DOSSIER MACFRUT 2009

Di fronte alla crisi ortofrutticola 2009: molte cose ancora da fare
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Verso la fine della stagione frutticola, intesa dal punto di vista agronomico, si traccia sempre un bilancio dell’andamento dell’anno, sia per capire se è stato diverso da quello precedente, sia per verificarne il risultato economico, soprattutto l’andamento della redditività delle colture. Si riportano di seguito alcuni spunti di riflessione per capire le cause e i possibili rimedi, tutt’altro che semplici, per fronteggiare una situazione difficile da sostenere nel breve-medio periodo.

L’andamento climatico, la produzione e la qualità
Periodo invernale lungo, oltre la media degli ultimi anni. Freddo per tutto il periodo e oltre; le neve è stata molto abbondante ed è caduta in diversi momenti, favorendo la ricostituzione delle riserve idriche. L’inizio primavera è stato caratterizzato da piogge frequenti, con vari ritorni di freddo che, fortunatamente, solo sporadicamente hanno creato problemi su albicocchi e ciliegi. Le piogge sono state frequenti nel periodo primaverile, in particolare nella prima e ultima settimana di marzo, a inizio e fine aprile, a inizio e fine maggio, a inizio giugno; dalla fine della prima decade di giugno si è registrato l’arrivo di un’alta pressione con temperature elevate e al di sopra della media stagionale, soprattutto le massime. Qualche pioggia intermittente e breve ha caratterizzato un’estate molto calda e quasi priva di precipitazioni che ha determinato un massiccio ricorso all’irrigazione.

Il freddo invernale prolungato, quindi una somma di ore di freddo di tutto rispetto, ha permesso una ripresa vegetativa abbastanza uniforme e una fioritura abbondante ed omogenea per le specie del gruppo drupacee. Le piogge post-fioritura, in diversi casi anche in fioritura, e un brusco abbassamento delle temperature hanno provocato qualche riduzione dell’entità dell’allegagione per pesche, nettarine e soprattutto albicocco. Le piogge frequenti del periodo primaverile hanno messo a dura prova la resistenza alla botrite della fragola e alle moniliosi dell’albicocco e del ciliegio. Risultato: notevole riduzione qualitativa e di conservabilità.

Le stesse pesche e nettarine precoci hanno registrato, causa l’esplosione delle alte temperature delle prime due settimane di giugno, accompagnate poi da piogge e ritorni di freddo del fine mese, una specie di “scombussolamento” delle fasi fenologiche, in particolare l’avvio della fase di ingrossamento frutti, a tal punto che le produzioni del Nord Italia hanno anticipato e incrociato il ritardo di quelle del Sud. Con andamenti anomali da zona a zona in relazione al clima e con pezzature e qualità intrinseca talora discutibile, luglio e agosto sono stati mesi caldi oltre le medie stagionali, e solo verso la fine hanno favorito il recupero di pezzature e caratteristiche qualitative adeguate al mercato, in particolare per la tenuta post-raccolta.

Nel bene o nel male i consumi sarebbero stati nella norma se non ci fosse stata l’incidenza della crisi economica che per certi aspetti è un fatto reale, ma per altri si traduce in eccessiva prudenza dei consumatori nelle spese quotidiane di generi alimentari.

Alcuni spunti di riflessione
Sovrapproduzione
Nel corso dell’incontro annuale sulle previsioni di produzione di pesche, nettarine, percoche ed albicocche che si svolge a Perpignan (in Francia) alla fine di aprile, previsioni relative ai principali produttori della Comunità Europea del Sud Europa (Italia, Spagna, Francia e Grecia), si constata, e questo ormai da anni, che a fronte di un consumo medio annuale di pesche, nettarine e percoche in Europa di circa 3,8-3,9 milioni di t (cifra più o meno in relazione anche all’andamento stagionale nel Centro-Nord Europa: il caldo concilia il consumo di pesche e nettarine, il freddo e la pioggia no) la produzione oscilla dai 3,6 ai 4,2 milioni di t (a quella più bassa contribuiscono le eventuali gelate primaverili, a quella più alta la buona allegagione in tutti i Paesi).

Le quantità significative di pesche, nettarine e percoche nell’Europa a 27 sono appannaggio di Italia e Spagna che hanno mercati di destinazione praticamente sovrapposti; il dialogo fra questi Paesi, soprattutto in merito alle superfici da coltivare deve essere più serrato perché, anche controvoglia, bisogna capire che non è più possibile fare frutticoltura (in particolare peschicoltura) al buio, in relazione al risultato economico atteso dai produttori agricoli. Senza risultati per i produttori la filiera si rompe perché spariscono rapidamente soprattutto i frutticoltori professionali. Se si aggiunge poi che ci sono incertezze conoscitive dei comportamenti di altri Paesi extra Ue, quali Turchia e Nord Africa (varietà precoci) che entrano già di fatto con peso sul mercato, i problemi crescono.

