L’agricoltura che verrà

INNOVAZIONE
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L’uomo ha sempre desiderato anticipare le
innovazioni che potrebbero migliorare il
presente e anticipare il futuro. Nell’era della
rivoluzione tecnologica permanente e dell’informazione
globale in tempo reale il futuro è
di chi lo sa prevedere (e poi realizzare, ovviamente).

Ai primi posti delle varie classifiche troverete
previsioni che riguardano in gran parte la
comunicazione mobile e digitale; la casa intelligente,
l’auto che si guida da sola e l’Internet
delle Cose (internet of things); le energie
alternative, dal solare alla fusione nucleare; la
sconfitta delle malattie; la mappatura generalizzata
del dna, etc.. Si accenna ovviamente
anche all’agricoltura: “risolveremo il problema
della fame nel mondo”, ma senza entrare
in particolari. Se il sito non è europeo, in genere
i più citati sono gli ogm.

L’interesse tuttavia sta crescendo. Abu Dhabi
ha ospitato quest’anno a febbraio il primo
GFIA (Global forum for innovations in agriculture),
con la partecipazione di 6.000 esperti
da tutto il mondo. Italia assente: e pensare
che per 2000 anni molta innovazione è
nata da noi …

La parola d’ordine è “sostenibilità”. In sintesi,
sfamare i 9 miliardi di popolazione mondiale
attesa per il 2050, aumentando le rese delle
colture o diminuendo le perdite, ma in un orizzonte
di risorse sempre più scarse: suolo,
acqua, fertilizzanti, energia, etc.
In altre parole, considerando che già oggi
l’autosufficienza alimentare non è garantita
a circa 1,5 miliardi di persone, in 30 anni
dovremmo raddoppiare l’attuale produzione
mondiale di cibo, senza però distruggere il
Pianeta. L’argomento è stimolante e coinvolge
due temi, la genetica (v. box) e il rapporto
suolo-acqua-energia.

Suolo, acqua, energia

Suolo, acqua ed energia sono tre fattori intimamente
legati. Suolo agricolo e acqua irrigua
sono già risorse limitate, un problema
destinato solo ad aggravarsi. L’esempio più
eclatante è la Cina che, dovendo sfamare il
25% della popolazione mondiale con solo il
10% delle terre coltivabili, da anni ha avviato
uno shopping planetario di terreni agricoli in
tutti i continenti.

Ma non è l’unica protagonista di “accaparramento
della terra” (land-grabbing), che da
8-9 anni a questa parte ha visto passare di
mano quasi 90 milioni di ettari, circa 5 volte i
terreni coltivabili in Italia. Anche i Fondi Pensione
e altre istituzioni finanziarie di Stati Uniti,
Giappone, Corea, Olanda, Gran Bretagna,
Norvegia, Arabia Saudita ed Emirati, Malaysia
e Singapore si danno da fare in nazioni quali
Australia, Indonesia, Russia, Kazakhstan,
Brasile, Uruguay, Argentina, ma soprattutto
in Africa equatoriale (Congo, Mozambico, Sudan,
Liberia). Alcune Organizzazioni no profit
(Ong) lo hanno definito il neo-colonialismo
del 21° secolo, attuato non più con le armi,
ma con i dollari. Si tratta, in effetti, di ottimi
investimenti a medio–lungo termine in terre
oggi a buon mercato.

Di pari passo con l’accaparramento delle terre,
procede anche quello delle risorse idriche,
per renderle fertili. L’acqua è l’altra fondamentale
risorsa che scarseggia sempre
più, non solo in quantità, ma anche in qualità:
la salinità è aumentata ovunque negli ultimi
50 anni, e continuerà.

Molti forse non si rendono ben conto di quanto
l’acqua sia già scarsa: solo 9.000 km3 sono
disponibili per le attività umane (lo 0,00011%
di tutta quella presente sulla Terra) e di questi
6.300 km3 sono per l’agricoltura. Sembrano tanti, ma fanno solo 3,5 m3/giorno/abitante,
più o meno quello che serve a produrre un
Big Mac.

Ci soccorrerà la genetica con varietà più tolleranti
alla salinità. L’irrigazione a goccia sta
già dando un grosso aiuto nel risparmiare
acqua irrigua, così come pure la pacciamatura,
magari con plastiche bio-degradabili,
che possono risolvere anche il problema del
controllo delle infestanti. Un’efficiente rete
di accumulo e distribuzione, soprattutto nei
Paesi poveri, potrebbe fare il resto.

La vera soluzione planetaria, tuttavia, sarebbe
l’osmosi inversa di quella marina (1,36 miliardi
di km3), solo che ha un costo energetico
molto alto: ecco perché terra, acqua ed energia
sono così legate nel determinare il nostro
futuro alimentare.

Vertical farms

Un’altra “via tecnologica” prospettata è quella
delle Vertical farms (VF), cioè la coltivazione
fuori suolo e multi-strato, in celle chiuse,
con illuminazione totalmente artificiale, oggi
con i led, domani forse con lampade al plasma.
Secondo alcuni calcoli, su una superficie
di VF a 4 strati pari a circa 1/4 dell’Olanda,
si potrebbero produrre ca. 200 g/giorno di
ortaggi e frutta freschi per i 9 miliardi attesi
nel 2050.

Il concetto di VF sembra perfetto: massimo
utilizzo dello spazio, cioè grande risparmio
di suolo; si consuma solo il 10% dell’acqua
richiesta in pieno campo; tutti i fertilizzanti
sono riciclati, quindi zero spreco e zero inquinamento;
parassiti ed erbe infestanti non
entrano nel sistema, quindi difesa antiparassitaria
non necessaria, né chimica, né biologica;
possibilità di produrre all’interno delle
città, cioè vero “km zero”, ad esempio sotto lo stesso supermercato che venderebbe i
prodotti della VF.

Quest’ultimo punto è assai importante: già
oggi il 60% della popolazione mondiale vive
in città, nel 2050 sarà l’85%; 10.000 nuove
città verranno create e molte diverranno
megalopoli con più di 25 milioni di abitanti.
Appare contraddittorio, quindi, che l’Europa
continui a importare ortaggi e frutta dal Nord
Africa, ad esempio, dove costa sì solo 0,25 €
produrre 1 kg di pomodori, grazie alla manodopera
sottopagata (8 €/giorno), ma poi servono
altri 0,35 €/kg per portarli nel nostro negozio
sotto casa, più il consumo di carburanti
fossili e l’inquinamento che ne consegue.

C’è solo un “piccolo” problema: la bolletta
energetica. Produrre oggi ortaggi col solo
ausilio della luce artificiale è ancora troppo
costoso, né si può al momento immaginare
di poterlo fare per le colture estensive che
sfamano l’umanità (riso, grano, mais, patate).

A meno che il futuro non ci prospetti un mondo
con ampia disponibilità di energia elettrica
a basso costo, ma anche prodotta in modo
decentrato e puntiforme. Ci aspetta quindi
un futuro difficile, se non risolviamo anche
i problemi legati alla disponibilità di energia,
fertilizzanti, lavoro qualificato e conoscenze
tecniche.

(*) Ceres S.r.l. – Società di consulenza in agricoltura

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