanno un grande punto di appoggio, tramite le società olandesi di import-export con base sia al “Fruitport” di Barendrecht, che a Venlo.

Il prodotto maggiormente importato via Rotterdam è rappresentato dai meloni, in particolare da quelli gialli del tipo honeydew provenienti dal Brasile. In ogni caso tutta la gamma dei meloni in contro stagione (inverno-primavera in Italia) è ben rappresentata. Seguono gli agrumi, soprattutto dal Cile, il quale è pure un grosso esportatore anche di uva da tavola (assieme al Perù) e di tutta la frutta con nocciolo (stonefruit), ovvero soprattutto pesche, nettarine, prugne e susine.

L’Argentina, invece, è molto importante soprattutto per la produzione di pere, come anche lo è il Sud Africa, assieme a un’eccellente uva da tavola, che pure usa Rotterdam come hub per l’Europa. Non manca, ovviamente, anche tutta la gamma della frutta esotica, in particolare mango, ananas, papaya e lime.

C’è da riflettere, quindi, quando compriamo in questo periodo, al supermercato o dal fruttivendolo, un melone giallo brasiliano o una succosa pera argentina, pensando che in 7-9 giorni di nave ci hanno raggiunto in gran parte via Rotterdam e in soli altri 2 giorni via camion sono arrivati freschi e invitanti sulla nostra tavola.

Il Porto di Rotterdam ha in cantiere ulteriori programmi di ampliamento anche nel 2012, segno che, alla fine, la vera parola d’ordine di tutto il sistema ortofrutticolo olandese per uscire dalla crisi è una sola: vietato piangersi addosso e guardare sempre avanti! n


(*) Ceres S.r.l. – Società di consulenza in agricoltura


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