È l’acqua il vero carburante per un’agricoltura sostenibile

Nei campi il 70% delle risorse ma la grande scommessa si gioca sulla lotta agli sprechi
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Per l’agricoltura l’acqua è un indispensabile fattore di produzione, per un miliardo di persone è un diritto negato. «Negato» a quanto pare anche dall’ultimo Forum mondiale che si è svolto a Istanbul due settimane fa. Dove circa trentamila congressisti più 200 capi di Stato, ministri e viceministri non sono riusciti a trovare un accordo neanche sulla definizione della preziosa risorsa.
L’acqua – ha concluso il vertice internazionale – non sarebbe infatti un diritto ma un «bisogno fondamentale». Uno sforzo diplomatico che sicuramente non ha avvicinato la soluzione di un problema gravissimo.
Quasi 4mila bambini ogni giorno muoiono per carenza d’acqua. E il rapporto delle Nazioni unite, lanciato in parallelo al forum, afferma che il rischio per la terra è che nel 2030 metà della popolazione mondiale (soprattutto in Africa) non avrà un adeguato accesso all’acqua.

Che ruolo ha il settore agricolo? Secondo i dati della Fao è il settore che consuma più acqua: nei campi finisce infatti il 70% dei consumi idrici mondiali, pari a circa 2.500 chilometri cubi su un totale di circa 9-14mila chilometri cubi di risorse idriche accessibili all’uomo.
Ma proprio l’agricoltura irrigua ha consentito l’aumento delle rese necessario ai Paesi in via di sviluppo per alimentare la propria popolazione. Il 20% della Sau mondiale è irrigata e produce il 40% della Plv totale. E in futuro, per coprire i fabbisogni alimentari della popolazione mondiale in continuo aumento, gran parte della crescita della produzione agricola, proverrà da suolo irrigato, tre quarti del quale nei Pvs.

In Europa, secondo l’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), finisce nei campi circa il 24% dell’acqua, ma nelle regioni meridionali (Italia compresa) la media è del 60% con punte fino all’ 80 per cento. E anche sul fronte comunitario irrigazione fa rima con redditività e valore aggiunto. In Italia e in Spagna, infatti, secondo l’Eea, l’agricoltura irrigua genera il 50% della produzione e il 60% del valore totale dei prodotti agricoli rispettivamente dal 21% e dal 14% della Sau.

Nonostante gli indubbi vantaggi portati dall’irrigazione, gli attuali livelli di consumo dell’acqua in agricoltura non saranno tuttavia sostenibili in futuro: il «taglio» richiesto al settore primario è di almeno il 35 per cento. La sfida, quindi, secondo la Fao, sarà produrre di più consumando meno acqua, investendo cioè in un’agricoltura sostenibile.

La svolta passa attraverso un uso dell’acqua più efficiente, anche attribuendole un costo economico, in proporzione al consumo effettivo. In agricoltura in particolare, la ricetta è in un ventaglio di soluzioni: dalla promozione degli usi plurimi, con il riutilizzo delle acque reflue depurate, al miglioramento dell’efficienza delle tecniche irrigue, dalla cosiddetta agricoltura «deficitaria», all’uso di varietà resistenti agli stress idrici, alla modifica delle pratiche agronomiche e dei calendari colturali.

Attualmente, per sfamare un uomo servono 3mila litri d’acqua. Una valutazione puntuale dell’«impronta idrica» dei vari alimenti è contenuta nel Rapporto curato dal Barilla center for food and nutrition, il laboratorio multidisciplinare promosso dal gruppo Barilla. Il confronto del contenuto d’acqua virtuale (espresso in metri cubi per tonnellata, si veda tabella) di alcuni prodotti agricoli in diversi Paesi del mondo esprime differenze notevoli sia confrontando i diversi prodotti, sia prendendo in considerazione il luogo di produzione. Numeri che tra l’altro hanno indotto a mettere sotto accusa la zootecnia e una dieta basata su un elevato consumo di carne.

I prodotti dell’allevamento (carne, uova, latte e derivati) presentano infatti un contenuto di acqua virtuale maggiore rispetto a quelli coltivati, dal momento che gli animali consumano, per diversi anni prima di essere trasformati in prodotti alimentari, una grande quantità di prodotti coltivati. Il consumo d’acqua può variare notevolmente anche da luogo a luogo, a seconda del clima, delle tecniche agricole adottate, della resa dei raccolti, dell’efficienza del metodo irriguo.

Per una tonnellata di riso ad esempio, l’Italia consuma 2.506 metri cubi d’acqua, una media inferiore a quella mondiale (3.419 metri cubi/tonn.) e lo stesso vale per il mais (530 metri cubi/tonn. a fronte di 909 metri cubi di media mondiale). Ma per il grano, l’acqua necessaria in Italia (2.421 metri cubi/tonn.) è quasi il doppio rispetto alla media mondiale (1.334 metri cubi/tonn.).

Una variabile, quella del «contenuto virtuale di acqua» dei prodotti, che gioca un ruolo fondamentale, alla luce della crescente liberalizzazione del commercio internazionale e che potrebbe diventare un vero e proprio strumento di governo della disponibilità di risorse idriche da parte di ogni Paese.


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