Nella Tabella 1 si evidenziano le produzioni italiane di alcuni principali prodotti frutticoli a confronto con i consumi medi delle famiglie del nostro Paese; il primo elemento da focalizzare è la colonna che indica il rapporto fra produzione italiana e consumo delle diverse specie. Ogni valore sopra l’unità significa che per varie specie produciamo più di quello che i consumatori italiani possono mangiare nel loro insieme in un anno. Ovviamente mettendoci nell’ipotesi che consumino solo prodotto “made in Italy”. Considerato che comunque l’italiano è un buon consumatore di prodotti ortofrutticoli rispetto alla media europea, l’unico prodotto del quale siamo deficitari oggi rispetto ai consumi nazionali è la fragola.

C’è di più: per vari prodotti il rapporto produzione/consumi è superiore a 2, anche a 3, anche a 4 volte. Significa che la nostra vocazione di produttori frutticoli, pur se l’Italia è lunga e stretta e anche diversa come cultura da regione a regione, è molto forte e lo è fin dal secondo dopoguerra, quando esplose rapidamente la moderna frutticoltura. Per alcune specie, tra l’altro, non siamo i primi produttori solo in Europa, ma lo siamo anche nel mondo (Cina esclusa, per ovvie ragioni). Se aggiungiamo che in termini di produzione, la nostra posizione in Europa (quella a 27 Paesi) è di primato per il gruppo delle pesche (percoche escluse), per uva da tavola, pere, kiwi, albicocche, ciliegie e seconda per il gruppo agrumi (limoni esclusi), significa che siamo fra i Paesi ad aver più bisogno di esportare. Soprattutto di inserirci a pieno titolo nel mercato europeo (frutta estiva) e in quello mondiale (frutta invernale o a lunga conservazione).

Costi di produzione
La sopportabilità dei costi di coltivazione è stata fino a ieri la giustificazione per alcuni Paesi per continuare a coltivare pesco, perché secondo loro c’erano ancora margini di concorrenza rispetto ad altri per abbassare il prezzo alla produzione ed entrare meglio sul mercato rispetto ai concorrenti. La propensione ad accettare il ribasso del prezzo pagato alla produzione fino ad arrivare comunque al limite del costo di coltivazione, li ha spinti ugualmente a continuare a piantare anche dove non si poteva (agronomicamente e climaticamente). Risultato: aumento degli ettari, aumento dei costi coltivazione, ulteriore intasamento del mercato e, quindi, ulteriore richiesta di riduzione del prezzo remunerato alla produzione da parte della distribuzione.

Nel 2009 siamo di nuovo finiti nella situazione (per certi versi diversa per altre ragioni no, ma non nella sostanza, rimasta identica per il produttore agricolo) del 2004 e 2005. Il 2006, il 2007 e il 2008 sono andati meglio per il produttore perché in un Paese o nell’altro ci sono state gelate primaverili o scarse allegagioni che hanno riequilibrato l’eccesso di offerta europea. Che bisognava metter mano a modifiche dei comportamenti d’indirizzo produttivo e di approccio al mercato fu detto pesantemente anche allora. Se qualcuno va a guardarsi la storia indietro, si dissero le stesse cose già con la prima crisi della peschicoltura nell’estate del 1984.

Già allora si pensò di cambiare rotta agli indirizzi di coltivazione, inserendo più actinidia (agli albori dell’espansione reale) al posto del pesco. Le valutazioni fatte negli ultimi anni fra i Paesi produttori hanno messo in evidenza che l’unificazione europea, l’internazionalizzazione della manodopera, degli scambi commerciali e dei mezzi di produzione, stanno livellando i costi di coltivazione. Ci sono ancora alcune differenze che vengono dai differenti approcci organizzativi e strutturali aziendali di ogni Paese: la Francia con valori più alti, l’Italia in mezzo e Spagna e Grecia leggermente più bassi. I Paesi extracomunitari, Turchia e Nord Africa, hanno grosse variabilità favorevoli a farci concorrenza, soprattutto se pensiamo che ad incidere per oltre il 50% del costo di coltivazione del pesco e delle altre drupacee è ancora la manodopera.

Aggregazione dell’offerta

Il contesto commerciale europeo della frutta è per certi versi ancora di tipo ancestrale per quanto riguarda la modulazione dei rapporti fra gli attori: vede una marea di produttori che si affacciano al mercato e pochi centri vitali di approvvigionamento per la distribuzione al consumo. Questi ultimi sono ormai organizzati in “colossi” che noi chiamiamo normalmente la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) o DO (Distribuzione Organizzata) e che sono organizzati perché, indipendentemente dall’ortofrutta, sono stati conformati da vent’anni a questa parte per essere la moderna distribuzione, quella che normalmente tutti viviamo attraverso i centri commerciali. Se aggiungiamo i “discount”, il gioco della concentrazione della domanda è quasi completo; in ogni caso, per i numeri produttivi del nostro Paese in materia di frutta, il contesto di mercato da aggredire è quello della grande distribuzione europea e mondiale, perché i numeri del possibile aumento delle vendite dei prodotti ortofrutticoli passa da quella parte.

