Mietitrebbia Laverda M400 Riso

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La risicoltura, in Italia, fa storia a sé; per diversi motivi. Uno degli aspetti che la distinguono dal resto della cerealicoltura italiana è che i risicoltori, spesso e volentieri, sono proprietari della mietitrebbia che raccoglie il loro prodotto, mentre chi coltiva mais, grano e simili si rivolge quasi immancabilmente a un contoterzista.


In questa sede non ci interessa comunque indagare le ragioni di questa particolarità, ma sfruttarla per prendere in esame una delle novità più interessanti del 2013: la mietitrebbia Laverda M400, frutto del connubio tra lo storico marchio veneto e la multinazionale Agco. Il cambio di passo, come vedremo, è evidente soprattutto nella cabina, assai simile a quella di un trattore Fendt.


La M400 è una macchina profondamente rinnovata, dunque, e non soltanto nell’abitacolo. Sotto il cofano, per esempio, troviamo un motore Agco Power e anche la gestione elettronica è tutta nuova, come vedremo. In più, il modello che abbiamo scelto è uno dei primi equipaggiati con i cingoli in gomma della Tidue, una ditta specializzata in questo tipo di sistemi.


Ne parleremo più avanti. Ora, invece, vediamo chi è il proprietario della macchina. Come si è capito, questa volta non ci siamo rivolti a un contoterzista, ma a un risicoltore. Il suo nome è Alberto Gallione e vive a Stroppiana, una ventina di chilometri a sud di Vercelli, dove coltiva circa 85 ettari di risaia in monocoltura. Vi semina solitamente varietà da parboiled, dei gruppi lungo A e B, come Dardo e Gladio. Sono risi che non presentano grossi problemi di sgranatura, ma che tuttavia hanno rese piuttosto importanti. La media, per l’azienda di Gallione, è di circa 85 quintali per ettaro, con frequenti incursioni oltre quota 90. Dunque, sebbene siano varietà a paglia medio-corta, sono in grado di impegnare la mietitrebbia con una massa piuttosto importante e soprattutto con tanto prodotto da separare.


Concluse le premesse, vediamo come se l’è cavata la M400 RIso con questi prodotti e, soprattutto, in una stagione impegnativa come il 2013.

Condizioni al limite


«Per testare una mietitrebbia non c’era annata migliore di questa – esordisce Alberto Gallione -. Le abbiamo avute tutte, dal ritardo nella maturazione alla trebbiatura avvenuta quando il riso era ancora parzialmente verde. Per di più, con la pianta e il terreno bagnati».


Effettivamente è stato un test di tutto rispetto. «La pianta ancora verde – continua Gallione – crea qualche difficoltà in più di sgranatura, mentre con la paglia bagnata i chicchi si attaccano alla medesima e l’azione degli scuotipaglia si complica. Il terreno pesante, infine, crea difficoltà di avanzamento e galleggiamento e se i cingoli non son buoni, non si riesce a lavorare».


Un problema che non ha riguardato la M400 Riso. «No di certo. I cingoli Tidue si sono comportati molto bene, assicurando un galleggiamento eccellente, anche se abbiamo scelto la misura intermedia, da 76 cm di larghezza, e non i più grandi. Lo abbiamo fatto – precisa Gallione – per una questione di maneggevolezza. Le nostre risaie sono in buona parte disseminate sul territorio e per raggiungerle dobbiamo percorrere strade strette, spesso interpoderali. Con i cingoli da 76 cm (30 pollici, ndr) la M400 ha una larghezza fuori tutto di 3,66 metri, che in primo luogo è ben al di sotto dei 3,8 dei permessi stradali e secondariamente consente di passare dappertutto, anche dove vi sono ponti con le spallette strette, che potrebbero dare grossi problemi a una macchina larga 4 metri». La maneggevolezza sembra quindi uno dei vantaggi della macchina. «In effetti è così; è una mietitrebbia snella e anche leggera, con la quale si va dappertutto. Sottolineo, inoltre, la leggerezza, perché il peso non è secondario, nel nostro caso, dal momento che la risaia è spesso fangosa e con una cingolatura stretta il rischio di affondare è concreto. Invece, anche in una campagna con molte piogge come l’ultima, non abbiamo avuto problemi. Vi sono macchine con cingoli da 91 cm che hanno fatto più fatica, per dire. I cingoli si comportano bene anche per altri aspetti: non raccolgono terra al loro interno, non ci si deve fermare per pulirli e quindi sono sempre efficienti».


