Greening debole anche al Sud

IMPATTO PAC
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Il greening, probabilmente lo strumento più rivoluzionario della prossima Pac, avrà effetti diversificati in funzione della sua applicazione geografica. Maggiore incidenza in termini numerici sulle aziende agricole del Nord, che dovranno diversificare i piani colturali e introdurre aree a focus ecologico sottraendo superfici alla produzione agricola, minor impatto nel Centro e Sud Italia, ove le dimensione media delle aziende, generalmente inferiore a 10 ettari, sottrarrà al greening la maggioranza delle realtà produttive. Di fatto, avremo il singolare risultato che proprio laddove i terreni sono più vocati a produrre, si veda ad esempio la Pianura Padana, la componente d’inverdimento della nuova Pac obbligherà a introdurre superfici non produttive come siepi, boschetti e così via.

Si è già detto di come e con quali effetti il greening impatterà sulle aziende del Centro che superano i 10 ettari di Sau. Poco cambierà rispetto a tale situazione per il Sud. I dati Istat dell’ultimo censimento parlano chiaro. Le principali regioni sono caratterizzate da dimensioni medie aziendali decisamente inferiori al limite di soglia di applicazione del greening. La Puglia con 4,73 ha, la Sicilia con 6,32 ha, la Calabria e la Campania con circa 4 ha rappresentano sicuramente aree agricole di particolare interesse ma, causa la sensibile frammentazione aziendale, saranno poco interessate dalla novità della prossima Pac. Come di consueto, abbiamo comunque cercato di calare nella realtà l’applicazione del greening, prendendo a riferimento un paio di situazioni reali, che per comodità corrispondono a due aziende pugliesi.

La prima rappresenta la tipica situazione aziendale vocata alla produzione di grano duro, con parte della superficie a oliveto. È un’impresa con una superficie a seminativo di 24 ha e 5 ha a olivo. Di fatto, la realtà pugliese, superando i 10 ha di seminativi, sarà obbligata a introdurre una seconda coltura oltre al frumento, con il problema di dover inventare un’alternativa colturale, sostenibile economicamente. Così anche dal punto di vista dell’inverdimento, l’azienda dovrà convertire almeno il 5% della superficie a seminativo (l’oliveto è escluso), quindi 1,2 ha ad area ecologica. Accanto ai maggiori costi derivanti da una maggiore complessità gesionale, si pensi all’introduzione di una seconda coltura e alle spese aggiuntive per costituire un’area a scopo ecologico, comunque ci sarà un mancato introito derivante dal fatto che più di 1 ha prenderà la strada dell’ambiente. In soldoni, se si considera una resa di grano duro di circa 4 t/ha, mancheranno all’appello 5 t, in definitiva 1.350 euro in meno (5 t a 270 €/t).

La seconda azienda, sempre ubicata in Puglia, ha un indirizzo prevalente orticolo, pur producendo anche grano duro. La superficie aziendale di 25 ha, è coltivata a frumento per 15 ha e a orticole a pieno campo per i rimanenti 10 ha. In tale situazione il greening non imporrà l’introduzione di una nuova coltura, in quanto il piano colturale è già articolato su cereali e orticole, mentre detterà anche in questa caso l’imposizione di un’area ecologica non produttiva, che nella fattispecie corrisponde a 1,25 ha. Sono confermate quindi le considerazioni della precedente casistica, poiché l’imprenditore difficilmente rinuncerà a una corrispondente superficie a orticole, preferendo sacrificare il grano duro.

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