Libero commercio e tecnologie

In Iowa una tavola rotonda fra una trentina di agricoltori provenienti da tutto il mondo
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Parlavano di urea e del suo vertiginoso aumento. Del crollo dei prezzi cerealicoli e delle strategie per controllare i costi. Tutti ossessionati dal fare i conti. Tutti a De Moines (Iowa), prima di Natale. Erano 30, agricoltori e tecnici di cooperative provenienti da tutto il mondo: dall’Australia al Brasile, dal Messico all’Uganda, dall’India alla Romania: «L’agricoltura è molto più globalizzata di quanto si possa credere» racconta Giuseppe Elias, una grande azienda agricola e zootecnica alle porte di Milano.

ACQUA E NITRATI
Unico a rappresentare l’Italia a una sorta di tavola rotonda globale durata quattro giorni. Tema, cosa serve alle aziende per crescere e produrre di più? «Alcuni capitoli saranno cruciali per gli anni a venire. Intanto l’uso più efficiente dei nitrati; poi quello dell’acqua». Di cui oggi si straparla… «Chiaro che sprecare l’acqua a Milano non significa sottrarla al Sud del mondo (non si tratta di un bene mobile…), ma è altrettanto vero che in certe aree del pianeta il fabbisogno idrico è il fattore critico per le produzione» ribatte Elias. Senza dimenticare il bene terra, altrettanto limitato, da salvaguardare che sia tanta o poca, come si fa in «Argentina e Usa dove la terra è la fonte base del reddito: non si può fare nulla che la danneggi».

Dalla trasferta a St. Louis, con visita ai laboratori aperti dalla Monsanto, è venuta la promessa: nel giro di tre anni avremo piante di mais capaci di svilupparsi con meno acqua e meno fertilizzanti.

«La risposta è nelle tecnologie, anzi, nelle biotecnologie» sottolinea Elias. È il tormentone della lobby Truth about trade & technology creata da un gruppo di farmer statunitensi con l’obiettivo di incidere sull’opinione pubblica sostenendo due idee: il libero commercio e le tecnologie. «Sono connessi tra loro in modo inestricabile, vanno divulgati e promossi in tutto il mondo attraverso gli opinion leader» spiega una nota di presentazione del gruppo.

Opinion leader come quelli invitati appunto alla terza roundtable in Iowa tutti d’accordo su un punto: «lavorare meglio e lavorare meno è l’obiettivo che devono darsi tecnologia e ricerca» come spiega Elias.

Imperativo che ognuno lo declina a modo suo a seconda della provenienza e dell’esperienza. Per un ugandese «ogm vuol dire un’agricoltura capace di semplificare e abbreviare i processi produttivi, capace di passare dalla semina alla raccolta quasi senza colpo ferire». Qui la tecnologia sopperisce in qualche modo alla carenza di conoscenza e formazione. È così in India e in Kenia e in Africa in genere.

BIOENERGIE CHE DIVIDONO
Stati Uniti e Argentina? «Ogm vuol dire qualità del prodotto, sanitaria soprattutto. Significa libertà dalla diabrotica negli Usa, dalla piralide in Argentina e dal virus del Rio Quarto sempre in Argentina (dove ha sinora impedito la coltivazione di 2,5 milioni di ettari di mais)».

Fronte compatto sulle biotecnologie, ma non sulle bioenergie. «Sono contrari i paesi più poveri che trovano scorretto utilizzare materie prime alimentari per produrre energie. In realtà nel 2008 abbiamo avuto la prova che non è il bioetanolo a spingere i prezzi dei cereali». Sul tema sono laici i canadesi: ogni nuovo sbocco di mercato porta soldi, è quello che pensano.


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