Buono, secondo Gallione, il comportamento a velocità sostenuta. «Il sistema di ammortizzatori abbinato ai cingoli lavora bene. Attraversando la risaia a 15 km orari non si sente praticamente nulla. Naturalmente è ottimo anche su strada, per attutire dossi e buche».


Per equipaggiare le Laverda, Tidue ha scelto il suo prodotto migliore, il cingolo in gomma Amfibios, concepito per condizioni di lavoro estreme. Montato direttamente sulle flange degli assali, non richiede supporti addizionali ed è quindi di facile installazione. Dispone di sospensione a doppia molla, ruota motrice con scanalature per i tasselli di trazione dei nastri in gomma e tenditore idraulico con attuatore e accumulatore ad azoto. La casa di Breganze ha particolarmente insistito affinché i cingoli non modificassero l’altezza della macchina, così che non vi fossero variazioni dell’allineamento tra testata, canale elevatore e organi trebbianti. «Mantenere un corretto allineamento di tutte queste parti è importante per creare un flusso di prodotto omogeneo ed evitare ingolfamenti o rallentamenti», conferma Gallione.

Testata e raccolta


Cominciamo a vedere gli organi di lavorazione della macchina, partendo ovviamente dalla barra. «Abbiamo adottato una testata classica, fissa, da 4,8 metri. La macchina avrebbe portato anche una barra più larga, ma avrei avuto problemi per entrare nel capannone, la sera, e non mi sembrava il caso di smontare la punta ogni volta. Senza contare che con quasi cinque metri si fa comunque parecchio lavoro», ci spiega il proprietario.


La testata è la Free Flow, con sistema di allineamento al terreno Gsax, slitte di controllo a profilo arrotondanto Easy Reverse, efficienti anche in retromarcia, e coclea di diametro maggiorato per migliorare l’introduzione con tutti i tipi di prodotto. Il canale elevatore allungato e con imbocco allargato consente un ingresso di prodotto più regolare, sostiene Laverda, anche in caso di masse vegetali abbondanti. Inoltre, all’imbocco del medesimo è stato collocato un dispositivo a dita retrattili (nome in gergo Pfr: Prepare and feeding roller) che uniforma ulteriormente l’ingresso del materiale, riducendo intasamenti e picchi di lavoro che, oltre a stressare la trasmissione, contribuiscono a far schizzare in alto i consumi. Su riso, inoltre, il Pfr svolge una funzione importante nel caso, assai frequente, di prodotto allettato o intricato. L’omogeneità dell’alimentazione è confermata dall’agricoltore: «È praticamente perfetta: molto fluida, non si sentono colpi e dietro, nello scarico della paglia, non si vedono le espulsioni a scatti, caratteristiche di un ingresso irregolare».

Separazione e pulizia


La M400 è una macchina a cinque scuotipaglia, che lavora con il classico sistema di separazione di Laverda, ma nella versione Riso dispone di componenti specifici, diversi da quelli delle versioni a grano o a mais. Lo riassumiamo, brevemente: battitore da 60 cm per 1,34 metri di lunghezza, specifico a denti disposti su 12 spranghe, la cui grande massa inerziale assicura stabilità di regime. Il battitore così configurato contribuisce ad aumentare la separazione senza influenzare i consumi. Il controbattitore, specifico a riso, presenta 12 spranghe, con denti per aumentare l’efficienza di separazione con paglia verde.


