Nel rapporto con Turchia e Nord-Africa la scelta che paga è la complementarietà

Mercato/Sud-Mediterraneo
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Quando si parla dell’agricoltura dei nostri vicini extraeuropei che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, ovvero di Nord-Africa e Turchia, di solito si dipingono quadri densi di minacce. Si fa riferimento, soprattutto, ai minori costi di produzione, in particolare a quelli per la manodopera, che possono determinare una forte concorrenza verso i prodotti europei.

Che la manodopera abbia un costo assi più basso è fuori dubbio, in quanto stiamo parlando di un fattore di ben 10-20 volte inferiore ai parametri comunitari, ovvero di 0,75-1,50 €/h contro 7-15 €/h, salendo dal Sud al Nord Europa. Altra componente importante dei costi di produzione, l’energia, ha pure spesso un costo inferiore, ma di un fattore minore, ovvero “solo” 3-4 volte, in quanto si tratta di Paesi produttori di gas e/o petrolio, o con accordi di buon vicinato come, ad esempio, la Tunisia verso l’Algeria, che permettono di pagare il gas da 0,07 a 0,12 €/m3. Per quel che riguarda concimi e antiparassitari, trattandosi ormai di un mercato globale, i costi sono più in linea con quelli europei.

Anche l’acqua è spesso un fattore meno limitante che in Europa: ci sono Paesi come la Turchia, con una enorme disponibilità di acqua dolce, o come l’Egitto, dove sono state resi irrigui migliaia di ettari in mezzo al deserto, grazie a canali collegati al Nilo.

La conclusione è che, a seconda soprattutto dell’intensità d’impiego della manodopera e della sua efficienza, si ha mediamente un costo di produzione totale da 2 a 4 volte inferiore a quello dei Paesi europei. Inoltre, sono nazioni molto popolose e con un’altissima disponibilità di impiegati in agricoltura (dal 30 al 40% della forza lavoro, contro il 2-5% della media Ue).

Il caso del pomodoro marocchino
Si tratta dunque di produzioni fortemente competitive, soprattutto verso i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, ovvero Italia, Spagna, Grecia e Francia, tenute a bada fino ad ora dai vincoli d’importazione comunitari, dalle distanze e dai relativi costi di trasporto. Su quest’ultimo fattore, comunque, sarà bene non contarci troppo. Può essere vero per la Turchia e per i trasporti via terra, soprattutto di prodotti deperibili; lo è meno per altri Paesi, quali l’Egitto, dove il governo sostiene le esportazioni, soprattutto quelle per via aerea verso il Nord Europa (fragole, ad esempio, nella “finestra di esportazione” invernale tra dicembre e febbraio). Lo è ancor meno per la Tunisia, da dove è oggi possibile trasferire in Nord Italia, via camion e traghetto veloce, prodotti agricoli in sole 36 ore e a solo 0,11-0,12 €/kg, contro i 0,07-0,08 €/kg dalla Sicilia.

Si tratta di una minaccia reale per l’agricoltura europea?
Leggendo i numeri non sembrerebbe. Valga, ad esempio, il tanto citato caso delle importazioni di pomodoro da mensa marocchino, verso cui si scagliano spesso i nostri cugini spagnoli, i quali contestano sforamenti annuali dell’ordine di 50.000-80.000 t, rispetto agli accordi d’importazione con la UE, quantità relativamente bassa, rispetto alle produzioni spagnole e italiane, che superano entrambe il milione di tonnellate, ma sufficiente a creare “turbative di mercato”.

Invece che di minaccia, ultimamente si sente sempre più parlare di complementarietà, da parte di alcune istituzioni e organizzazioni di categoria, soprattutto in vista della creazione della Zona di Libero Scambio Euro-Mediterranea (ZLS), prevista dalla conferenza di Barcellona del 1995, che diventerà operativa già nel 2010 e che determinerà la progressiva eliminazione delle tariffe e la libera circolazione dei capitali, fino all’unione doganale con la Turchia.

Processi di integrazione
In effetti si tratta di un processo molto importante per gli agricoltori, che può risolversi in una grande opportunità di sviluppo, ma anche in una disastrosa guerra di tutti contro tutti, se verrà gestito male o lasciato a se stesso. Complementarietà significa innanzitutto programmazione, parola alquanto in disuso fino ad ora nel nostro vocabolario agricolo; ovvero, scaglionamento delle produzioni per evitare catastrofici surplus di mercato e conseguente crollo dei prezzi, sfruttando le peculiarità climatiche dei vari Paesi mediterranei, la diversa disponibilità e costo di manodopera, la tipicità di cultivar e metodi produttivi.

E poi significa produzione e difesa integrata, tracciabilità, certificazione, ottimizzazione delle fasi di post-raccolta (selezione, confezionamento, refrigerazione, logistica), in pratica allestimento e controllo di tutta la filiera.

In mancanza di tutto ciò è chiaro che la pressione sui nostri produttori, in assenza di barriere, diventerà insostenibile, anche perché gran parte dei nuovi investimenti in orticoltura e frutticoltura in quei Paesi, sia locali che esteri, sono sempre più gestiti con metodi manageriali, che portano all’adozione di moderne varietà e tecniche di coltivazione. Basti pensare alla Turchia, dove ogni anno vengono realizzati 80-100 ha di serre tecnologiche, dotate di sistemi fuori suolo e impianti di riscaldamento (molti sfruttando acque geotermiche superficiali a 80-90 °C); o all’Egitto, dove esiste una consolidata realtà di moderne aziende frutticole capitalistiche, con superfici dai 1.000 ai 5.000 ha, certificate a tutti i livelli e fortemente orientate all’export.

Una grande opportunità, dunque, ma solo se i processi d’integrazione verranno gestiti e non subiti.


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