Ogm, investimenti in stand-by

RAPPORTO ASSOBIOTEC
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A dispetto della crisi, l’Italia del biotech continua a crescere. Lo scorso anno il fatturato complessivo del comparto è aumentato del 6%, superando la soglia dei 7 miliardi di euro, e gli investimenti sono saliti di quasi 3 punti percentuali, arrivando a sfiorare i 2 miliardi di euro. Il nostro Paese si posiziona sul podio europeo, alle spalle di Germania e Regno Unito, per numero di aziende attive nel comparto, mentre il tasso di occupazione è invariato.

A rivelarlo è il Rapporto “Biotecnologie in Italia 2013”, realizzato da Assobiotec ed Ernst & Young, in collaborazione con Farmindustria e l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Nonostante i segnali positivi, lo stato di salute del comparto è piuttosto precario. I fattori di debolezza sono noti: dimensione media aziendale molto ridotta, cui si somma, come ha sottolineato il presidente di Assobiotec Alessandro Sidoli, «la cronica assenza di provvedimenti per sostenere la ricerca e lo sviluppo e tutelare i prodotti innovativi». Tutto questo mentre i principali Paesi europei adottano misure a favore delle imprese, come ad esempio il credito di imposta, o per incoraggiare l’investimento in capitale di rischio.

Nel comparto delle agro-biotecnologie, il green biotech, la situazione è più preoccupante. Qui alle criticità strutturali – prevalenza di micro-imprese, finanziamenti con il contagocce, difficoltà ad accedere al credito, ritardo nei pagamenti – si somma il «perdurare di atteggiamenti di ostracismo» nei confronti della ricerca. Con il risultato che il fatturato di tutto il “green” ammonta ad appena 110 milioni di euro, cifra addirittura inferiore al valore degli investimenti (112 milioni). Numeri che potrebbero andar bene per un’azienda di medie dimensioni e che invece sono il frutto del lavoro di 85 imprese, quasi un quarto del totale di quelle attive nel campo delle biotecnologie (407). Senza considerare che il grosso dei ricavi è generato da filiali di multinazionali straniere operanti in Italia, in tutto meno di una manciata.

Nel dettaglio si scopre che la maggioranza delle aziende sono delle “pure biotech”, cioè fanno della ricerca biotecnologia il loro core business. Di piccola o micro dimensione, per lo più attive entro parchi scientifici o incubatori, e impegnate in progetti che spaziano dal miglioramento della produzione primaria, vegetale e animale allo sviluppo di nuove tecnologie a tutela della qualità e della sicurezza delle nostre produzioni. Investimenti teoricamente cruciali, ma nella pratica a dir poco marginali. «Il panorama italiano delle biotecnologie agroalimentari presenta uno scenario controverso»: nonostante gli importanti risultati ottenuti nei nostri laboratori, gli investimenti si sono sostanzialmente interrotti, anche a causa «di un pregiudizio largamente ideologico e ostinatamente sostenuto dalla stesse autorità pubbliche» come dimostra l’episodio della distruzione dei campi dell’Università della Tuscia.

La soluzione, per il presidente di Assobiotec, è solo una: investire in ricerca. Ma «occorre basarsi su dati e informazioni oggettivi, recuperare i codici di una corretta comunicazione, nella quale non si paventino mostri inesistenti e si riconosca, finalmente, il contributo che le biotecnologie possono dare anche in campo agricolo, come lo stanno dando nel settore industriale e in quello della salute».

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