Segue il Multi crop separator o Mcs Plus, un secondo battitore, sempre da 60×134 cm, che migliora la separazione prima che il prodotto arrivi sugli scuotipaglia. Il rullo Mcs può essere escluso dalla trebbiatura tramite interruttore elettrico quando si desideri preservare la paglia. Abbiamo infine un modulo Rev che aumenta del 20% la superficie di separazione portandola a 1,89 metri quadrati, con angolo di avvolgimento a 120°. La M400 Riso prevede, inoltre, lamiere antiusura su coclee ed elevatori, necessarie per resistere all’abrasività di paglia ad alto contenuto di silicio. «La trebbiatura è di buona qualità. Nonostante la macchina fosse nuova, abbiamo avuto una granella quasi sempre integra. Preciso che la macchina era nuova perché in questo caso i denti non ancora usurati rischiano di creare qualche rottura. Inoltre, sottolineo una buona pulizia, nonostante la stagione difficile obbligasse a tenere i crivelli aperti, e perdite molto contenute, ben segnalate sul terminale, grazie al quale si possono impostare tutti i parametri di lavoro della macchina, dalla ventilazione ai giri del battitore. Personalmente ho tarato i sensori di perdita al massimo, anche se questo rischia di ridurre un po’ le prestazioni. A mio parere – prosegue Gallione – per una buona trebbiatura hanno molta importanza anche gli scuotipaglia, che sono più lunghi rispetto alla media e quindi assicurano una superficie di separazione maggiore». In effetti la superficie di separazione è di 7,62 metri: un buon valore per una macchina a cinque scuotipaglia. Interessante anche la superficie di crivellamento: 4,67 metri quadrati, con crivelli Hcd (High capacity design) con profilo a lamelle speciali, studiati per aumentare la produttività senza compromettere la pulizia. Completiamo il quadro con il ventilatore, la cui velocità di rotazione varia da 350 a 1.050 giri al minuto.

Scarico e serbatoio


Altro aspetto interessante di questa macchina è l’elevata capacità del serbatoio cereale: novemila litri, che non sono pochi, per una macchina di categoria media. «Anzi: a mio parere abbiamo un cassone del cereale molto grande. Ci stanno quasi 50 quintali di riso – parlo delle varietà coltivate nel vercellese – e questo ti consente di non doverti fermare troppo spesso. Mi piace anche – prosegue il risicoltore – lo scarico del prodotto, veloce e potente, anche se non posso dire di averlo provato veramente, perché avendo granella umida, rallentavo un po’ lo scarico per non rischiare intasamenti della coclea. Il tubo inoltre è lungo a sufficienza per non avere problemi a scavalcare i fossi o quando c’è una notevole distanza tra la macchina e la strada». Per lo scarico, Laverda dichiara 105 litri al secondo, con tubo lungo 5 metri per 4,5 di altezza.


I residui possono essere messi in andana o trinciati, con il trinciapaglia a 52 coltelli prodotto direttamente a Breganze e montato di serie sulla M400. «Lo abbiamo usato quasi sempre – ci dice Gallione – e lo trovo valido. Fa un buon lavoro anche con metà dei controcoltelli aperti. Peraltro non assorbe molta potenza; la differenza di consumi tra il lavoro con trinciapaglia e con l’andanatore è davvero minimo».

Motore e prestazioni


L’accenno ai consumi offre l’occasione per vedere cosa porta sulla schiena questa M400. Come anticipato, dopo l’ingresso in orbita Agco i motori sono ovviamente Sisu. Anzi, Agco Power, come si chiamano adesso. Nello specifico abbiamo un 74 AWI.747 da 203 kW (276 cv). Si tratta del notissimo sei cilindri Sisu da 7.4 litri di volume, turbo intercooler, con tecnologia Scr. Motore di medie dimensioni, dunque, che dovrebbe mantenere i consumi a livelli accettabili. «Lo fa, effettivamente. Abbiamo visto che, in media, si sta tra i 20 e i 25 litri l’ora. Il motore è ben dimensionato in rapporto alla macchina: secondo il computer di bordo abbiamo un carico di lavoro che non va mai oltre il 65%, anche quando troviamo abbondanza di prodotto. Dunque, la potenza è sempre sufficiente e permette di uscire anche da situazioni difficili. Penso ai terreni particolarmente pesanti, dove la doppia trazione e i cavalli del motore sono un grosso aiuto. Noi, purtroppo, di questi terreni ne abbiamo parecchi e anche per questo ho voluto la trazione posteriore, che a rigor di logica in pianura non sarebbe necessaria».


