Meno input, più conoscenza per ettaro

FFA 2014
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Produrre di più, ma con meno input. Un auspicio per l’Europa, un’urgente necessità per il mondo intero. «L’agricoltura – ricorda il Commissario europeo all’ambiente Janez Potocnik nel corso del recente Forum for the future of agricolture di Bruxelles – deve fare fronte, con risorse naturali sempre più limitate, alle richieste di cibo, energia e fibre di una popolazione destinata a raggiungere i 9 miliardi di persone entro il 2045». Un futuro apocalittico che sembra avvicinarsi ogni giorno di più (non si parlava del 2050 finora?). Per fortuna la politica agricola europea ha cambiato marcia introducendo, nel secondo pilastro dello sviluppo rurale, misure per diffondere l’innovazione e un uso più efficiente delle risorse nella produzione agricola (presto scopriremo come verranno recepite nei 21 Psr italiani). Una piccola vittoria per il Forum (Ffa) nato nel 2008 per iniziativa di Elo (l’associazione dei proprietari terrieri europei) e di Syngenta proprio come reazione a una politica europea focalizzata più sui passati problemi della sovrapproduzione che sulle attuali necessità di fare fronte a una domanda crescente. «Quest’anno la settima edizione del Forum – dichiara Franz Fischler, un passato da decisivo Commissario europeo all’agricoltura e un presente da presidente della Fondazione Rise (Rural investment support for Europe) – vuole spingere agricoltori, operatori e politici a essere innovativi nell’ottica di un’implementazione dell’intensificazione sostenibile in agricoltura». Un ossimoro che coniuga le due necessità apparentemente opposte della tutela del reddito e dell’ambiente. Come si possono amalgamare? Secondo Potocnik occorre contrastare il fenomeno dell’urban sprawl, l’avanzata inesorabile delle aree urbane che cancellano i terreni più fertili e lo spreco di acqua e di risorse. Per Michael Salm-Salm, presidente dell’associazione Elo tedesca ed erede di una famiglia proprietaria della stessa azienda da 14 generazioni, occorre preservare la fertilità del suolo per la 15a generazione (e oltre). Bob Young, a capo del Farm bureau federation, porta un punto di vista “americano” dichiarando che la sostenibilità aumenta grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. Erik Mathijs, professore dell’Università di Leuven, in Belgio, sostiene che l’obiettivo può essere raggiunto solo attraverso la diffusione delle tecniche dell’agricoltura di precisione. Ross Murray, presidente dell’associazione professionale inglese Country land & Business association contesta lo slogan dell’intensificazione sostenibile: «non lo capisce mia madre – dice – e nemmeno mia figlia». Secondo Murray per raggiungere l’obiettivo occorre “seminare più conoscenza per ettaro” e per questo propone l’efficace definizione di smart farming (agricoltura intelligente). Solo un uso intelligente della terra può consentire di preservare l’acqua, contenere l’erosione del suolo e, dove possibile, ridurre il ricorso a fertilizzanti e agrofarmaci.

E John Atkin, direttore operativo di Syngenta, conferma che non è più necessario aumentare gli input per produrre più cibo. «Le nuove tecnologie – evidenzia – consentono agli agricoltori di massimizzare il raccolto anche con un minor apporto quantitativo di mezzi tecnici». Syngenta è l’unico gruppo mondiale interamente focalizzato sull’agricoltura. Per promuovere un cambiamento radicale nella produzione agricola ha lanciato l’anno scorso “The good growth plan” (si veda riquadro), un progetto per contribuire alla sostenibilità ambientale e alla sicurezza alimentare. Una sfida, quella dell’intensificazione sostenibile, che secondo Ffa si può infatti raggiungere tramite una collaborazione più stretta tra amministrazione pubblica e aziende private per favorire la diffusione di tecnologie e know-how senza eccessi di burocrazia. Il problema è che, mentre il concetto di sostenibilità è condiviso e popolare ovunque, su quello di intensificazione ci sono diverse interpretazioni. La tappa di quest’anno del Forum coincide infatti con l’avvio del negoziato per il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). L’obiettivo è quello di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti. E uno dei settori dove si registrano le maggiori difficoltà è proprio l’agricoltura. «È l’occasione per confrontarci – commenta Dercy Vetter, sottosegretario Usda, il dipartimento dell’agricoltura americano – sulle sfide della food security (la sicurezza dell’accesso al cibo) e sugli ostacoli della food safety (le barriere sanitarie). La nostra priorità è quella di lavorare in modo scientifico su temi come gli ogm e la produzione di carne».

«Rispettare – dice Paola Testori Coggi, direttore generale per la Salute e i consumatori alla Commissione europea – negli accordi bilaterali le vistose differenze di sensibilità come quella che concerne l’uso degli ormoni nella produzione di carne è un’opzione ampiamente considerata dalle regole del Wto. Riguardo agli ogm invece l’atteggiamento dell’Europa non è in realtà di chiusura: abbiamo già autorizzato la commercializzazione di circa 50 eventi secondo un processo di valutazione evento per evento che ora viene messo in discussione».

«L’Europa e i suoi prodotti agroalimentari di qualità – commenta Pascal Lamy, ex-direttoregenerale del Wto e presidente onorario di Notre Europe-Istituto Jacques Delors – ha tutto da guadagnare da una calibrata apertura dei mercati, un’opzione che consentirebbe di condividere e accelerare l’obiettivo dello sviluppo dell’intensificazione sostenibile. Occorre arrivare – sostiene – a regole condivise sulla gestione del principio di precauzione».

«La globalizzazione dei mercati – ribatte Oliver De Shutter, rapporteur per la problematica del diritto al cibo per le Nazioni Unite – si è rilevata un modello sbagliato per i Paesi meno sviluppati che ha portato a uno schema produttivo incentrato sulla monocoltura di commodity da esportare. Parallelamente, tra il 1999 e il 2008, le importazioni di cibo dei 40 Paesi meno sviluppati al mondo sono aumentate del 400%, con prezzi in forte aumento anche per gli effetti del climate change». Per De Schutter la strada da seguire per i Paesi del terzo mondo è quella della “self-efficiency”, la ripresa della produzione di colture alternative, soprattutto frutta e verdura, attraverso la protezione dei mercati geografici e locali. Una strada contestata da Lamy. «In una situazione mondiale – dice – in cui la domanda (Cina) e l’offerta (Africa e Sud America) sono fortemente polarizzati, una più profonda apertura dei mercati è l’unica strada da seguire per combattere la volatilità dei prezzi».

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