Si dice che per affrontare il mercato occorre aggregare la maggior parte possibile dell’offerta; il che non vuol dire per forza aggregare tutte le imprese e le strutture che operano nel settore. La loro aggregazione è fatto economico e di prospettiva, dipenderà da esigenze di economia di scala, di specializzazione ulteriore, di riduzione delle spese, ecc. L’aggregazione dell’offerta per il mercato può essere fatta all’interno del mondo della produzione con modelli organizzativi scelti fra quelli che l’attuale contesto normativo fornisce; tra l’altro in Italia e in Europa ne abbiamo un bel numero all’interno dei quali scegliere. In Italia però esiste un vecchio problema: il mondo ortofrutticolo organizzato per il mercato rappresenta poco più del 27% del totale della produzione; in alcune regioni storiche avviene l’opposto.

I prezzi
L’esigenza di una maggiore organizzazione della produzione per il mercato è ancora più evidente se andiamo a guardare la variazione del valore della frutta a partire dal produttore agricolo fino al consumatore. Negli ultimi 7-8 anni il prezzo medio (calcolato sull’intera stagione estiva) pagato dal consumatore finale per un kg di pesche o nettarine non si è diversificato molto; segno che, mediamente, il rendimento da ottenere dal commercio di un kg di frutta per le diverse fasi della filiera, produttore a parte, è ben calcolato e non lo si vuole perdere (salvo cause impreviste). Il prezzo remunerato ai produttori agricoli è invece variato e anche di molto se rapportato al costo di coltivazione, spesso risultandone al di sotto (quindi perdita), a volte sopra, ma non di molto.

Punto di meditazione importante, che si collega ad alcune cose scritte in precedenza: il prezzo più basso remunerato alla produzione è quello (emerso dalla disamina commerciale) che si verifica negli anni con produzioni europee sopra la media. In sintesi: quando l’offerta supera la domanda, anche di poco, a farne le spese nella dinamica commerciale è il prezzo alla produzione, in modo pesante e addirittura indipendentemente dalla filiera lunga o corta! Questo diventa un punto di partenza della discussione sui rimedi alle difficoltà perché prevede forte interazione del mondo agricolo (organizzato realmente e non virtualmente) con quello della distribuzione, con il coraggio di affrontare vari cambiamenti strutturali ed organizzativi.

Qualche esempio di cose da mettere in cantiere: maggior conoscenza delle superfici coltivate e “gentleman agreement” sugli indirizzi di tendenza dei nuovi impianti; più forte ed efficace “blindatura” delle superfici da coltivare con varietà definite e gestite in esclusiva sulla filiera; maggior rispetto della qualità commerciale stabilita (compreso garanzie su rintracciabilità, origine e sicurezza alimentare), con diversa segmentazione del prodotto di media e alta qualità; maggior “gentleman agreement” con la moderna distribuzione per una maggior valorizzazione della “qualità garantita”; un modo migliore di presentare e gestire la frutta nella moderna distribuzione (certi criteri di vendita diminuiscono la percezione del rapporto qualità/prezzo per il consumatore e aumentano gli scarti del punto vendita).

Conclusioni
Rimettere mano allo stato dell’arte della struttura media (superfici e modelli organizzativi) delle aziende frutticole italiane è un obbligo, se si vuole salvaguardare la capacità imprenditoriale dei nostri migliori agricoltori e il reddito delle loro imprese. Non è pensabile oggi fare frutticoltura nel ruolo dell’agricoltore senza un approccio di “filiera”, per quanto riguarda conoscenze, informazioni e azioni operative. L’epoca del buon agricoltore, professionista, capace di fare buona frutta per il mercato come succedeva una volta (perché il mercato comunque “tirava”), senza sapere il collocamento finale del prodotto, è finita. L’agricoltore, imprenditore e professionista frutticolo, dovrà continuare a far bene il mestiere per cui è capace (anche perché impegna il 90% del suo tempo in campo), ma dovrà aver messo in moto, direttamente o indirettamente, sistemi organizzati che presidiano per lui le fasi successive alla coltivazione, vale a dire quelle del mercato. Questo vuol dire però che probabilmente non ci sarà spazio per tutti, specialmente per coloro che lavorano in maniera improvvisata: aumenterebbero i rischi di accrescere le superfici coltivate senza programmazione, di ridurre la qualità immessa sui mercati e di rispondere supinamente ad un sistema distributivo che vuole solo abbassare il prezzo al produttore.


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