Completiamo il quadro con le prestazioni. Condizionate dal fatto che Gallione è proprietario delle risaie che raccoglie e quindi, chiaramente, privilegia il risultato rispetto al risparmio di tempo. «Preferisco metterci un po’ di più, ma fare un buon lavoro e soprattutto non lasciare il riso in mezzo al campo, visto quanto ci costa produrlo. Nel complesso la M400 se la cava bene. Con la barra da 4,8 metri viaggia tra i 3 e i 3,5 km orari, a seconda delle condizioni del prodotto. In un anno difficile come il 2013 non c’è da lamentarsi, praticamente si fa un ettaro l’ora, contando anche i tempi di svolta e scarico».

Cabina ed elettronica


Abbiamo già fatto cenno al terminale di bordo, che Laverda chiama Techtouch. Secondo Gallione è un buon computer, in grado di gestire totalmente la macchina e inoltre abbastanza intuitivo e ben leggibile in ogni condizione. «Si possono fare tutte le regolazioni dalla cabina: battitore, controbattitore, apertura dei crivelli, ventilatore eccetera. Alla fine è il terminale Vario del Fendt e anche il resto dei comandi sono presi da quelli del trattore». Affermazione con cui concorderanno senza dubbio i lettori che conoscono gli interni degli ultimi trattori Fendt. «Al di là del design, la cabina è grande abbastanza, anche per il passeggero, e molto ben insonorizzata. I comandi sono ben disposti e in più Laverda ha deciso di offrire un climatizzatore elettronico di serie, molto utile sia per rinfrescare sia per riscaldare; quest’anno, avendo finito di raccogliere a inizio novembre, l’abbiamo usato anche in questa veste. Altra cosa che mi piace è la visibilità. Si vede bene la barra ma anche il cingolo destro, grazie alla sagomatura della pedana. In più abbiamo gli specchietti elettrici e anche la telecamera di serie, molto comoda perché le immagini sono visualizzate direttamente sul terminale, che è un 10 pollici abbondanti. Infine, l’illuminazione notturna è eccezionale. Abbiamo luci sulla barra, sui cingoli, sul tubo di scarico. Si lavora come se fosse giorno».


Non manca, naturalmente, qualcosa che si potrebbe migliorare. Non è il caso di parlare di guasti, visto che la macchina ha lavorato per meno di 200 ore, nella prima stagione. Gallione segnala invece due dettagli su cui si potrebbe intervenire. «Il primo riguarda la barra: per il riso sarebbe utile la doppia lama di taglio, perché la lama semplice a volte ha difficoltà. Penso, per esempio, a quando si incontrano i nidi di certi uccelli acquatici che intasano la lama e le impediscono di raccogliere una striscia di prodotto. La seconda cosa che a mio avviso si potrebbe fare, per migliorare ulteriormente la macchina, è togliere qualche comando dalla leva multifunzioni. Per esempio, la regolazione di posizione dell’aspo potrebbe andare da qualche altra parte, visto che non si usa molto spesso».


Concludiamo con un accenno alle manutenzioni: «L’accessibilità è alta. Il cofano del motore si ribalta completamente e lo stesso vale per la protezione dei radiatori. Anche i serbatoi del gasolio e dell’urea (620 e 80 litri, ndr) sono facilmente raggiungibili. In più è stata tenuta in gran considerazione la sicurezza: lavorando in quota, a tre metri da terra, anche questo è importante e dimostra la serietà del costruttore».

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