Ogm a rischio salute e poco convenienti

Coltivazioni

Nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sugli Ogm in agricoltura, in corso al Senato, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha presentato un documento che sintetizza il punto di vista dei governi locali. Il processo di riflessione è ancora in corso ma una maggioranza di amministrazioni si è schierata con decisione sul fronte del no: ben 18 regioni hanno legiferato sulla materia e 11 hanno finora aderito alla «Rete delle Regioni e delle autorità locali europee sensibili agli Ogm».

Preoccupazioni per la salute
Le preoccupazioni sono di varia natura. A partire dal processo autorizzativo. «Occorre evidenziare – si legge nel documento – che la valutazione del rischio ambientale preventiva al rilascio dell’autorizzazione viene effettuata in ambienti non europei nella maggior parte degli eventi autorizzati o in corso di autorizzazione, a causa della maggior facilità di realizzazione in territori extracomunitari.
La preoccupazione è che una valutazione degli effetti ambientali condotta al di fuori della particolarità territoriale italiana possa sottovalutare gli effetti potenzialmente negativi degli Ogm sugli ecosistemi locali». E vengono sollevati dubbi anche sulle verifiche che riguardano i potenziali effetti nocivi sulla salute umana. «I test effettuati sugli Ogm sono condotti su una unica specie e per una durata di 90 giorni ma alcuni scienziati suggeriscono che tale metodologia non collima con l’approccio usato per altre sostanze, quali i pesticidi, in cui i test sono effettuati su almeno 3 specie diverse e possono protrarsi per tempi molto superiori».

Difficile convivenza con le coltivazioni tradizionali
Le Regioni passano poi in rassegna le ragioni della non convenienza economica delle colture Ogm: pensate per grandi estensioni di terreno e inadatte alle piccole e medie imprese italiane e a valorizzare le produzioni made in Italy.
Altra questione affrontata, quella dei contenziosi che la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e tradizionali comporterebbero. «Un recente studio effettuato in Spagna sulle colture di mais transgenico (Binimelis, 2008) ha rivelato che le misure di coesistenza possono essere di difficile applicazione – sottolineano le Regioni – e non essere in grado di eliminare i conflitti tra agricoltori che vogliono praticare forme di agricoltura diversa, anzi potrebbero crearne di nuovi. Lo stesso studio ha dimostrato che una possibile conseguenza della coesistenza potrebbe essere una regressione delle produzioni biologiche». Alcuni economisti stimano infatti che l’applicazione delle norme di coesistenza potrebbe comportare un aumento dell’11% dei costi di produzione sia per i produttori convenzionali sia per quelli biologici determinati dalla necessità di separare le filiere e di certificare la produzione Ogm free.
Un dubbio finale tuttavia emerge: «Su tutti questi aspetti di criticità le Regioni hanno riflettuto e stanno riflettendo – conclude il documento – non trascurando comunque di valutare gli eventuali effetti positivi che l’introduzione di piante geneticamente modificate potrebbe portare nella risoluzione di alcuni problemi che assillano soprattutto alcuni settori in determinate aree del Paese, ad esempio la presenza di micotossine nel mais».


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